insostenibile leggerezza dello scrivere

 …i personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l’autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.
Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso? Guardare nel cortile, senza sapere che fare; sentire l’ostinato brontolio della propria pancia nell’attimo dell’esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni nascosti della polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. E’ proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio) che mi attrae. Al di là di esso comincia il mistero sul quale il romanzo si interroga.

Questo è Milan Kundera… che altro aggiungere?

raccontino circolare (racconti del venerdì #1)

…quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto essere un calcolo estremamente preciso, nelle sue condizioni poi… tuttavia conservò la necessaria lucidità per giungere ad un risultato soddisfacente. Anni di esperienza come infermiera di pronto soccorso la potevano aiutare, altrettanto la visione diretta del proprio stato. Inserì anche una variabile di nessun valore scientifico, ma che a suo avviso era comunque affidabile e non poteva essere trascurata. Si trattava di un fattore di “attaccamento alla vita” che nel suo caso stimava molto elevato e che avrebbe, in misura delle sue condizioni attuali, ritardato l’avvento del buio. Il risultato che produsse con una buona sicurezza fu di tre minuti. Cosa poteva fare in tre minuti? Come impiegare quel tempo che il suo Dio le donava? Come valorizzarlo? Allungò la mano verso il quadernino a copertina verde sui cui era solita prendere appunti ed iniziò a scrivere l’incipit del suo ultimo racconto. Scrisse così:
«Lui la stava guardando come fosse un’altra donna, non la stessa donna con cui aveva dormito insieme gli ultimi anni, non quella donna che aveva amato, ne aveva baciato le lacrime e i sorrisi, no, lui stava guardando una sconosciuta, una sconosciuta che lo umiliava, che gli distruggeva la vita, che lo sprofondava nel grigiore della tristezza. Merita di morire una qualunque sconosciuta che ti attacca, che offende la tua dignità, i cui gesti ti bruciano addosso più di uno schiaffo in faccia? Merita di morire chi per puro egoismo personale ti schiaccia come fossi un mozzicone ormai finito? La sua ultima frase: “Basta! Vattene! Faccio quel che mi pare e non ti devo spiegazioni!”. Una lama all’improvviso sulla mano di lui. Lei lì per lì non capì ma poi, quando se la vide piantata nella pancia la riconobbe, era la lama di quel taglierino stanley che lui aveva utilizzato pochi giorni prima per aprire la scatola del computer nuovo che le aveva regalato per il compleanno. Poi lui si girò leggero e uscì. Lei si sentì mancare quando vide il proprio sangue a terra e si accasciò all’indietro finendo seduta, con sorprendente precisione, sulla poltrona della propria scrivania. Restò immobile, inebetita a guardare il proprio sangue scorrerle tra le gambe e quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto…