Il Governo dei “Bravi Ragazzi”

Enrico Letta e Angelino Alfano
Enrico Letta e Angelino Alfano

Il governo dei “bravi ragazzi” nasce marchiato dal segno ingombrante di un peccato originale, quello del compromesso. Il compromesso, che è indice di moderazione ed equilibrio e che qualcuno può legittimamente tradurre con “inciucio”, giustifica e garantisce l’aggettivo qualificativo “bravi”. Sono bravi in quanto non litigano ma collaborano, non si prevaricano a vicenda ma cooperano per il bene comune (loro e del Paese). Sono, quindi, bravi.

Che poi siano anche “ragazzi” è un dato di fatto, trattandosi di un governo con età media molto bassa, forse non la più bassa della storia repubblicana ma comunque appena sotto i 53 anni (quando quella del precedente Governo Monti era di 64). Inoltre presenta altri aspetti di “giovanile freschezza” quali l’elevata presenza di donne (ben 7), l’assenza dei vecchi “big” della politica nostrana, alcuni interessanti tecnici-politici – come la democratica Josefa Idem, ex campionessa di canoa al Ministero dello Sport e Politiche Giovanili; il democratico (dalemiano) Massimo Bray, intellettuale ed esperto operatore culturale al Ministero dei Beni Culturali; la democratica Cécile Kyenge, medico di origini congolesi con ampie competenze in tema di  immigrati e primo ministro di colore nella storia repubblicana, al Ministero per l’Integrazione. Queste le novità, in qualche modo connaturate al loro status di “ragazzi”.

Il compromesso che li ha fatti nascere e che li rende “bravi” agli occhi dei loro genitori sminuisce, o quasi contraddice, comunque limita, l’esercizio della loro naturale carica giovanile: non potranno essere (ammesso che lo vogliano) “bad boys” ma solo, appunto, “bravi ragazzi”, figli dell’apparato che li ha generati e che ancora gli dà la “paghetta”, apparato che non mancherà di intervenire severo qualora qualcuno di loro dovesse tradire la fiducia dei padri iniziando magari a frequentare cattive compagnie (come i giudici, ad esempio). La “bassa intensità politica” di questo governo ne testimonia anche la debolezza e la fiducia condizionata, quindi non aspettiamoci alcuna rivoluzione da questi bravi ragazzi. Una nuova leggina elettorale e, se ci dice bene, il superamento in Costituzione del bicameralismo perfetto… sarebbe già molto.

Il Governo dei bravi ragazzi è anche l’ennesimo capolavoro politico di nonno Giorgio, uomo di cui si può dire tutto e tutto si è detto e tutto si dirà, ma a cui non si può non riconoscere un eccezionale pragmatismo politico. Interprete fedele del ruolo di arbitro, nonché di supremo difensore della serenità nazionale, il Presidente comprende più di tutti che il bipolarismo italiano produce solo stallo, che nessuna parte prevale sull’altra, e che ventennali nemici (veri o di facciata che siano) non possono pubblicamente “inciuciarsi” – d’altronde, si sa, l’inciucio è un accordo sottobanco, non pubblico. Quindi tiene buone le prime linee e manda avanti le seconde, seconde linee che per un anno e mezzo sono stati i “tecnici” e che oggi sono i giovani politici, solidali quest’ultimi in nome di una comune avanzata generazionale. Insomma, Napolitano prende ancora tempo, rimanda quello scontro finale e definitivo, potenzialmente distruttivo, tra berlusconismo e antiberlusconismo, scontro finale che non c’è ancora stato e che forse a questo punto mai ci sarà, verrà diluito e depotenziato dall’incedere della Storia, dall’apparire di nuove priorità, di nuove contrapposizioni, di nuovi “ismi” e “antiismi”.

Il Governo dei bravi ragazzi, in definitiva, è un abile ed esteticamente efficace lifting dell’immagine di un vecchio apparato messo alle strette da un’evidente contingenza che non gli consente più di replicare i soliti format. Apparato, inoltre, fortemente in imbarazzo a causa del clamoroso ringiovanimento anagrafico del Parlamento sancito dalle recenti elezioni politiche, e che ha riguardato non solo il M5S ma un po’ tutti i partiti. Ringiovanimento clamoroso nei numeri ma anche ovvio e scontato, e ringiovanimento che non significa necessariamente “profondo cambiamento”, figuriamoci “rivoluzione”.

Nessuna rivoluzione verrà dal duo Alfano-Letta, figlio politico di Berlusconi il primo, nipote naturale di Gianni Letta il secondo, ed entrambi di origine democristiana. Il problema è che di rivoluzioni ne avremmo bisogno in Italia ma di imminenti e promettenti rivoluzioni non ce n’è traccia in giro, o almeno io non le vedo. L’eventuale scissione PD con la nascita di un nuovo soggetto politico di sinistra – si favoleggia di un Partito del Lavoro – non avrebbe nulla di rivoluzionario ma sarebbe solo la conquista di ufficiale visibilità da parte di un segmento PD da sempre ostile ai compromessi, tattici o programmatici, nonché l’ennesima riproposizione di istanze socialisteggianti sempre benvenute per quel che mi riguarda, ma evidentemente immiserite da impostazioni e prospettive irrelate, localistiche, corporative. Né sembrano promettere rivoluzioni i primi passi del M5S, movimento per ora molto confuso e a volte troppo simile ai partiti che vorrebbe distruggere. La loro lotta contro la casta e le ruberie dei politici è importantissima ma non genera modifiche strutturali, non incide sull’occupazione o sulla ripartizione del reddito, non cambia la realtà di un’Italia non più in grado di produrre lavoro, valore, eccellenze. In quanto alla democrazia diretta, probabilmente sarà la forma partecipativa di un futuro eccessivamente lontano dai nostri giorni.

L’inettitudine

sotto Montecitorio qualcuno brucia una tessera PD
sotto Montecitorio qualcuno brucia una tessera PD

Premetto che non ho votato PD ma SEL, che della coalizione Bersani fa parte, e quindi mi sento in diritto di scrivere le seguenti  cose.

Iniziamo con una velocissima cronistoria degli ultimi 50 giorni. La coalizione di Bersani vince le elezioni perdendole, o le perde vincendole, fate voi. Sta di fatto che conquista maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato: qualsiasi prospettiva di governo necessita della sua approvazione. Già dal giorno dopo Berlusconi offre la sua disponibilità a Bersani ma il nostro rifiuta, dice no, dice che non ci sono condizioni per un “governissimo”, dice che la nostra gente non lo capirebbe. “La nostra gente non lo capirebbe”, non so quante volte in queste ultime settimane ho sentito questa frase dai dirigenti del PD. Bersani, dice lui, lavora per un governo del cambiamento, ovvero si rivolge a Grillo – piuttosto maldestramente, direi, ma comunque cerca un accordo. Grillo gli si nega, arriva a sbeffeggiarlo, mentre dall’altra parte Berlusconi continua a corteggiarlo. Ma il nostro eroe, coerente con le sue idee, insiste con Grillo e così si va avanti fino a questi giorni, alle elezioni per il Quirinale. E qui c’è la prima sorpresa, c’è Grillo che – probabilmente ubriaco, come suggerisce ironicamente Travaglio – tende la mano a Bersani. Gli dice che se votate il nostro candidato allora si può parlare di governo. E chi è questo candidato? Casaleggio? Grillo stesso? Una sconosciuta precaria di Molfetta? No, è Stefano Rodotà, famoso e stimato giurista da sempre impegnato sul fronte dei diritti civili e, soprattutto, un uomo che in qualche modo appartiene alla stessa storia del PD, se non altro per essere stato il Presidente del PDS, partito embrione del futuro PD. È fatta, quindi, penso io. Invece no, perché con un colpo di scena alla Ionesco il Bersani cosa si inventa? Sceglie un candidato insieme a Berlusconi e gradito a Berlusconi.

Cos’è questo, uno scherzo stupido? Una patologia di ordine psichiatrico? Un improvviso manifestarsi della sindrome di Stoccolma? Qualcuno me lo spiega?

Come funzioni Bersani? Come funzioni PD? Per 50 giorni hai predicato questo fantomatico “cambiamento”, hai inseguito Grillo come un martire segue il martirio e ora che tutto ciò che hai cercato sembra materializzarsi tu ti accordi con la destra? Ignorando, tra l’altro, una figura come Rodotà che appartiene alla tua stessa storia politica? Ma io – risponde questo imponente stratega – ho cercato un nome condiviso. Condiviso? E come mai la condivisione di 2/3 del parlamento (PD+PDL+SC) vale più della condivisione di analoghi 2/3 del parlamento (PD+SEL+M5S)? Non è una questione di maggioranza matematica ma una chiara scelta politica.

Io c’ho creduto caro Bersani, ho creduto ad un PD che finalmente aprisse a sinistra, ho fatto il tifo per te, per il tuo tentativo, ho difeso le tue scelte discutendo e litigando con amici evidentemente più lungimiranti di me e ora mi sento preso in giro, io e milioni di italiani. E cosa devo credere? Devo credere “travagliescamente” che l’unica lettura di questi ultimi vent’anni di storia politica italiana sia riducibile ad un accordo sottobanco tra Berlusconi e i dirigenti PDS-DS-PD? Accordo sul genere vivi e lascia vivere?

Ho una lettura un po’ più diversificata dell’amalgama di Travaglio. Più che ai complotti penso all’inettitudine, ad un micidiale mix di cialtroneria, insipienza, meschini egoismi, convenienze, pigrizia e paura. Comunque sia non mi interessa più, ora voglio solo una cosa cari Bersani, Letta, Franceschini, D’Alema, Veltroni, Fassino, Violante, Bindi, Finocchiaro, Fioroni e scusate se mi sono dimenticato qualcuno, voglio che ve ne andiate via, voglio la vostra morte, politica intendo, per carità non mi fraintendete, lunga vita biologica ma immediata morte politica. Godetevi la vita, godetevi la vostra bella pensione, fate viaggi, liberateci per sempre della vostra triste presenza perché meritiamo di meglio.

p.s. mentre scrivo, dopo Marini hanno impallinato anche Prodi… avanti il prossimo.

La voce della Chiesa, lo zombie, le macerie

Benvenuta nel club del “caro Silvio, fai un passo indietro”. Pressata da più parti (soprattutto dalla base), timorosa di reiterare gli imbarazzanti e deleteri silenzi di anni e vicende passati, la Chiesa italiana ha finalmente detto la sua. Forse un po’ in ritardo, certo, ma le va dato atto di non avere ceduto ad alcuna ambiguità comunicativa. Quel richiamo all’aria ammorbata da purificare è inequivocabile e sentenzia l’atto di morte politica di Silvio Berlusconi. Più che una riflessione appare come un vero e proprio ordine. Non rivolto al Premier, certamente. Lui, come al solito, farà orecchie da mercante, se la caverà con frasi tipo “sono d’accordo col Cardinale”, oppure “non erano parole rivolte a me”. Lui no, lui farà finta di nulla ma i tanti – e sono tanti – politici cattolici del PDL hanno ieri sera ascoltato l’unica parola che per loro vale più di quella di Silvio, ed è una parola che dice “scaricatelo!”. Forse non sarà nelle prossime ore, forse nemmeno nei prossimi giorni, probabilmente si arriverà ai primi mesi del 2012, resta il fatto che il count down del governo Berlusconi è iniziato.

C’è da gioirne? No, qui c’è poco da festeggiare. Tutto sommato la voce della Chiesa – se pur fondamentale – è l’ultima ad unirsi ad un coro già iniziato da molto tempo, coro di volta in volta ingrossato dalle progressive adesione di opposizioni prima timide, di società civile prima afasica, di sindacati prima titubanti, di grande finanza e grande industria prima compiacenti. Berlusconi è già uno zombie politico e se non avesse l’ego che ha se ne sarebbe reso conto già da un pezzo. Non c’è da gioirne perché questo scatto collettivo di buon senso appare purtroppo fuori tempo massimo e quel che qualunque mente dotata di normale raziocinio poteva prevedere anche dieci anni fa, o addirittura diciassette anni fa (la stessa sera del discorso sulla “discesa in campo”), è avvenuto: Berlusconi cadrà quando già le macerie della nazione ci hanno sepolto. E non parlo di macerie economiche, anche quelle, certo; parlo soprattutto di macerie civili, politiche, sociali, culturali, e solo un cretino può pensare che basti una buona e pesante “manovra” per rimettere l’Italia in piedi.

Qui c’è da uscire definitivamente dal modello berlusconiano, c’è da ricostruire il senso stesso del vivere civile, c’è da rieducare un popolo alla complessità della democrazia. E nello stesso tempo c’è da vigilare perché purtroppo il fondo non si tocca mai e c’è sempre il rischio che da quelle macerie escano topi e infezioni peggiori. Mi vengono i brividi se penso che ci sono intere generazioni che hanno conosciuto la politica esclusivamente nella prassi berlusconiana, che hanno appena una vaga idea di chi fossero personaggi come Lama, Moro, Berlinguer, La Malfa (il padre), che non sanno che la politica può essere passione, ideali, impegno onesto, e non solo becero clientelismo e malaffare. Cosa ci salverà allora? Non basterà certo facebook, ottimo per il lamento e l’ironia e poco più. Occorrerà muoversi, ragionare, studiare, criticare, scendere in piazza, scioperare, proporre, collaborare. In una parola: partecipare.

Sono affari suoi?

Se le stesse cose fossero accadute in America, o in Germania, o in Inghilterra, o in Francia, Spagna, Olanda etc, insomma in uno qualunque di quei paesi che da sempre guardiamo come esempi di rettitudine civile e di sana democrazia, nessun cittadino si sognerebbe di porsi una domanda del genere. Da noi, dove evidentemente siamo ancora all’A B C dello Stato di Diritto, tale domanda invece si pone anzi, nemmeno le si dà la forma dubitativa, diviene un’affermazione: “sono affari suoi!”. No, non sono solo affari suoi, purtroppo sono anche nostri. Vediamo perché.

Una delle forme in cui l’affermazione si declina è quella che dice “ognuno a casa propria fa quello che vuole”. A volte c’è la variante “ognuno in camera da letto fa quello che vuole”. NO! Non è vero. Ognuno nella propria casa o nella propria camera da letto fa quel che vuole nei limiti previsti dalla legge. L’induzione alla prostituzione non si può fare nemmeno in casa propria, sesso con una minorenne non si può fare nemmeno in casa propria, concussione e corruzione sono reati anche se fatti nella propria camera da letto. PUNTO.

La seconda forma, quella meno generica e più subdola, invoca la distinzione tra Pubblico e Privato. Ergo, il privato di Berlusconi non ci dovrebbe interessare. Giusto, giustissimo, è una distinzione sacrosanta che invoco anche io. Peccato che se c’è una persona che ha ignorato questa fondamentale distinzione quella è proprio Berlusconi. E’ stato lui a portare il (suo) privato nel (nostro) pubblico. Parlo ovviamente del conflitto d’interessi, un argomento talmente gigantesco su cui non c’è più nulla da aggiungere. Solo due categorie di persone minimizzano ancora il conflitto d’interessi berlusconiano, quelle a cui quel conflitto conviene e quelle che proprio – poveracce – non ci arrivano a capirlo.

Ed è stato sempre lui a portare il (nostro) pubblico nel (suo) privato. In questo caso parlo proprio delle sue feste hard, ampiamente documentate. Perché? Perché Silvio Berlusconi è il nostro Presidente del Consiglio, l’uomo pubblico più importante del Paese, colui che ci rappresenta all’estero. L’attività “privata” di Berlusconi si sta configurando di una dimensione tale da mettere a repentaglio seriamente il Pubblico, il nostro Pubblico. Quando parlo di dimensione intendo riferirmi ad elementi puramente quantitativi, l’eccezionale frequenza di tale attività, le ore impiegate per organizzare tale attività ed infine per fruirne nel famoso ruolo dell’utilizzatore finale. Emergono dagli atti  ore ed ore di telefonate (l’organizzazione) e decine di nottate (la fruizione). Tutto questo negli stessi mesi in cui l’Italia vive la più drammatica crisi finanziaria dal dopoguerra. E’ quindi legittimo pensare che il governo del Paese non sia ai primi posti nei pensieri del Premier (pur concedendo a quest’uomo una resistenza fisica incredibile… ma non dorme mai? O dorme di giorno, quando dovrebbe governare?). E’ anche legittimo ipotizzare che il nostro sia un Premier a mezzo servizio. E’ talmente legittimo che questa del “Premier a mezzo servizio” è una definizione che lui stesso dà di sé mentre telefona (intercettato) ad una delle sua ragazze. E che dire, poi, dell’immagine dell’Italia all’estero? E’ o non è affar nostro, di tutti noi italiani, se il mondo intero ride al nome del nostro Paese? Se i capi di Stato esteri lo evitano come fosse peste (ed evitando lui evitano di fatto noi)? Se l’Italia, grazie a quest’uomo e ai suoi diciassette anni di “discesa in campo”, è ormai vista come un folkloristico paesucolo buono al più per andarci al mare? Allora… sono solo affari suoi?

Ma tutto questo non è nulla se si pone l’attenzione a qualcosa di ben più grave, qualcosa che offende proprio la sacrosanta distinzione tra Pubblico e Privato. Il nostro Pubblico viene utilizzato come merce di scambio per favorire il suo Privato. I vari mezzani che a Roma, Bari, Napoli, Milano, si sono dati da fare per soddisfare le sue brame sessuali, perché lo facevano? In cambio di che cosa? E le ragazze, queste carovane di ragazze di venti, venticinque, trent’anni, tutte a far la fila dietro la porta della sua camera da letto, tutte pronte a spalancar le gambe, perché lo facevano? Quest’ultime lo facevano per qualche migliaio d’euro, o per un posticino in quel reality o in quella fiction. Qualcuna ha puntato più in alto, consigli regionali, parlamento europeo, parlamento italiano, forse addirittura ruoli nell’Esecutivo. I primi, i “pusher”, lo facevano per entrare nel grande giro della cosa pubblica, nel giro degli appalti, nell’arraffa arraffa dei soldi pubblici. Non sono queste opinabili ipotesi, sta tutto scritto chiaramente in quelle intercettazioni, basta leggerle. Quindi, soprattutto ora che l’Italia rischia al pari della Grecia la bancarotta, possiamo ancora dire che sono solo affari suoi?

In questa breve disamina ho cercato di evitare qualunque intento moralistico e “bacchettone”, spero di esserci riuscito. Ma un pensiero a chi, invece, di moralismo ci campa da duemila anni, mi sembra doveroso. Da che parte sta la Chiesa? In tutto questo immenso bordello, la mancanza di pubblica indignazione, di una chiara presa di posizione, da parte della Chiesa Cattolica, mi appare indecente. Ma questa è un’altra storia che meriterà, un giorno, una riflessione a parte.

Il martirologio di Super Santos Silvio

Se fossi riuscito ad entrare, se avessi prenotato, se non avessero esaurito i biglietti, se, se, se, se i se si fossero realizzati ieri sera avrei assistito alla prima nazionale di ALDO MORTO, il nuovo spettacolo di Daniele Timpano. E stamattina mi sarei divertito a scriverne la recensione. Ma i se non si sono realizzati e quindi niente recensione. Però, già da molte settimane, ho letto in anteprima il testo, molto bello, molto coraggioso, molto maturo. In particolare il finale, dove Timpano si lancia in una fantasiosa, provocatoria, iperbolica, allucinata, sincopata, rapsodica narrazione del fallito martirio dello statista democristiano. Fallito, sì, perché Moro, da mite e ragionevole uomo politico, si trasforma nella fantasia di Timpano in Super Santos Aldo, un qualcosa a metà strada tra un santo altomedievale e un supereroe Marvel. I cattivi delle BR gli fanno di tutto, una tale quantità di cruente cattiverie che ne basterebbe un centesimo per uccidere qualunque normale essere umano ma lui no, lui si rialza sempre e torna a vivere. Lo incendiano, squartano, decapitano, affogano, cuociono, ma lui non muore, non muore mai. Infine i brigatisti “spossati ed esasperati”, lo liberano, lo lasciano vivere. Bello, efficace, ricco di arte, ricco di umanità, bravo Daniele.

Ma, come ho già detto, non ho visto lo spettacolo e dunque non ne parlerò oltre. Il fatto è che stamattina leggendo le prime pagine dei giornali, leggendo il nuovo aumento dello spread, leggendo delle dimissioni del consigliere tedesco della BCE che non vuole più aiuti (“gettati al vento”, secondo lui) della BCE all’Italia, leggendo della Marcegaglia che chiede al Governo di farsi da parte, e infine leggendo di Super Santos Silvio che afferma che non se ne andrà mai per il bene dell’Italia e che si inventa un impegno improrogabile per martedì prossimo a Bruxelles al fine di invocare il legittimo impedimento contro la richiesta di interrogatorio dei magistrati che seguono la vicenda Tarantini, leggendo questo minestrone psichedelico di brutte notizie, non ho potuto fare a meno di trasferire il martirologio del Moro di Timpano al Berlusconi vero.

Da diciassette anni a questa parte il nostro Presidente ne ha subite talmente tante che in un paese normale (brutta frase, se non sbaglio dalemiana, che tuttavia conserva la sua efficacia) ne sarebbero bastate un centesimo per farlo dimettere, schiacciato dalla vergogna, o dalla rabbia popolare. In un paese normale oppure in un uomo normale. Ma l’Italia non è un paese normale e il Presidente non è un uomo normale. Lui sembra stia per cedere eppure si rialza sempre. “Ci siamo, è finito”, e invece no, lui si rialza sempre. “Sta per morire”, no, ancora no, si rialza. Un po’ come il Peter Sellers della prima scena di Hollywood Party lui, il Presidente, continua a suonare la sua tromba, tra un rantolo e un altro, come un intercalare all’interno di una estenuante lunga infinita agonia.

Lui ha incarnato il più grande conflitto di interessi della storia delle democrazie occidentali, eppure è sempre lì. Ha subito processi per frode finanziaria, evasione fiscale, corruzione, ma è sempre lì. Ha avuto comprovate frequentazioni mafiose, ma resta lì. Si è esibito dinnanzi al mondo intero in un becero, volgare e ridicolo campionario di corna, cucù, barzellette, ma sempre lì sta. E gli scandali sessuali, escort, veline, squallidi procacciatori di prostitute… niente da fare, non si muove, resta lì, saldo e orgoglioso. Infine la crisi finanziaria, il fallimento dell’Italia, il nostro lavoro, i nostri soldi, la nostra vita. Servirà questo suicidio silente di un intero paese per mandarlo via o sopravviverà anche a questo? Ci sopravviverà a tutti? Resterà come l’unica rovina in piedi di un paese cancellato dallo tsunami economico e culturale?

Non so, non so più… dopo 17 anni perdo lucidità. Cos’ha di particolare quest’uomo per continuare a stare ancora al centro di tutto? Cosa abbiamo di particolare noi italiani che glielo permettiamo? Forse dovremmo fare come i brigatisti dell’Aldo Morto di Daniele Timpano, spossati ed esasperati dirgli “basta Presidente, noi non ce la facciamo più, ha vinto lei, faccia di noi tutto quel che vuole”.