Il mondo in una pozza (racconti del venerdì #3)

Kwai Talunij era il più grande cacciatore del popolo degli alowij, i fieri figli di Kwootaar. In quel tempo gli ewetij avevano da poco iniziato l’esplorazione della terra degli alowij. Gli alowij temevano gli ewetij ma Kwai Talunij no: egli, piuttosto, ne era incuriosito e quando ne incontrava uno lo osservava di nascosto. Soprattutto restava affascinato da alcuni oggetti lucenti che gli ewetij tenevano tra le mani e che a volte avvicinavano alla bocca o alle orecchie. Una mattina, seguendo le tracce di un grande kwootij, Kwai Talunij entrò in una radura e restò impietrito nel trovarsi di fronte un ewetij che si dimenava all’interno di una pozza di fanghi molli. L’ewetij, imprigionato tra i fanghi, guardava fisso un oggetto lucente tra le sue mani e urlava “noncècampogesùnoncècampo”. Quando l’ewetij si accorse di Kwai Talunij gli gridò: “aiutoaiuto… stosprofondando… salvamitipregosalvami”.

Kwa eto saturij” rispose sicuro Kwai Talunij. Ma l’ewetij non capiva e si disperava, e più si disperava e più sprofondava. “Kwa eto saturij? Cosa vuol dire kwa eto saturij? Perché non mi aiuta?”. “Salvamisalvami” pregava l’ewetij, “kwa eto sarurij” rispondeva l’alowij. Con il fango ormai sopra alla cintola, l’ewetij fece un ultimo sovrumano sforzo per liberarsi: urlò, lanciò via l’oggetto lucente che aveva tra le mani e con un colpo di reni tentò di sollevare almeno una gamba, ma lo sforzo gli fu fatale e il cuore gli scoppiò. In quella minuscola infinita frazione di tempo in cui la vita gli svaniva, vide l’oggetto lucente ricadere ai piedi di Kwai Talunij. Ne sentì il tonfo, irreale, mischiarsi all’eco di quelle oscure parole, “kwa eto saturij”. Poi sentì le sue gambe toccare il duro suolo e il suo corpo smettere di sprofondare. Ma era troppo tardi: stava morendo. In quella minuscola infinita frazione l’ewetij rammentò – cosa assai strana prima di morire – una frase che non aveva mai compreso sino in fondo: “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Quanto era piccolo il suo mondo in quel momento, piccolo come quella pozza di fango. Ah, se avesse compreso quell’idioma arcano, se non si fosse avventurato in quel territorio sconosciuto senza prima imparane il linguaggio. Se solo non fosse stato tanto superficiale avrebbe potuto comunicare con Kwai Talunij e avrebbe potuto capire il senso di quella frase, “kwa eto saturij”, che nella lingua alowij significa “calmati, è profonda solo un metro”.

La strana storia di Mark Kaplan (racconti del venerdì #2)

Alle 16.45 del 15 luglio 2004 il ciccione Jerry guarda soddisfatto il bambino biondo che gli sta davanti. Il ciccione Jerry ha occhi piccoli e una faccia tonda e gonfia, perennemente sporca di cioccolata. Il bambino biondo è solo biondo e non ha un nome… strano ma vero: non si chiama in alcun modo. Il bambino biondo ha nella mano destra due piccoli dadi che fa girare e rigirare velocemente nel palmo; tra poco li lancerà.
Contemporaneamente, alle 23.45 del 16 febbraio 1965 l’ex sottotenente di vascello Mark Kaplan attende che il croupier faccia rollare il tamburo della 6 colpi. Intorno a lui le grida degli scommettitori sfrecciano tra il fumo della sala. Mark non sente né grida né fumo: i suoi occhi sono solo per il tamburo che ora sta girando. Sono 10 turni che il grilletto va a vuoto e Mark sa per esperienza che il prossimo turno sarà il decisivo. 1000 i soldoni che lo aspettano, oppure una discarica abitata da topi e cani randagi.
A Seattle il sole fa brillare i due game boy oggetto della contesa. A Saigon c’è la solita notte umida. A Seattle il ciccione Jerry è tranquillo: il primo dado si è fermato sul 6, il secondo sul 5. Forte del suo 11 sa che il game boy del bambino biondo non gli sfuggirà (eppure quel bambino non gli piace, non ha un nome, come è possibile?) A Saigon Mark non ha attenzione per il suo avversario: per lui non deve esistere, non può permettersi alcuna umanità. A Seattle il ciccione Jerry ride mentre i dadi iniziano a saltare sul palmo del suo avversario. A Saigon il tamburo si è fermato ma le urla del pubblico no. Ora il ciccione Jerry vede il bambino biondo alzarsi deciso sulle ginocchia e lanciare in aria quei due piccoli benedetti schifosi dadi. Intanto a Saigon Mark afferra perentorio la 6 colpi dalle mani del croupier. Se la sbatte sulla tempia destra, prende fiato ed inizia ad urlare. È un urlo lungo, dilatato, progressivo. È una “A” che aumenta di intensità e di spessore e si moltiplica e si fonde con tutte le “A” di tutti gli scommettitori che aspettano solo il grilletto scattare.
A Seattle i 2 dadi toccano terra e rimbalzano e toccano di nuovo terra e di nuovo rimbalzano e toccano ancora terra e infine si fermano. Il sole illumina 2, e solo 2, facce.  A Saigon il grilletto è scattato. 4 tipi di particelle fisiche muovono velocemente su di Mark; nell’ordine: verso gli occhi i fotoni della fiammata portano luce e calore; verso la tempia i duri legami atomici che formano la pallottola; verso le orecchie le onde sonore generate dallo sparo; verso il naso le molecole della polvere da sparo bruciata. La luce è la prima, la pallottola è la seconda, suono e odore giungono fuori tempo massimo, troppo tardi per essere percepiti. Il ciccione Jerry non crede ai suoi occhi: sono due 6 quelli che il sole illumina. Anche Mark è stupefatto: quella luce accecante della fiammata ora si è affievolita e mostra sorridenti i 2 dadi, i due numeri 6, e la loro somma che fa 12. Intuisce ma non capisce. È felice e spaventato. Con la destra si tocca la tempia leggermente indolenzita ma intatta, con la sinistra afferra i 2 game boy. Il bambino si chiama Mark Kaplan e ora lo sanno tutti. Il ciccione Jerry ha l’impressione che a Mark fumi la tempia. Mark guarda il sole e sa che Dio gli ha dato una seconda possibilità, a patto che in tutto questo caos di spazio e tempo trovi almeno una buona morale. Mark pensa velocemente: 1 pallottola, 2 dadi, 12 punti. La prima morale è che la moltitudine è meglio dell’unità. La seconda morale è che giocare coi numeri è bello, con le pallottole no.

raccontino circolare (racconti del venerdì #1)

…quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto essere un calcolo estremamente preciso, nelle sue condizioni poi… tuttavia conservò la necessaria lucidità per giungere ad un risultato soddisfacente. Anni di esperienza come infermiera di pronto soccorso la potevano aiutare, altrettanto la visione diretta del proprio stato. Inserì anche una variabile di nessun valore scientifico, ma che a suo avviso era comunque affidabile e non poteva essere trascurata. Si trattava di un fattore di “attaccamento alla vita” che nel suo caso stimava molto elevato e che avrebbe, in misura delle sue condizioni attuali, ritardato l’avvento del buio. Il risultato che produsse con una buona sicurezza fu di tre minuti. Cosa poteva fare in tre minuti? Come impiegare quel tempo che il suo Dio le donava? Come valorizzarlo? Allungò la mano verso il quadernino a copertina verde sui cui era solita prendere appunti ed iniziò a scrivere l’incipit del suo ultimo racconto. Scrisse così:
«Lui la stava guardando come fosse un’altra donna, non la stessa donna con cui aveva dormito insieme gli ultimi anni, non quella donna che aveva amato, ne aveva baciato le lacrime e i sorrisi, no, lui stava guardando una sconosciuta, una sconosciuta che lo umiliava, che gli distruggeva la vita, che lo sprofondava nel grigiore della tristezza. Merita di morire una qualunque sconosciuta che ti attacca, che offende la tua dignità, i cui gesti ti bruciano addosso più di uno schiaffo in faccia? Merita di morire chi per puro egoismo personale ti schiaccia come fossi un mozzicone ormai finito? La sua ultima frase: “Basta! Vattene! Faccio quel che mi pare e non ti devo spiegazioni!”. Una lama all’improvviso sulla mano di lui. Lei lì per lì non capì ma poi, quando se la vide piantata nella pancia la riconobbe, era la lama di quel taglierino stanley che lui aveva utilizzato pochi giorni prima per aprire la scatola del computer nuovo che le aveva regalato per il compleanno. Poi lui si girò leggero e uscì. Lei si sentì mancare quando vide il proprio sangue a terra e si accasciò all’indietro finendo seduta, con sorprendente precisione, sulla poltrona della propria scrivania. Restò immobile, inebetita a guardare il proprio sangue scorrerle tra le gambe e quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto…