Mario Monti: un premier, un commissario o un curatore fallimentare?

Giorgio Napolitano e Mario Monti

In parte trattenuta e ancora guardinga, forse sfiancata dalla stanchezza, più rabbiosa che gioiosa, certamente angosciata per un futuro ancora tanto incerto, la festa è mesta. Cosa c’è da festeggiare? Sì, Berlusconi non è più Primo Ministro e non lo sarà mai più, ma non è caduto lui, qui è l’Italia intera ad essere caduta. Inutile girarci intorno, l’Italia è commissariata, la politica italiana, tutta, è commissariata. E cosa c’è di più antipopolare e meno democratico di un commissariamento degli organi esecutivi?

Il peggior governo della storia repubblicana d’Italia se ne andato. Non rivedremo più, almeno per un bel po’ di mesi, quell’accozzaglia inguardabile di nani e ballerine, mafiosi e faccendieri, fascisti in doppiopetto e baciapile, lecchini e puttane. Il governo dei mediocri se ne andato ma la sua uscita di scena non è sotto il segno della sconfessione generale, della condanna popolare, della damnatio memoriae, non sono stati seppelliti da una rivolta nazionale, da un’indignazione collettiva, né dal voto. No, niente di tutto questo, sono usciti di scena sotto il segno dell’emergenza, del “responsabile dovere” verso una situazione eccezionale che spacciano come indipendente dal loro operato. Non sono stati battuti dalle opposizioni, dalla “nostra” cara Sinistra, dal nostro martellante urlare “vattene”. No, sono stati cacciati da novelli “alleati” che al posto dell’uniforme da soldato indossano le raffinate cravatte dell’alta finanza. E questa odierna tabula rasa non distingue i buoni dai cattivi, non ascolta le ragioni dei forti, figuriamoci dei deboli.

Con loro esce di scena la politica italiana tutta, di qualsiasi colore, una politica che in Italia non è la più nobile delle arti intellettuali, come sosteneva Platone e come con fastidiosa arroganza spesso ricordava D’Alema, è il rifugio dei mediocri, è il regno delle vanità e degli egoismi personali. Nella migliore delle ipotesi è uno stadio in cui opposte curve di ultrà si confrontano sino a malmenarsi. Viene da chiedersi se l’uscita di scena del governo Berlusconi non segni l’irreversibile fine della politica così come l’abbiamo conosciuta, o studiata a scuola, o sognata, la disciplina dove i diversi interessi sociali si mediano in nome del bene comune e della prosperità dell’intera nazione.
Cosa dobbiamo applaudire se la fine dell’incapace populista Berlusconi segna l’inizio dell’efficiente tecnocrate Monti, se il referente politico slitta dal “popolo” (seppur nel suo populismo Berlusconi era al popolo che si rivolgeva) ai “mercati”? Commissariati dai mercati, commissariati dai finanzieri, commissionati da nazioni straniere, commissariati dal capitalismo mondiale del salotto buono. Passiamo da un capitalismo “cafone” e cialtrone ad un capitalismo elegante, vagamente liberal, vagamente keynesiano, tutto qui. E cosa si dimostrerà, poi, Monti? Un premier, un commissario o un curatore fallimentare?

Talmente esausti e nauseati dalla volgarità italiana, da premier che raccontano barzellette da osteria, da ministri che fanno le pernacchie, da fellatio di valore ministeriale, applaudiamo come un novello Che Guevara il liberatore Monti, il suo viso austero e rigoroso, la sua efficienza bocconiana scolpita sull’alta fronte. Certo che l’applaudiamo, al punto in cui siamo applaudiremmo anche un governo Pacciani. Ma sono certo che nei prossimi giorni smetteremo di applaudirlo, quando applicherà a tutti noi le sue dolorose ricette, le ricette della BCE. E se pur quelle ricette dovessero funzionare, se pur dovessero riportare un po’ di calma in questo sgangherato Paese, resterà l’ineludibile sensazione di un fallimento, il fallimento di un popolo che non è in grado di esprimere rappresentanti degni, il fallimento di un popolo che non sa badare a se stesso, il fallimento della democrazia rappresentativa.

L’enigma Renzi, un black bloc in giacca e cravatta

Matteo e Mike
Matteo e Mike

Seppur ancora per pochi anni sono un TQ, di quelli che scalciano e si indignano, e allora esulto, Renzi mi rappresenta, è la nemesi generazionale che avanza. Seppur con molte crepe sono ancora plasmato dall’ideologia, la falce e martello, il sol dell’avvenir, e allora mi deprimo, Renzi mi è avverso, è di destra, è la vittoria completa del berlusconismo.
Un black bloc in giacca e cravatta che tira parole dure e appuntite come sampietrini sulle teste canute di vecchi leader consunti. È divertente la reazione dell’apparato, spiazzata, sorpresa, imbarazzata, e questo perché l’ex concorrente della ruota della fortuna sposta la discussione su un campo privo di qualunque possibilità dialettica. Ma quali idee (figuriamoci gli ideali), ma quali programmi, tutto è racchiuso in un solo concetto che più o meno suona così: “siete vecchi, andatevene in pensione (voi fortunati che ce l’avete)”. Cosa può ribattere un Bersani, un D’Alema, un Veltroni ad una verità talmente chiara e inoppugnabile? Nulla, e infatti non si crea alcun dibattito. Renzi non dice nulla di nuovo e soprattutto nulla di chiaro. Il suo messaggio sta tutto nel “mezzo”. Renzi è il messaggio, giovane e scalpitante.

C’è una crisi sistemica mondiale, c’è un modello di società che non funziona più, c’è un Occidente che lentamente sta per uscire di scena. E che dice Renzi di tutto questo? Cosa di nuovo, di chiaro, di risolutivo? Spavaldamente innovativo, vagamente socialista, vagamente liberale, vagamente giustizialista, vagamente green, chiaramente banale. La somma delle sue approssimazioni dà banalità, ma una banalità ben nascosta dalla più grande delle qualità, la giovinezza, qualcosa che in Italia latita da almeno un secolo. E cosa può un povero vecchio apparato incrostato di sconfitte sedimentate, cresciuto ragionando tra Marx, Marcuse, Keynes, quando gli si contrappone “solo” un’esuberanza generazionale iconicamente (e, ancora una volta, vagamente) modellata su Steve Jobs?

Se lo meritano Renzi, i vari Bersani, D’Alema, Veltroni, Vendola, Camusso, se lo meritano perché è anche colpa loro se in Italia i VTQ (venti-trenta-quarantenni) sono stati privati del presente e del futuro, ne è stato calpestato e umiliato l’entusiasmo, la fantasia, la preparazione, tutto in nome di una gerontocrazia clientelare peculiarmente italica e vagamente mafiosa che è ancora oggi il principale problema di questo Paese. La sua rabbia è anche la mia e allora tifo per lui quando si rivolge all’apparato e gli dice, in parole povere, “avete fallito, fatevi da parte”. Cosa c’è, o ci dovrebbe essere, di più ragionevole del fatto che chi continuamente fallisce se ne debba andare via lasciando spazio ad altri?
Mi sono sempre chiesto perché un popolo come il nostro, tanto appassionato di calcio, non tragga poi dal calcio la sua principale verità: squadra che perde si cambia, e il primo a saltare è l’allenatore. Ha ragione Renzi quando pone davanti a tutto la questione del merito. Se poi lui, il Renzi, sia uno meritevole, questo è tutto un altro discorso. Per ora mi sembra solo l’ovvio frutto di ciò che è stato seminato.

1977 vs 2011: movimenti a confronto

Durante l’anno scolastico 1977-78 ero iscritto al primo anno di scuola superiore. Da poco piombato nell’età adulta, o almeno tale mi pareva l’appartenenza ad un istituto superiore, giravo con Lotta Continua infilato nella tasca in modo che si vedesse bene. Non posso dire che “ho fatto” il ’77, ma un po’ di quella atmosfera, di quei linguaggi, di quell’ambiente, l’ho conosciuto, quel tanto che mi basta per abbozzare un confronto tra allora e oggi.
Il ’77 era terribilmente ideologico, l’ideologia impregnava la retorica, l’analisi, la prospettiva. Il 2011 non ha quasi alcuna ideologia a supporto. Ha un’analisi, quella sì, un’analisi dell’attuale le cui deficienze sono sotto gli occhi di tutti. Ma evidenziare ciò che non va e perché non va non è ideologia, al massimo è solo buona capacità analitica.
Nel ’77 tutti parlavano di politica, il “che fare” era una domanda condivisa. Oggi finalmente, dopo tanti anni di rincretinimento collettivo, mi sembra si stia tornando ad un simile livello di partecipazione.
Il ’77 era violento, molto più di oggi, e la violenza era uno strumento, forse il principale, dell’azione ideologica. La violenza odierna fortunatamente è minore ma fa un po’ più paura perché è rabbiosa, anarchica, incontrollata, imprevedibile, può crescere a dismisura.
Se il ’77 era mosso dall’ideologia, il 2011 è mosso da “fame”, fame soprattutto generazionale. A occhio e croce l’ultima generazione che ha avuto un accesso relativamente semplice al mondo del lavoro, e parlo di lavoro con le sacrosante garanzie, se non proprio il “posto fisso” qualcosa di simile, è stata quella degli attuali 45enni. Al di sotto di questa soglia inizia il baratro del precariato, dei forse 1000 euro al mese senza versamenti, senza prospettive certe, senza il miraggio di una pensione. Questo disastro generazionale prodotto dai nostri politici ed economisti si inizia a sentire nelle sue estreme conseguenze solo ora. Non che dieci o quindici anni fa non ci fosse ma essere precario a vent’anni lo accetti, a quaranta no, a quaranta ti incazzi, ti ribelli. Non c’è famiglia col precariato, non c’è casa, non c’è previdenza, non si costruisce, si vive alla giornata. Quando parlo di “fame” intendo questa, fame di costruire il proprio futuro, di realizzarsi, di vivere sic et simpliciter.
Nell’ideologia il ’77 trovava anche la sua prospettiva, l’obiettivo a cui ambire. Obiettivo che poi fallì completamente producendo da un lato gli anni di piombo e dall’altro, per rigetto, il craxismo. Nessuna chiara prospettiva nel 2011, vaghi accenni a “mondi migliori”, qualche rimpianto di socialdemocrazia mancata, sguardi fugaci a J.M. Keynes, episodici rigurgiti di marxismo. L’unica prospettiva resta, appunto, soddisfare la “fame” il più presto possibile. Ed è in questa sensazione di un tempo limite ridotto agli sgoccioli, di un’urgenza impellente, che risiede lo spirito mondiale del 2011. Ma se il limite dell’ideologia è la sua rigidità, l’incapacità che ha nel confrontarsi col mondo che cambia, il limite della fame e dell’urgenza sta nella sua impossibilità a coesistere con la calma e la razionalità, con la “gioia e rivoluzione”.

I black bloc e i limiti del movimento

L’intervista ad uno degli incappucciati di sabato scorso, pubblicata da Repubblica , mi sembra mettere la parola fine a quella sorta di leggenda metropolitana dietro cui i movimenti no-global prima e indignados ora si rifugiano, leggenda che vuole i c.d. “black bloc” niente altro che poliziotti travestiti da manifestanti con la consegna di provocare disordini, sputtanando così l’azione e gli obiettivi del movimento. Continuando su questa interpretazione, la battaglia romana di sabato altro non sarebbe stata che un finto scontro tra polizia scoperta e polizia mascherata. Per onestà aggiungo che tale tesi è raramente formulata in termini tanto radicali: generalmente si preferisce evidenziare la presenza tra i manifestanti violenti di poliziotti infiltrati che usano le frange più estreme del corteo spingendole alla battaglia. Già questa mi pare più plausibile, o almeno certe immagini e certe testimonianze di Genova 2001 hanno dimostrato una buona attendibilità di tale ipotesi. Ma anche in questo caso non viene minimamente scalfita quella che per me è una verità scomoda e difficile da accettare, ma che va affrontata: primo, i black bloc sono un problema del movimento; secondo, è evidente una continuità tra il movimento e le sue espressioni più violente.

Mi soffermo sul concetto di “continuità” che è il centro della mia affermazione ma è anche il più difficile da sezionare e chiarire. Da più parti si legge dell’assenza tra i cappucci neri di una qualunque forma di linguaggio politico, una analisi, una strategia, come se la loro fosse una violenza cieca, immotivata, volgarmente criminale, fine a se stessa o alla soddisfazione di un ego malato. Non è così, 1000 persone che tirano sanpietrini è un atto politico, magari stupido, sicuramente non condivisibile, ma politico. Credo che i protagonisti dei fatti di sabato siano persone mosse da una forte rabbia contro l’attuale sistema socioeconomico mondiale e (peculiarità italiana) contro l’attuale governo. Credo quindi che siano figli di una radicale critica al “sistema” tanto quanto lo sono tutte le anime non violente e pacifiste del movimento. Detta così, sembrerebbe stia dando ragione ai titoli a tutta pagina di Libero o del Giornale che definiscono i black bloc “cocchi della sinistra”. In realtà non c’è da parte mia alcun intento accusatorio né alcun cedere alle becere semplificazioni di Belpietro & c. Cerco solo di venire a capo di un problema evidente e innegabile, tant’è che sono passati esattamente dieci anni da Genova 2001 e le cose si ripetono per filo e per segno… e i poliziotti infiltrati non centrano proprio nulla. Il punto è che tante delle analisi politiche, sociali, economiche che appartengono all’intelligenza del movimento sembrano non dare scampo: il sistema è malato nelle fondamenta e, paradossalmente, sfasciarlo sembra un’opzione più logica e conseguente che limitarsi ad una sterile protesta. La vaghezza delle parole d’ordine e degli obiettivi del corteo di sabato mi conferma questa idea, ovvero che siamo tutti ben informati di quanto sia grave e perversa la nostra economia e la nostra società ma che da tali presupposti non si riesca a produrre una chiara proposta politica, e di fronte alla mancanza di un progetto politico la violenza “sfascista” ha il suo appeal, ha facile vita.

Per quanto mi riguarda la violenza non è un’opzione, l’unica opzione è la politica e fin quando si continuerà ad insistere con queste manifestazioni monumentali che mettono insieme gli scout ai marxisti leninisti, che non hanno alcun collante se non un vago scontento, che non canalizzano chiare e praticabili proposte al di là della romantica retorica vendoliana, che non riescono a confrontarsi con il principale luogo deputato al confronto politico, il parlamento, si continuerà a prestare il fianco ai lanci di sanpietrini e a chi non vede l’ora di bollare ogni critica al sistema come estremista e violenta.
Non sto riproponendo l’antico ammonimento di Marx, l’estremismo come malattia infantile del comunismo, semmai ventilando l’ipotesi che il “nostro” estremismo se non strutturato politicamente possa virare verso una nuova forma di ribellione che ha fatto la sua comparsa a Londra lo scorso agosto, ribellione questa davvero inutile e improduttiva, se non di un male ancor peggiore di quello che l’ha generata.

Sono indignato e me ne sto a casa

Sono indignato da sempre, sono indignato da 48 anni, sono nato indignato. Mi indigna l’ingiustizia, la povertà, l’inciviltà, l’ignoranza, il razzismo, mi indigna Silvio Berlusconi e il suo governo, mi indigna la nostra classe politica, mi indigna l’alta borghesia cattolica, mi indigna chi non paga le tasse, chi non rispetta la fila, chi sorpassa a destra, chi pensa che i diritti ci siano stati regalati, chi dice “io non sono razzista MA…”, chi dice “tanto so’ tutti uguali”, mi indigna il clericalismo, il bigottismo, il paternalismo, le mafie, le lobby, le cricche, gli amici degli amici, mi indigna chi parla senza sapere di cosa parla. Oggi me ne sto a casa, la grande manifestazione romana degli “indignati” non mi interessa, non mi convince, non ha per me nessun “appeal”. Non che snobbi la piazza, tutt’altro, non che non capisca che democrazia è partecipazione, no, niente di tutto questo. Ero al Circo Massimo con Cofferati quando si trattava di difendere l’articolo 18, ed ero alle calcagna degli scettici quando si trattava di portarli al referendum sull’acqua pubblica e sul nucleare. E’ che se devo lottare su un tema chiaro, preciso, che ci porta ad un obbiettivo immediato, allora ci sono, altrimenti…
Che cos’è questa odierna marcia degli indignati? Soprattutto cos’è nella versione italiana? La tardiva adesione ad una bella moda nata mesi fa in Spagna e poi esportata a New York? Oppure, più probabilmente, l’ennesimo abito che indossa il variegato popolo della sinistra italiana, quella che schifa la propria versione parlamentare e che di volta in volta si fa no-global, e poi girotondina, e poi grillina, e poi no-tav, e poi viola? Almeno qui in Italia credo sia soprattutto questo, e non mi interessano più questi stanchi rituali identitari. Si va in piazza per prendersela con Draghi? Mah! Si va in piazza per prendersela con le banche e con il sistema economico mondiale? Arimah! Allora perché non un bel corteo contro il cancro o contro la morte? Vabbe’ non voglio essere provocatorio, cari compagni scendete in piazza, protestate, fate quel che volete, vi rispetto ma non mi convincete proprio. Conosco tra voi troppi “fighetti”, figli di papà e con smartphone di ultima generazione, fare i rivoluzionari, parlare di “altri mondi possibili”… non mi interessano e mi indignano (leggasi “mi stanno sulle palle”). Compagno di scuola, compagno per niente, ti salverai o entrerai in banca pure tu?

Il Melodramma, o Sul principale paradigma interpretativo italiano agli inizi del XXI sec.

“Per fare un buon melodramma si deve per prima cosa scegliere un titolo. Bisogna poi adattargli un qualsiasi soggetto, storico o di fantasia; poi ci si metteranno come personaggi principali un gonzo, un tiranno, una donna innocente perseguitata, un cavaliere [ma anche un Cavaliere perseguitato va bene. N.d.r.] e, potendolo fare, qualche animale addomesticato, che so? un cane, un gatto, un corvo, una gazza o un cavallo.
Sono di rigore un balletto e un quadro di insieme nel primo atto; una prigione, una romanza e delle catene nel secondo; battaglie, canzoni e via dicendo nel terzo. Il tiranno sarà ucciso alla fine dell’opera, la virtù trionferà e il cavaliere sposerà la donna innocente, sventurata etc.
Si finirà con una esortazione al popolo, per impegnarlo a preservare la sua moralità, a detestare il crimine e i tiranni, e soprattutto gli si raccomanderàò di sposare preferibilmente donne virtuose.”
[Trattato del Melodramma, 1817, Parigi]

“… nel primo atto del melodramma troviamo una celebrazione della fête di innocenza e virtù […]. Ma la fête sarà turbata. Nel suo mezzo si insinuerà il tiranno o il traditore […], spesso si tratta dell’annuncio che l’innocente virtuosa non è quella che appare […]. Il primo atto finisce molto spesso con la cacciata di innocenza dalla terra natale […], la condanna a peregrinare, la penitenza, il matrimonio forzato o la morte. […] Per metà della rappresentazione il cattivo domina interamente la scena, impone tutte le valutazioni morali, inganna tutti o altrimenti impone semplicemente la sua volontà con la forza […]. Il terzo atto porta lotta, combattimento, un evidente recitare e attraversare fino in fondo i termini manichei della rappresentazione con la vittoria finale del giusto, la liberazione di innocenza e il suo riconoscimento da parte di coloro che erano stati fuorviati dalle false affermazioni del cattivo…”
[Peter Brooks, Introduzione al Trattato del Melodramma]

“…il mélo è al centro di una costellazione di significati tutti sostanzialmente negativi, implicando valori di esagerazione, di contrapposizione manichea tra bene e male senza sfumature, di esasperazione dei contrasti, di caricamento artificiale delle emozioni e di esibizione sfacciata delle passioni, di mancanza della misura e di abuso del patetico. […] Non si fatica certo a riconoscere in questa struttura emotiva del mélo un intento socialmente consolatorio, nel costruire un modello in cui alla fine i conti della giustizia tornano perfettamente, il dolore patito ingiustamente viene ricompensato e la malvagità, personale e di classe, viene perseguita senza pietà.”
[Luigi Allegri, La drammaturgia da Diderot a Beckett, Laterza 1993]