Cosa dicono le 5 stelle?

Piazza San Giovanni durante il comizio di chiusura della campagna elettorale di Grillo
Piazza San Giovanni durante il comizio di chiusura della campagna elettorale di Grillo

Ma quante novità in questi primi mesi del 2013. Ci aspettano un Parlamento nuovo, un Presidente della Repubblica nuovo… e mettiamoci anche un nuovo Papa (che purtroppo da noi conta molto). Ancora una volta tutto cambia affinché nulla cambi? Non lo possiamo sapere per ora. Sappiamo però che il Parlamento è sconvolto dall’arrivo dei marziani delle 5 Stelle.

Non so voi, ma personalmente quando una grande novità esplode così clamorosamente mi resta dentro la delusione per non averne fatto parte, non averla capita in tempo, assorbita, contribuito a diffonderla. Io non c’ero. E per chi come me considera il concetto di “sinistra” da sempre intercambiabile con quello di “progresso”, sinistra come utopia, come altro mondo possibile, quell’io non c’ero pesa e brucia, ha retrogusti di sconfitta, di fregatura, di vecchiaia (“sei vecchio e non hai capito il mondo che cambia”). Ancora una volta abbiamo perso tempo a litigare tra pragmatici e idealisti, tra moderati e radicali, ognuno a valutare (e sminuire) il pedigree di sinistra altrui, e non ci siamo accorti che qualcosa ci stava scavalcando. Sì, ma cosa?

Un variegato mix, in parte talmente innovativo che il linguaggio arranca nel tentativo di afferrarlo nella sua organicità e di tracciarne chiari confini. Ci rinuncio anche io, è materia di cui discuteranno gli storici tra vent’anni. Ciò che invece un contemporaneo può fare è sezionarlo nelle principali caratteristiche, quelle che oggi emergono visibili. Purtroppo è la descrizione di chi si trova di fronte un mostro mai visto, un fenomeno mai esperito, un ragionamento quindi inevitabilmente confuso che rischia di dare troppo importanza ad aspetti solo superficiali, o che rischia di fraintenderne o ignorarne altri, utilizzando strumenti analitici e descrittivi vecchi e inadeguati. Ma proviamoci lo stesso.

GENERAZIONALE – È questo un dato di fatto incontrovertibile. L’età media degli eletti del M5S è di 37 anni. Va anche detto che si abbassa clamorosamente l’età media di quasi tutti i gruppi parlamentari, 45 quella della Lega, 48 quella del Centro Sinistra. Il concetto di rottamazione che ci accompagna da diversi anni, e che fu posto per primo proprio da Grillo, ha trovato quindi la sua applicazione. Finalmente! La generazione dei TQ, quella segnata da ogni sorta di incertezza e precariato, si prende la scena che gli compete e l’Italia gerontocratica accusa il colpo. Non è cosa da poco. Un Parlamento tanto giovane è imprevedibile, ed capace di qualsiasi cosa, nel bene e nel male. Finalmente un po’ di vento tra le ragnatele di questa Italia mummificata.

ANTIPOLITICO – È l’aspetto che attira gli epiteti di populismo e demagogia. Ma dobbiamo andare al di là dell’ingiuria. Certamente alcuni slogan sono triti e ritriti, degni di una discussione al bar dello sport: “andate tutti a casa”, “sono tutti uguali”, “sono tutti parassiti” etc. Si tratta di una umoralità che fa sempre presa, soprattutto in tempi di crisi. Ma c’è dell’altro. Si mette in discussione l’efficacia della democrazia rappresentativa, ovvero della delega. È una critica che finora non produce vere e proprie alternative ma intanto si inizia a porla. Quello che mi pare essere messa sotto processo è soprattutto la lentezza della politica, la sua proverbiale incapacità a decidere nei tempi (brevi) che il mondo contemporaneo richiede. Nonché la sua altrettanto proverbiale incapacità nel saper legiferare con chiarezza. Si pone l’accento sulla distanza che passa tra il buon senso della gente comune e le decisioni del Palazzo che spesso contraddicono quel senso comune. Meno enfatizzata, ma non assente, mi sembra la questione morale, con l’annesso impeto giustizialista (populismo, questo, più caro alla sinistra tradizionale).

POST IDEOLOGICO – Nel senso del rifiuto di rigidi schematismi destra-sinistra, e soprattutto delle conseguenze partitocratiche di tali schematismi: il necessario inchino a cordate, gruppi, conventicole, le logiche tutte italiane dell’appartenenza tribale e della raccomandazione. Non porsi il problema se si è di destra o di sinistra significa non perdere tempo in questioni che non vengono ritenute utili a nulla. Poi possiamo scartabellare l’intero programma dei grillini e scoprire la presenza di tante questioni di evidente derivazione no-global, e parlo del no-global anti liberista del primo decennio dei 2000, ma il punto resta la ferma volontà di non lasciarsi intrappolare dagli obbligati percorsi mentali di un modo di ragionare che non si ritiene più valido e più produttivo, un po’ come se qualcuno ci chiedesse se siamo guelfi o ghibellini. L’ideologia, magari inconsapevolmente, c’è sempre, ma viene privata della suo carattere statutario, viene smembrata, disarticolata, ricontestualizzata. Una sorta di bricolage ideologico.

FIGLIO DELLA RETE – È questo il punto più oscuro, che va al di là dell’ovvia familiarità con i mezzi che la rete mette a disposizione, e che chiama in causa il leader nascosto del Movimento, Casaleggio. C’è la diffusa sensazione (giustissima) che la rete rappresenti e permetta un cambio di paradigma epocale, una nuova alfabetizzazione con influenze dirette sull’organizzazione sociale ed economica mondiale, e forse anche sull’antropologia. Orwell che scrive La Città del Sole. L’enfasi è sulla velocità della rete e mi pare di intravedere una tensione futurologica andare a braccetto con un impeto futurista (e conosciamo il reciproco amore tra futurismo e fascismo). Staremo a vedere. Certo che nulla appare più distante dal quotidiano vissuto in rete delle lente, barocche e snervanti alchimie dell’apparato politico italiano. L’immagine grillina dei morti che camminano è in questo senso molto efficace.

Ed ora che accade? Tutti a interrogarsi su cosa farà ora Grillo, a decriptare ogni possibile sfumatura nei post del suo blog. Ci si dimentica che Grillo non è in Parlamento. Lì, in compenso, ci sono 163 eletti del M5S (109 deputati più 54 senatori) che equivalgono al 17% degli eletti nelle due camere. È ipotizzabile che queste 163 persone si rivelino essere niente più che burattini nella mani del gran burattinaio? Anzi, dei due grandi burattinai, Grillo e Casaleggio? In realtà la compattezza che dimostrerà questo gruppo è per ora un mistero ignoto a tutti, a Grillo stesso. In Parlamento non hai vincolo di mandato, sei parlamentare con la prospettiva di poterlo restare per 5 anni, e i richiami della “casa madre” giungono smorzati e flebili, soprattutto se questa è un non-partito che al massimo ti può espellere dal suo blog. Insomma, pochi luoghi esaltano l’individualismo quanto lo fa il Parlamento e l’idea che i post quotidiani di Grillo  – iperbolici e umorali come abbiamo imparato essere – funzionino sui deputati del m5S come i fondi della Pravda operavano sui membri del PCUS mi sembra improbabile. A ognuno le sue funzioni naturali: Grillo è il distruttore, è la testa d’ariete che ha sfondato le porte del castello, che vi ha fatto entrare 163 giovani sconosciuti; ma in Parlamento ci si sta per costruire, altrimenti non serve a nulla restarci. Il Grillo costruttore finora non si è visto, è un’attitudine che poco gli si adatta, e credo che questo sia chiaro anche a lui. Inoltre, costruire in Parlamento significa agire in modi che sono tutto opposti alla foga iconoclasta grillina, significa mediare, darsi scadenze più lunghe, agire di tattica, a volte abbracciare il nemico. Qualcosa del genere successe venti anni fa a Bossi, che non era meno di Grillo in capacità di distruzione. E Bossi, a differenza di Grillo, in Parlamento ci stava. La presa che Grillo continuerà ad avere sui suoi deputati e senatori è il vero quesito politico dell’imminente futuro.

Mind in a coma

Immagine della locandina di Girlfrien in a coma
Immagine della locandina di Girlfriend in a coma

Allora, Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, storico settimanale inglese alfiere del liberismo economico, decide di fare un film documentario sulla decadenza morale dell’Italia. Lo intitola Girlfriend in a coma e ne propone al MAXXI di Roma la proiezione per il giorno 13 febbraio 2013. La proiezione viene annullata dal neo direttore del MAXXI Giovanna Melandri che adduce motivazioni di opportunità legate al regime di par condicio elettorale, e giù critiche da ogni parte e accuse di censura, soprattutto da settori dell’estrema sinistra felici di poter attaccare qualunque esponente del PD (quale è la Melandri) gliene dia motivazioni.

Non mi risulta che né Emmott né l’Economist siano di cultura socialista e/o progressista, quindi non capisco l’improvviso amore per le loro posizioni da parte dei compagni duri e puri di casa nostra. Ora anche l’iperliberismo anglosassone va bene alla causa?
Non capisco perché un museo di arte contemporanea debba ospitare la proiezione di un film di chiara natura politico propagandista. Né capisco perché questa par condicio che, ci piaccia o no, è legge dello Stato, debba valere per qualcuno sì e per altri no.
Non ho visto questo documentario ma mi risulta che nel suo manicheismo espositivo (l’Italia buona contrapposta a quella cattiva) dia largo spazio ad interviste a Mario Monti e a Sergio Marchionne quali esempi positivi che (secondo Emmott) lasciano sperare nell’uscita dal coma del Paese.
Insomma, sono fisiologicamente contro ad ogni censura e quindi per quanto mi riguarda la Melandri ha sbagliato e se fosse per me… proiettatelo pure dove e quanto vi pare, ma mi fa schifo l’opportunistica indignazione sbandierata da alcuni benpensanti italiani per raggranellare qualche voto in più.
Vorrei infine dire ad Emmott che la decadenza morale dell’Italia nessuno la conosce meglio di noi italiani. La conosciamo talmente bene che la cultura autolesionistica del piagnisteo è diventata un pilastro del carattere nazionale e sarebbe ora che ce ne liberassimo. Vorrei anche ricordare ad Emmott che la decadenza italiana è solo uno dei tanti aspetti della ben più generale decadenza dell’Europa e dell’Occidente, decadenza che riguarda anche la sua Inghilterra, o che addirittura nella sua Inghilterra nasce e si sviluppa. Vada nella City londinese a cercare le origini della decadenza.
Ma un bel documentario sui danni che il colonialismo inglese ha causato in tutto il mondo come lo vedrebbe Sir Emmott?

Ah, dimenticavo, nei prossimi giorni l’Espresso renderà disponibile in download dal suo sito il film. Ovviamente a pagamento, perché anche la bella indignazione è uno stato emotivo non per tutte le tasche.

Ingroia e Bondi, il pilota e il meccanico nel Gran Premio Elezioni d’Italia

Ingroia_Bondi
Antonio Ingroia e Enrico Bondi

Una buona metafora ci rimanda ai minuti che precedono la partenza di una gara di Formula 1. La nostra telecamera riprende la scena dall’alto, poi in piano sequenza si abbassa sul piano stradale e gira tra i motori che iniziano ad accendersi. Si sofferma su qualche particolare, Berlusconi che indossa il casco liftato dal profilo di caimano, Bersani che già da qualche giorno è dentro la sua monoposto accesa, il Professor Monti che indugia davanti la sua, salgo? non salgo? accendo? scendo? Grillo che prende a calci il gommista. E poi si notano due facce nuove, un pilota e un meccanico.

Il primo è Antonio Ingroia, famoso magistrato antimafia nonché editorialista del Fatto. Si presenta con un logo che è un capolavoro di marketing: al centro in grande si staglia il proprio nome, garanzia assoluta di lotta alla criminalità organizzata; in alto il nome della sua lista, RIVOLUZIONE CIVILE, ovvero l’idea che ora, con lui leader, le persone civili ed oneste si incazzeranno e faranno addirittura la rivoluzione; infine in basso un’immagine che rielabora il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, ulteriore richiamo alla rivoluzione ma stavolta condotta dal “popolo”, il quarto stato appunto, e da qui l’ovvia equivalenza tra civiltà e popolo lavoratore. Molto bello.

Stimo da sempre Ingroia come magistrato ma la sua candidatura in politica (discesa? salita?) mi pone i seguenti insolvibili dubbi: A) Un magistrato indubbiamente bravissimo come lui non dovrebbe per il bene di tutti noi restarsene in magistratura ad “acchiappare” i tanti manigoldi italiani (lo stesso dicasi per il neo acquisto PD, l’ex Procuratore Grasso)? B) Non è forse una semplificazione banale e immiserente ridurre l’enorme complessità (economica, sociale, culturale) che caratterizza la crisi italiana solo alla lotta su scala nazionale contro tutte le mafie? C) Questo neo partito, che tra i suoi principali leader schiera gli ex magistrati Di Pietro, De Magistris e infine Ingroia, non mostra forse di costituirsi cementato di una cultura inquirente? Ovvero forcaiola e giustizialista e – per quanto mi riguarda – inquietante? D) Il pilota Ingroia si rende conto  di quanti politici lisi e iper trombati (Diliberto ad esempio, o Ferrero, o lo stesso Di Pietro) saliranno sulla sua carrozza (anzi, monoposto) nella speranza di rinverdire antiche glorie che altrimenti la storia recente e il buon senso degli elettori gli negherebbero? E) È possibile che nelle sue due prime uscite da candidato, Ingroia abbia trovato motivo di infervorarsi solo contro Napolitano e poi contro Bersani? Sono questi due il problema italiano per Ingroia? Stiamo forse, attraverso Ingroia, per assistere all’ennesima, noiosa, irritante, inconcludente e suicida lotta fratricida a sinistra? F) Infine, possibile che gli italiani si appassionino sempre e soltanto  alle reincarnazioni di Savonarola?

Passiamo al meccanico che sta dando gli ultimi ritocchi alla monoposto del Professor Monti. Si tratta di Enrico Bondi. La sua biografia in wikipedia inizia dicendo che è «Laureato in chimica, vanta grande esperienza nel risanamento di imprese in crisi.» Poi, sempre wikipedia, aggiunge «è uno dei 45 personaggi importanti del capitalismo italiano firmatari, nell’aprile del 1997, di una lettera al Parlamento italiano con cui si chiedeva la depenalizzazione del reato di falso in bilancio». Perfetto, abbiamo quindi un chimico fan della depenalizzazione del falso in bilancio che, a suo modo, “risana” e rilancia aziende in crisi, Montedison prima e Parmalat poi. Cosa c’entra ora Bondi con le prossime elezioni italiane? C’entra perché è stato incaricato da Monti (Monti in quanto leader politico, non in quanto Primo Ministro) di valutare pendenze penali ed eventuali conflitti d’interesse dei futuri candidati delle liste che lo sosterranno, quindi UDC, API, Italia Futura e FLI.

Come il “Signor Wolf” del film di Tarantino, Bondi è l’uomo che risolve problemi. Qualunque problema. Aziende in bancarotta? C’è Bondi. Spending Review? Chiamiamo Bondi. La sanità del Lazio ha un buco di 900 milioni di euro? Nominiamo Bondi Commissario Straordinario (o liquidatore, fate voi). Insomma, l’integerrima intransigenza e raffinata razionalità di Bondi ne stanno facendo l’uomo giusto per ogni evenienza, quasi un taumaturgo (ed in questo lo affianco ad Ingroia). L’idea che ora valuti anche il profumo di pulito e di freschezza dei candidati pro Monti, però, fa un po’ sorridere. Non solo perché nemmeno un uomo di valore come lui potrebbe districare l’intricatissimo conflitto d’interessi interno ad un movimento politico che è diretta espressione della “raffinata” imprenditoria italiana (opposta a quella becera di marca berlusconiana), ma anche perché la sua nomina a Ministro dell’Etichetta e dell’Opportunità esprime una logica di problem solving tipicamente aziendalista, bocconiana, comunque non politica anzi, proprio dal punto di vista della buona politica, decisamente tragica: decisionista, verticistica, gerarchica, ed anche un po’ ipocrita. Insomma un meccanico che non risolve il guasto ma lo istituzionalizza.

ILVA: follia, metodo, tragedia

ILVA e quartiere Tamburi
ILVA e quartiere Tamburi

FOLLIA. Scendendo da Bari verso Taranto, i fumi dell’ILVA inizi a scorgerli all’orizzonte già all’altezza di Gioia del Colle. Un altro ottimo punto d’osservazione è il ponte di Punta Penna, quello tra i due mari. Da lì lo skyline dell’ILVA giganteggia, affumica il cielo in alto poggiandosi sui Tamburi in basso. A occhio e croce l’ILVA è estesa quanto il centro abitato di Taranto, è una città dietro un’altra, ferma alle sue spalle, in parte sembra abbracciarla. Cerchiamo di immaginarli questi due territori di simili dimensioni e appiccicati l’uno all’altro: qui non parliamo di una “fabrichetta” nascosta negli anfratti di qualche sconfinata periferia, qui parliamo di due gigantesche entità che da anni convivono, dividendosi lo stesso territorio.
Un paragone bizzarro ci può aiutare: pensate di avere per 18 anni (1995-2012) una persona grande e grossa come voi incollata alle vostre spalle e che 24 ore su 24 vi butta in faccia il fumo della sua sigaretta. Il giorno che quel fumo vi produrrà un tumore ai polmoni potreste mai dire “oddio, com’è potuto succedere”?
Teniamole in mente le proporzioni, le grandezze, i tempi, teniamole bene in mente le dimensioni spoaziotemporali perché in questa storia giocano un ruolo importante, perché se la prima regola di chi delinque è quella di non dare nell’occhio qui troviamo la perfetta ed efficace applicazione della regola opposta. E se l’assistere ad un reato senza denunciarlo è a sua volta un reato allora qui troviamo ribaltate, come in un allegro carnevale, le più elementari regole della convivenza civile, qualcosa che – con le dovute distinzioni – lega vittime e carnefici. Follia, follia allo stato puro.

METODO. Il 27 luglio 2012 il GIP di Taranto Patrizia Todisco emette un’ordinanza di sequestro di sei impianti dell’Ilva. L’ordinanza si basa su due perizie, una chimica e l’altra epidemiologica, che in forma di prova (incidente probatorio) stabiliscono durata, quantità e tipologia delle emissioni inquinanti dell’ILVA, nonché il nesso diretto tra tali emissioni e l’incredibile aumento di mortalità nel territorio tarantino per cause respiratorie, cardiache e oncologiche. Tra i vari punti dell’ordinanza ho selezionato i seguenti:

«La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone.»

«l’attività emissiva si è protratta dal 1995 ed è ancora in corso in tutta la sua nocività.»

«Non vi sono dubbi che gli indagati erano perfettamente al corrente che dall’attività del siderurgico si sprigionavano sostante tossiche nocive alla salute umana ed animale.»

«Le sostanze inquinanti erano sia chiaramente cancerogene, ma anche comportanti gravissimi danni cardiovascolari e respiratori. Gli effetti degli Ipa e delle diossine sull’uomo non potevano dirsi sconosciuti.»

Nella popolazione residente a Taranto si sono osservati «eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali, per singoli tumori e per importanti patologie non tumorali, quali le malattie del sistema circolatorio, del sistema respiratorio e dell’apparato digerente, prefigurando quindi un quadro di mortalità molto critico.»

«Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza.»

Non vi sono dubbi sul fatto che tale ipotesi criminosa sia caratterizzata dal dolo e non dalla semplice colpa. Invero, la circostanza che il siderurgico fosse terribile fonte di dispersione incontrollata di sostanze nocive per la salute umana e che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben nota a tutti.»

«Non vi è dubbio che gli indagati, adottando strumenti insufficienti nell’evidente intento di contenere il budget di spesa, hanno condizionato le conseguenze dell’attività produttiva per la popolazione mentre soluzioni tempestive e corrette secondo la migliore tecnologia avrebbero sicuramente scongiurato il degrado di interi quartieri della città di Taranto

Due le frasi che restano ben impresse in mente: «che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben noto a tutti». E poi «nell’evidente intento di contenere il budget di spesa». Due frasi che sono lo zenit e il nadir di questo distopico racconto. Ecco come:

L’ILVA (ex ITALSIDER), proprietà della famiglia Riva dal 1995, è una delle più grandi aziende siderurgiche europee. Gli stabilimenti tarantini sono addirittura i più estesi del continente. L’ILVA produce e vende acciaio, è un’azienda solida, fattura miliardi d’euro ogni anno (9,5 nel 2011) e dà utili in gran quantità (2,5 miliardi di euro negli ultimi 4 anni). Solo a Taranto, tra dipendenti diretti ed indotto (188 aziende pugliesi), stipendia circa 20.000 persone. È il classico “fiore all’occhiello” della sempre più malandata industria italiana. Ha un solo problema: inquina, inquina tanto, emette nell’aria polveri sottili (PM10), diossina e una lunga serie da brividi di veleni, diossido di azoto, anidride solforosa, acido cloridrico, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, benzo(a)pirene, cromo trivalente, monossido di carbonio, biossido di carbonio, ossidi di azoto, ossidi di zolfo, arsenico, cadmio, cromo, rame, mercurio, nichel, piombo, zinco. Contamina l’aria respirata dai tarantini, contamina i terreni, i pascoli, gli animali degli allevamenti vicini alla fabbrica.

Queste cose si sanno da tempo, già nel 2008 l’ARPA misura livelli emissioni di diossina 11 volte superiori alle norme, nonostante ciò il Ministro dell’Ambiente Prestigiacomo concede l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Si sanno queste cose, e si sa pure che a Taranto si muore proporzionalmente più che nel resto della Puglia, fioccano i tumori e le malattie respiratorie e cardiovascolari. Si sa anche che la colpa è dell’ILVA, lo si sa per buon senso, per evidenza oculare ed olfattiva, perché gli altoforni fumano nuvole rosse ogni giorno, perché quando c’è il vento la città – in particolare i poveri quartieri Tamburi e Borgo – si riempie di polvere rossa. E torna in mente la frase del GIP «che tale dispersione cagionasse danni importanti alla popolazione era ben noto a tutti».

Ma risanare l’ILVA, portare le emissioni dentro i limiti stabiliti dall’OMS, costa tanto, tra i 3 e i 4 miliardi d’euro prevede il recente decreto Monti, cifra che se rapportata agli utili può significare per i Riva 6 anni senza guadagni, e allora torna in mente l’altra frase del GIP «nell’evidente intento di contenere il budget di spesa».

Il metodo ILVA è semplice. Con l’ILVA ci guadagnano tutti, morire di tumore o di enfisema è solo il fisiologico scotto da pagare alle esigenze del PIL. Il metodo ILVA “ammorbidisce” e tiene buoni tutti, dà una mano quando serve, finanzia campagne elettorali (nel 2006 risultano da Riva 245.000 euro a Forza Italia e 98.000 a Bersani), partecipa senza evidenti motivi alla cordata “salva Alitalia” voluta da Berlusconi, restaura chiese e cimiteri nella città di Taranto, paga attività dopolavoristiche (gestite dai sindacati) per i dipendenti. L’ILVA dà lavoro, in cambio chiede silenzio. E silenzio riceve. Un silenzio assordante, appiccicoso come una ragnatela, un silenzio che fa schifo. Dov’erano in questi anni le Istituzioni, lo Stato, la Regione, il Comune? Dove era la Chiesa? Dove i partiti? Dove i sindacati? E i giornalisti? Dov’erano anche loro? Tutti a spartirsi la loro quota di silenzio apparecchiata sopra i cadaveri delle solite vittime, operai e cittadini. Come bravi compagni di merende.

Comunque, per il momento sono indagati il vecchio Riva, suo figlio Nicola e due dirigenti ILVA. A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.
E sono indagati per concussione anche due politici, entrambi PD, della Provincia di Taranto, il Presidente e l’ex assessore all’ambiente: avrebbero favorito il rilascio dell’autorizzazione ambientale per la costruzione di una discarica, priva dei requisiti di legge.

Ma se anche questi fossero solo i primi “acciuffati” di una futura lunga serie, sento che non basta, non basta a ricondurre questa vicenda nei “normali” ambiti delle solite truffe all’italiana. C’è qualcosa di più in questo continuo e sistematico e palese e macroscopico avvelenamento ambientale, qualcosa di più in questo sciagurato evocare la morte e quiescentemente osservarla agire, qualcosa che chiama in causa avidità e ignavia, disprezzo per la vita e indifferenza, paura, incoscienza, apatia, cortigianeria e servilismo… follia.

Io non sono esperto di giurisprudenza e il mio giudizio vale poco più di nulla ma se penso a tutta questa storia non mi vengono in mente “semplici” reati come corruzione o concussione ma qualcosa di più imponente, imponente quanto è l’ILVA vista da Taranto: CRIMINI CONTRO L’UMANITA’.

TRAGEDIA. Scegliere tra lavoro e salute è, appunto, una scelta tragica. Tragica in quanto porta con sé il fallimento certo di ogni azione, di ogni scelta. Non c’è salute senza lavoro, non c’è lavoro senza salute. Resta solo la rabbia.

Un convinto voto disilluso

Carlo Maria Martini

Da molto tempo la politica ha smesso di incidere significativamente sulla realtà quotidiana della gente,  ha spazi di manovra sempre più limitati. Certamente non incide nulla sulle questioni economiche-finanziarie; in questo campo subisce, come un piccolo ingranaggio, ordini superiori. Qualcosa di più può fare nell’ambito dell’equità sociale decidendo, ad esempio, su quali spalle e in che percentuale spalmare il peso della crisi. Oppure sul piano delle questioni civili, come in Italia dove può accelerare o ritardare la nostra transizione verso una laicità che non sia solo di facciata, com’è ora. Tutto qua, e poco altro.

Ma per fortuna “politica” non è solo l’Istituzione e il mondo dei partiti che l’alimenta. È politica anche tutto ciò che viene “dal basso”, l’associazionismo, il sindacato, lo sciopero, le manifestazioni, le raccolte di firme per i referendum e così via. Anzi, forse oggi questa è la sola politica che ci resta, quella che rende viva una società, la sottrae all’apatia (la moderna forma di dittatura) e alla triste e irrelata ritualità della politica istituzionale, elezioni, Governo, Parlamento, forme di rappresentanza sempre più modellate sul format del reality.

Premesso ciò – premessa, quindi, una spietata disillusione sullo stato delle cose che ci deve sempre accompagnare in ogni ragionamento sul “che fare” -, resta la constatazione che la democrazia rappresentativa non presenta ancora valide forme alternative, niente di più efficace se non altro sul piano dell’organizzazione sociale. Una comunità di 60 milioni di persone non è un condominio e sempre di rappresentanti avremo bisogno, sempre di qualcuno a cui delegare almeno una parte delle nostre decisioni. E costoro, i delegati, a loro volta eleggeranno dei loro rappresentanti di livello superiori e così via fino all’olimpo dei “capi supremi”. Niente di nuovo, così è il potere, questa ne è in soldoni  l’inevitabile struttura piramidale.

E se anche volessimo snobbare la politica istituzionale, astenerci disgustati dal legittimarla ancora una volta con il nostro voto; se anche volessimo protestarla tramite un’indignata non partecipazione; se anche dedicassimo ogni nostra esclusiva energia alla politica diretta e quotidiana, sindacati, rappresentanze locali, movimenti d’opinioni etc, resta il fatto che quel Potere – pur delegittimato dai cittadini e azzoppato da multinazionali e finanza mondiale – esiste, decide almeno in parte sul nostro futuro, dobbiamo farci i conti. È il nostro interlocutore. C’è e sempre ci sarà. È un collo di bottiglia dentro il quale dobbiamo per forza passare. E allora facciamo in modo che questo angusto collo sia il più largo e morbido possibile.

Votare per rappresentanza non significa votare una persona che faccia tutto quel che tu vorresti, o che ragiona, pensa, percepisce le cose come fosse una tua fotocopia. È ingenuo e infantile pensare che una volta espressa la delega al tuo rappresentante (ammesso che costui venga eletto) tu possa aspettarti e pretendere a braccia conserte la soddisfazione di tutti i tuoi bisogni. Si vota la persona più vicina a noi, alle nostre idee, quella più sensibile ai nostri bisogni. E dire che si vota il “più vicino” a te significa a volte – molto spesso – affermare l’equivalente del tanto vituperato detto “votiamo il meno peggio”. È proprio così, quando si vota si vota sempre il meno peggio, partendo dal presupposto che “il meglio” per te sei proprio te stesso, o un tuo clone. E quel “meno peggio”, pur ipotizzando la sua buona volontà e onestà, dovrà comunque fare i conti con altre centinaia di “meno peggio” delegati da altri cittadini, diversi da te, distanti da te, forse addirittura l’opposto da te. Democrazia è mediazione tra opposti.

Voto il candidato “meno peggio” sperando che riesca a mediare la migliore soluzione possibile per me, all’interno di un contesto in maggioranza ostile (il Parlamento italiano) e comunque sapendo che tale contesto è fortemente limitato nei suoi poteri e nelle sue possibilità. Lo so, è una visione della democrazia rappresentativa decisamente povera, triste, priva di qualunque fascino, ma questo oggi è il nostro menù.

In queste primarie del centrosinistra ho votato per Nichi Vendola, lui, quello che nel suo pantheon dice di avere il Cardinal Martini. E l’ho votato non perché mi identifichi in tutto quel che dice, non perché lo ritenga il mio “leader”, né ho per lui alcun “culto del capo”. Semplicemente è il più vicino a quel che credo, o il meno lontano, quindi il meno peggio. Ci ho provato, è andata male ma almeno ci ho provato, e ci riproverò alle prossime elezioni. Sono iscritto al sindacato e continuerò a scioperare se e quando serve, a scendere in piazza se e quando serve, a partecipare ad assemblee, a parlare di politica ovunque, a scrivere testi teatrali politici e a metterli in scena indebitandomi. Continuerò a farlo e continuerò a votare il meno peggio che riesco ad individuare, affinché il mio inevitabile interlocutore governativo – il potere – sia se non altro il meno peggio, in grado almeno di parlare la mia lingua. Un voto convinto e disilluso che serve poco e che deve essere accompagnato da tante altre pratiche quotidiane, ma un voto a cui non rinuncio perché l’alternativa non mi convince, mi sa di riflusso, di apatia, di indifferenza, di qualunquismo.

La morte bianca di Giovanni Falcone

Giovanni Falcone – 1939 / 1992

20 anni fa Capaci. E fin qui siamo all’interno del mito. Ma è osservando bene la foto qui a fianco, Falcone che apre sorridente la finestra, forse di casa sua o forse del suo ufficio, che possiamo uscire dal mito ed entrare nella vita reale e quotidiana.

Il mito – nella sua moderna accezione – e il linguaggio che lo esprime, la retorica, uccidono il fatto in sé ingabbiandolo all’interno di una rete di significati precostituiti. Il “fatto” non è più tale ma diventa pietra dura, quella dei monumenti nazionali, che a nulla servono se non a reiterare un sistema culturale, sociale ed ideologico, che a sua volta crea i presupposti per quegli stessi fatti e che di quei monumenti, e del sangue di cui sono costituiti, si nutre.
Falcone eroe, come Achille, o come Ercole che da eroe diviene dio. Falcone e Borsellino come membri di quella categoria di uomini eccezionali e inarrivabili e, infine e in quanto tali, non umani, ovvero inesistenti.

Falcone che spalanca la finestra sorridendo fu un uomo. È un ovvietà, d’accordo. Ma lo è finché quel sostantivo lo si dà per scontato, lo si legge non come veicolo di significato ma come mero elemento costitutivo per un discorso “altro” (e retoricamente “più alto”). Uomo, invece, è già discorso, è tutto il discorso, tutto quello che serve.
Falcone era un uomo di 53 anni e come tutti gli uomini aveva una sveglia che la mattina lo distoglieva da un sonno dolce e dal calore della compagna. Faceva probabilmente colazione a casa sua, scherzava con sua moglie e poi andava a lavorare, forse allegro forse stanco forse sereno forse no. Anche lui sognava una vacanza, anche lui si arrabbiava e anche lui nella sua breve vita avrà fatto qualcosa di sbagliato o di ingiusto.
Un uomo, con tutta la miseria e la grandezza che dell’umanità conosciamo.
Un lavoratore stipendiato che, come tutti i lavoratori, si sarà spesso chiesto “ma chi me lo fa fare?”.
Falcone e Borsellino e i loro agenti di scorta sono uomini morti sul lavoro. In questo senso la loro fu una delle tante morti bianche, odiosa fisiologia del mondo del lavoro.
Certo, il rischio quotidiano di quel loro lavoro è di gran lunga più alto del rischio quotidiano di (ad esempio) un qualunque impiegato, ma il punto è che non tutto si sceglie e che la vita a volte alza la posta in gioco senza chiederti il permesso. Vivere, quindi, significa accettare quel tragico gioco, qualunque sia.

Falcone e Borsellino e i loro agenti sono eroi nell’accezione di Caparezza:
«sono un Eroe / perché combatto per la pensione
sono un Eroe / perché proteggo i miei cari / dalle mani dei Sicari / dei cravattari
sono un Eroe / perché sopravvivo al mestiere
sono un Eroe / straordinario tutte le sere».
Uomini, quindi. Perché riconoscerne l’umanità, la banale umanità, è il modo migliore per continuare la loro lotta. Se fossero eccezionali saremmo tutti giustificati nel prenderne le distanze… “io sono un banale uomo, come tanti, non sono un eroe”. Riconoscendoli uomini uguali a noi siamo posti di fronte alla normalità della loro scelta, una normalità che spaventa, che fa paura ma che non discrimina gli eroi dagli uomini semmai i vivi dai morti viventi.