eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

Il potere di picchiare una donna

Nan Goldin - Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata

Nan Goldin – Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata

Spinta da un sistema produttivo che ormai espone quotidianamente nel supermarket dell’emotività mondiale festività e ricorrenze di qualunque genere – e che quindi mette sullo stesso piano formale Giornata della Memoria e Festa della Mamma, Festa dei Nonni e Giornata contro il fumo  – ecco che giunge il 25 novembre la Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne. Via quindi a immagine scioccanti riprodotte dai media e dai social network, e via alla cupa numerologia testimone della seria diffusione del fenomeno (numeri e classifiche dove, tra l’altro, l’Italia occupa sempre posizioni di tutto “rispetto”). Non ci sarebbe nulla da aggiungere se non l’ovvio affermare che la violenza contro le donne, nonché la sua apicale escrescenza ormai universalmente nota come femminicidio, è un fenomeno grave e da combattere con priorità da tutti i popoli e nazioni che lo riconoscono come tale. Ma al di là delle ovvietà, occorrerebbe anche riflettere su come la violenza contro le donne sia in ultima analisi una triste modalità di relazione umana e sociale, una sorta di dialogo culturale in cui ci si scambiano simboli. Il simbolo in questione è il potere, simbolo culturale molto particolare e pericoloso perché presuppone sempre un dominatore che lo esercita e un dominato che lo subisce, la donna nel caso specifico. Lo stesso potere, poi, è molto riconoscibile quando si attua attraverso modalità immediate e cruente (una violenza privata, un pestaggio, una guerra), ma più nascosto – quasi invisibile ma non per questo meno violento e devastante -, quando si manifesta tramite forme più diluite e accettate, penso alla violenza di certe scelte politiche certificate come “democratiche”, o alla violenza insita in un certo tipo di linguaggio ampiamente condiviso. Visto in quest’ottica, quindi, il fenomeno perde la sua peculiarità e – in senso analitico – il suo isolamento, per entrare a far parte delle molteplici e variegate forme attraverso cui il potere fonda, struttura e alimenta le società, in particolare quella occidentale. In questo senso la violenza contro le donne non è diversa da altre forme di violenza tese ad affermare una logica insindacabile di potere senza il quale la scala sociale sembrerebbe impercorribile se non inesistente, pensiamo alle note forme di violenza etniche e razziali, a quelle religiose, a quelle per orientamento sessuale. Pensiamo anche a forme di potere e violenza meno note, negate dai più, considerate subdolamente “naturali”, come sono le violenze di specie, quelle cioè dell’uomo, animale superiore, contro le specie animali inferiore, immolate sull’altare di un’alimentazione iperproteica per una bulimia di “salute” ed energia da spendere nel mercato del potere e del possesso, quest’ultimo come certificato DOC del primo. In definitiva, manifestiamo sì contro la violenza sulle donne ma non fermiamoci all’inconcludente indignazione, quasi morbosa, di fronte all’ennesimo fatto di cronaca composto dal solito maschio geloso e possessivo che picchia la donna che gli si nega. Non rifugiamoci nelle solite rassicuranti spiegazioni che chiamano in causa l’ignoranza, il maschilismo, o un generico maschio incapace di confrontarsi con un’altrettanto generica modernità. La cultura maschilista con tutti i suoi addentellati è solo un ramo di una immensa malapianta che ci coinvolge tutti già nell’esercizio delle nostre piccole “innocenti” azioni quotidiane, tutte quelle offerte in dono alla logica del potere e al suo insaziabile appetito.

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Non c'è niente da esprimere, niente con cui esprimere, nessuna capacità di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme all'obbligo di esprimere [Samuel Beckett]

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