eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

rassegne stampa

Sunto delle recensioni agli spettacoli teatrali di cui sono autore o regista. Lodi, dubbi, stroncature, interviste etc.




XXX PASOLINI – Sarah Curati su paperstreet.it (Roma 2015)
[…] successione di scene giocate sull’incastro dei diversi linguaggi: lo sketch ironico, la pantomima, la narrazione, gli spezzoni di tg, e le parole dello stesso Pasolini; ogni ingrediente si mescola all’altro andando a comporre una drammaturgia variegata dal sapore originale […]. Lo spettacolo riflette al proprio interno tale scissione attraverso un pungente contrasto tra ironia e serietà: sotto il segno del sarcasmo e dell’erotismo – declinato in pantomime grottesche -, si celano infatti momenti di esegesi dal rigore speculativo serrato e una critica feroce alla società che mettono in luce i temi cardine della produzione pasoliniana, siano essi la denuncia del neo-capitalismo, l’ipocrisia della sinistra italiana, la meschinità del mondo piccolo-borghese. Ecco allora che Franceschelli dà forma e concretezza alle parole di Pasolini senza tuttavia ricadere nella retorica semplicistica, lasciando piuttosto che esse facciano il proprio corso nella mente degli spettatori.

XXX PASOLINI – Pietro Dattola su pensieridicartapesta.it (Roma 2012)
XXX Pasolini, lettura interiorizzata dell’autore e regista Fabio Massimo Franceschelli dell’opera pasoliniana tutta e in special modo di quella che avrebbe dovuto esserne la summa, l’incompiuto Petrolio. […] Così, emulando almeno da un punto di vista strutturale proprio il romanzo di Pasolini, a susseguirsi sulla scena sono dei frammenti – compiuti -: inquietanti, come quelli più chiaramente ispirati al romanzo, o grotteschi, come quelli più originali – in forma di spot, telegiornale, ecc. -, in cui più che sentire la voce del vate, siamo costretti a toccare con mano quanto le sue profezie fossero lucide. Un fil rouge sembra percorrere l’intero spettacolo, quello della dissociazione, quanto e forse anche più che nel romanzo di riferimento. […] l’efficacia, specialmente mimica, dei cinque giovani interpreti, ci costringe a specchiarci su superfici non sapremmo dire quanto deformanti.

XXX PASOLINI – Andrea Ozza su recensito.net (Roma 2012)
[…] un importante lavoro di Fabio M. Franceschelli su Pier Paolo Pasolini. […] Franceschelli e i suoi attori dimostrano quanto le idee di questo artista siano ancora fresche, sorprendentemente attuali e, soprattutto, riguardino tutti noi. In un allestimento scenico semplice, scarno (un tavolino, due sedie, quinte laterali) gli attori si destreggiano all’interno di una drammaturgia solida e ben architettata […]. Spot pubblicitari carichi di sarcasmo, sogni inquietanti, riflessioni sull’erotismo mascherate da un’esposizione cabarettistica, ironici annunci di telegiornale, dipingono un quadro di ciò che Pasolini ha scritto, pensato […]. XXX Pasolini (studio#2) arriva dritto al punto, senza sbrodolature o lacunosi vuoti, il rischio era alto perché alta a sua volta era la materia di riferimento. Franceschelli riesce a far divertire pensando, a intrattenere il pubblico con intelligenza, senza sfoggio di cultura, in una summa efficace, avvincente, del lavoro di uno dei più importanti artisti del ‘900.

XXX PASOLINI – Simone Nebbia su teatroecritica.it (Roma 2015)
Fabio Massimo Franceschelli ha composto – e ora dirige – questo XXX PASOLINI, in scena al Teatro Tordinona di Roma, testo scritto nel 2006 che muove dalle pagine dell’infinitamente non finito Petrolio, non finito perché senza confini, oltre che senza una fine, per abbracciare in una sorta di camminata romana i luoghi e i concetti in cui vivo è il ricordo del poeta. XXX, accanto al nome. La sigla dell’omissione, il nome nascosto, segretato, dalla storia e dalla verità. Il nome più ricordato, istituzione dell’oblio. È questo a muovere Franceschelli, la ricerca di un senso politico divenuto segreto rimosso delle epoche, della continuità storica. Per questo ricorre a Il Capitale di Marx ma poggiato su un tavolo da cucina, all’odiato – da Pasolini – linguaggio televisivo di sketch grotteschi, alla fittizia banalizzazione da bar, a tutti quei cliché in cui si anima il dissenso di chi, incosciente, agisce la complicità di un assenso. Pasolini diventa nello spettacolo personaggio del proprio libro, viene cioè distorto il suo ambito d’eccellenza – la realtà – per trasferirsi nella letterarizzazione del suo pensiero. Quindi, per analogia con i postulati sostenuti nei suoi scritti, alla dispersione del concetto. Questo contesto è assemblato da Franceschelli con brevi frammenti in sequenza, a costituire il corpo drammaturgico.

VERONICA – Marco Togna su dramma.it (Roma 2012)
Veronica, l’ultima fatica drammaturgica di Fabio Massimo Franceschelli, apprezzato autore romano […]. Un monologo che prende spunto dalla vicenda umana, e per larga parte pubblica, della signora Berlusconi, in arte (al tempo in cui era attrice) Veronica Lario, segnata dalla rumorosa separazione dal marito. A dare vita a questa misteriosa figura di donna – di cui però il testo lascia giustamente nell’ombra gli aspetti legati alla cronaca per trasportarla su un piano archetipico, intrecciandola ad esempio con le intense suggestioni proveniente da Medea o dalla Nora di Ibsen – è una straordinaria Cristina Aubry, attrice e regista di esemplare bravura, da anni impegnata in un percorso artistico di drammaturgia contemporanea. Alla molteplicità di registri presenti nel testo Aubry risponde con rara maestria, sprigionandone ogni luce, dando voce e corpo, in un continuo gioco di modulazioni e compresenze, a tutte le emozioni contenute nelle parole: il vissuto e la delusione, la rabbia e la ribellione, l’abreazione e il sarcasmo. Un’interpretazione perfetta, quella di Cristina Aubry, anche in considerazione della complessità del testo. Non solo per la ricchezza architettonica, ma direttamente per la qualità della drammaturgia.

VERONICA – Stefano Miceli su l’indro.it (Roma 2012)
Consensi per la pièce di Fabio Massimo Franceschelli su Veronica Lario, interpretata da un’ottima Cristina Aubry […], che sa dare al personaggio di Veronica una credibilità fatta di misura e classe al tempo stesso. Il ruolo che interpreta vive di un delicato equilibrio psicologico che Cristina Aubry sa trasmettere al pubblico con la naturalezza tipica delle attrici che conoscono le scene, seguendo con grandissima capacità le continue modulazioni interpretative e i cambi di stato d’animo del personaggio.

VERONICA – Enrico Bernard su saltinaria.it (Roma 2012)
Un allestimento essenziale, preciso nei contrappunti luminosi che staccano le varie sequenze e “anime” della protagonista, la Veronica di fama nazionale che assurge però a simbolo di una certa condizione femminile senza tempo. […] la Aubry vola e noi insieme a lei alla sintesi dei significati e delle persone che incarna dietro la sua maschera graziosa ma durissima, gentile ma dotata di una compostezza al limite della fermezza morale, non solo contro il “maschio dominante” ma anche contro la mancata emancipazione, l’accettazione di un ruolo subordinato e succube che rende la donna incompiuta, irrealizzata e quindi dolorosamente tragica.

VERONICA – Fanny Cerri su pensieridicartapesta.it (Roma 2012)
Un monologo fine e sfaccettato, interpretato con brio e passione dall’attrice Cristina Aubry […]. La Veronica di Franceschelli è consapevole delle proprie contraddizioni, dei privilegi di cui gode grazie al matrimonio, della complessità delle ragioni per cui la vita può portare una donna a legarsi con un uomo controverso. E interessanti sono gli accenti di pietà umana per la meschinità della vita di entrambi, marito corrotto e moglie marginale, vittime di cosa?, o il guardare in faccia l’età senile o la morte, uguale per tutti e che tutti ci lascia delusi.

VERONICA – Valentina Carrabino su teatro teatro.it (Roma 2012)
È degna di nota anche la scelta di non scadere nello scandalistico e di non cedere al gossip. L’autore, che pure si ispira all’attualità, attraverso il personaggio di Veronica, analizza e richiama la condizione femminile nel complesso. I riferimenti a Nora di Ibsen e alla Medea di Euripide riportano l’attenzione a una figura che subisce la condizione di succube del marito e, in diversi modi, a questa si ribella. Nell’interpretazione di Cristina Aubry emerge la vasta gamma delle emozioni umane esplicitamente femminili. La scelta stilistica di una scenografia semplice, giocata sui contrasti tra bianco e nero, risalta ed evidenzia la suggestione delle sfumature. L’elemento pittorico a cui in forma neutra Veronica si accosta, lascia esplodere anche i colori, come dal caos del proprio dolore.

VERONICA – Andrea Pocosgnich su teatroecritica.it (Roma 2012)
Franceschelli ha intessuto un fine pamphlet che tramuta lo spunto iniziale e cronachistico in un ragionamento ben più ampio sulla nostra società perennemente fallocratica. […]una scrittura vivace che percorre le pagine veloce come una lama, tanto da farci affermare la sua compiutezza nella forma letteraria. Ma quando i caratteri balzano dalla carta al palcoscenico, qualcosa si perde in quell’inafferrabile macchina delle emozioni e del pensiero che è il teatro. Di certo non solo per causa di Cristina Aubry, fedele interprete (sarà proprio la fedeltà il problema?), incapace però di rapire l’attenzione dello spettatore e di sorprenderlo, o di una regia (a opera dello stesso autore) impigrita su un codice fin troppo riconoscibile…

VERONICA – Franco Cordelli sul Corriere della Sera (Roma 2012)
…il monologo di Franceschelli, interpretato con sapienza da Cristina Aubry […]. Chi era la Veronica di Franceschelli? Anche lei una donna che ha subito quello stesso oltraggio: l’incanto, il tradimento, la contaminazione [e], a causa del mal di teatro di cui con ogni evidenzia soffre Franceschelli, si identifica ora con Nora, ora con Medea. Francamente un eccesso, un vizio. Lo stesso cui l’autore indulge: di voler mantenere un equilibrio. Egli non vuole assolvere il suo personaggio, ma neppure giudicarlo.

VERONICA – Enrico Bernard [prefazione alla pubblicazione su Edizioni Progetto Cultura]
Il monologo di Franceschelli si sottrae così, proprio per il suo spessore letterario, ad un “teatro politico” caratterizzato dall’attualità e rivolto a personaggi viventi, per trasformarsi nella rappresentazione del contrasto arcaico tra l’eterno femminino e il potere fallico del dio unico maschilista. […] In conclusione intuiamo in Veronica una vera e propria risurrezione del personaggio: una catarsi storica che smuove gli eventi che ci sembrano schegge di un mondo impazzito in un universo archetipo in cui il personaggio Veronica, al di là della sua realtà fattuale, si tramuta, attraverso il monologo che rappresenta un moderno canto del capro espiatorio, ossia la tragedia, in mito universale.

VERONICA – Alfio Petrini [nota critica al testo – Liminateatri]
Seppure originato dallo stimolo esterno di due fatti di cronaca, il testo riesce ad andare al di là del dato sociologico e scandalistico rappresentato dai fatti e si pone in modo originale come “riflessione” e “meditazione” sul tormento esistenziale di una donna che scopre nel fallimento del matrimonio e della famiglia la voglia allo stesso tempo di rinascere e di ridare un senso alla propria esistenza. L’autore fa una scelta accurata delle parole e le combina con una giusta dose di sarcasmo e di crudeltà, salvando la materia linguistica da ideologismi, da moralismi e da derive romantiche. Il testo Veronica è ben costruito, ha la dote della leggerezza e della densità, si presta alla realizzazione di una grande performance d’attrice: merita di certo la verifica della scena.

S’IGNORA – Gaetano Massimo Macrì su periodicoitalianomagazine.it
Cosa succede quando una signora s’ignora? In questo gioco di parole sta tutto il monologo scritto da Fabio Massimo Franceschelli, uno dei giovani autori più interessanti del nostro panorama teatrale. Il soggetto, così come la regia e l’interpretazione, sono tutti al femminile. Sul palco vengono analizzati in questa chiave i vari cliché ‘in rosa’: seduzione, maternità, amore e altri comportamenti femminili, quanto sono davvero consapevoli e quanto indotti dalla società? La protagonista ne ha per tutti. Un “vaffanculo” per ogni stereotipo, dalle veline, ai perizoma, al sesso in cambio di un lavoro. Perché, alla fine, “l’attore scopa in virtù dell’antico mestiere, la donna attrice invece è ‘na mignotta”. Una bella lista delle ipocrisie moderne in cui rischia di finire anche l’ Autore stesso, più volte tirato in ballo. C’è molta ironia nel testo, e l’attrice, Francesca La Scala, regge bene il ritmo, per descrivere dei vari atteggiamenti maschili che imprigionano le donne in una gabbia. Donne lasciate per le più banali scuse, perché “devi crescere”, perché ”pensi sempre al sesso e non va bene”, o perché “non ci pensi affatto”. Per finire col peggiore: “Ti lascio perché ti amo troppo”. Quante falsità ignoriamo sulle donne? Triste, ma qui si ride, come fossimo su un palco di Zelig. Per intenderci: i tempi e i modi sembrano quelli. Istrionico nell’espressione, amaro nei contenuti.

S’IGNORA – Serena Lena su saltinaria.it (Roma 2015)
Approda al Roma Fringe Festival il testo di Fabio Massimo Franceschelli, con soggetto e regia di Francesca Guercio, portato in scena da Francesca La Scala. Francesca La Scala entra dalla “platea”, che in questo caso consiste semplicemente nelle splendide scalinate del parco di Castel Sant’Angelo, con l’intento di passare tra il pubblico per stupire il pubblico. Prenderà il via da questa prima trovata, che sottolinea ironicamente il ripetersi di alcuni cliché teatrali, il tentativo da parte della protagonista di riuscire a non farsi “ignorare”, nella propria natura di donna prima ancora che in ambito professionale. Sul palco ad attenderla c’è una confusione di accessori femminili, borse borsette scarpe e vestiti di vari colori e generi, alcuni simulacri della condizione femminile come fornetto a microonde e scopa e, per finire, una Barbie ed un Ken nudi in prima linea. Sulla destra del palco, un grande divano gonfiabile blu elettrico, sul quale Francesca sprofonda per raccontarci la sua storia, in bilico tra finzione e autobiografia, con un ritmo sfrenato che ci coinvolge sin dalle prime battute. Tanti i temi affrontati nei sessanta minuti del monologo, dalla maternità all’essere figlia, dalla realizzazione professionale al difficile rapporto con l’universo maschile, dalla politica alla corruzione del mondo del teatro. Temi già sentiti, vero, ma la particolarità nasce dall’intreccio e dall’alternarsi di tre voci che si avvertono chiare all’interno della pièce: la forte e decisa interpretazione di Francesca La Scala, la silenziosa ma determinante regia di Francesca Guercio e la penna sorprendentemente maschile di Fabio Massimo Franceschelli. Un piccolo ma grintoso spettacolo che porta in platea le tante contraddizioni del mondo femminile, utilizzando come strumento di analisi proprio una scrittura tutta maschile.

S’IGNORA – Sergio Lo Gatto su teatroecroitica.net (Roma 2012)
C’è qualcosa di diabolicamente divertente in questo S’Ignora, e con ogni probabilità deriva dalla combinazione di autore, regista e interprete. La penna di Fabio Massimo Franceschelli […] finisce nelle mani di Francesca Guercio, che per lui è stata attrice e qui dà sfogo a un folle e potente estro registico. Stavolta sotto i riflettori c’è l’ego decadente e arrabbiato di una donna quarantenne, un’incontenibile Francesca La Scala che chiude a dovere questo cerchio creativo. […] a salvare questa operazione da una deriva eccessivamente verbosa e compiaciuta è la struttura stessa del testo, così ben razionalizzato dentro i ragionamenti di una donna-modello. Nel senso più filosofico e meno romantico del termine. Maternità, realizzazione professionale e rapporto con gli uomini sono le tappe di una ricerca interiore volta a ricostruire un percorso di coscienza. Anche il pericolo di eccessivo femminismo è scongiurato da una messinscena disseminata di trappole e sgambetti (sia per l’attrice che per lo spettatore), che fa di tutto per presentare tesi, discuterle e metterle da parte, in una forma di negazione che non è mai definitiva, mai rassicurante. Il contributo visivo di qualche semplice ed efficace cambio luci e di momenti più solenni (un parto simulato sotto le luci rosse in cui La Scala confonde le battute tra urla strazianti e un epilogo con emblematici cetrioli affettati a colpi di mannaia) accompagnano lo spettatore in questo piccolo ma grintoso spettacolo, che non disperde mai la propria energia. E sul ponte sbilenco e sperimentale di una scrittura maschile al servizio di un’analisi femminile la lotta dei sessi perde finalmente ogni equilibrio di propaganda culturale, tornando a vivere di carne e di ironia. Come dovrebbe sempre essere tra gli animali intelligenti.

S’IGNORA – Ines Baraldi su recensito.net (Roma 2012)
Un calembour ad atto unico entra dalla platea per non stupire il pubblico e per dar forma a un’opera a più autori. “S’ignora” non ignora e non nasconde il felice intreccio fra la scrittura drammaturgica di Fabio Massimo Franceschelli, l’interpretazione di Francesca La Scala e la regia di Francesca Guercio, anzi ne fa tesoro per la resa sfaccettata di una donna, di un’attrice, di una quarantenne, di un personaggio. Difficile parlare di categorie o operare distinzioni nette fra di esse in questo caso, dove pure le caratterizzazioni sono esplicitate e servono a definire quella sottile linea d’ombra che la protagonista si trova a percorrere nella durata di un monologo; sulla strada della presa di coscienza e dell’assimilazione di un appellativo e di un’età, declinati al femminile dal femminile, si procede per tentativi, metasoluzioni e accostamenti imprevisti.

S’IGNORA – Guglielmo M. Basili su pensieri di cartapesta (Roma 2013)
L’attrice Francesca La Scala prende una sigaretta. L’accende. Inizia un paradossale sobbalzare dal metateatro all’autobiografia di una donna nell’universo confuso dello spettacolo, parlando di quell’esplosione di contraddizioni che sembra la vita appena trascorsa. La girandola di temi trattati è, apparentemente, un insieme di storie di cattiveria tutta al maschile, di devastazione culturale e di femminilità svilita. Un monologo dove possiamo trovare sfogo isterico e cinica riflessione, umorismo condito da improvvise e durissime frecciate all’orgoglio sessuale del maschio. […] La psiche sotto assedio di quest’attrice è impegnata nell’epurazione del superfluo, un’operazione tanto netta da interessare la sua stessa identità. Un gioco per liberarsi dell’inconscio superfluo che non ci appartiene, terapeutico come il teatro. Complice il soggetto di Francesca Guercio, la pièce di Fabio Massimo Franceschelli si rivela tracciata con il pennello della sincerità. Parlando con il cuore spesso si tratta temi scomodi, in un modo fin troppo diretto, finendo per offendere spesso chi è abituato a non ascoltare o, ancora più spesso, chi ha interessi da difendere. Attori e attrici si sfidano nel riuscire a dimostrare sincerità sul palcoscenico, con il rischio di annoiare. Il guadagno, però, è maggiore di ogni perdita. Molte ferite dell’uomo, originate dalla vanità, sono state curate grazie al calore di un riflettore, mentre altre volte quel calore ha solamente peggiorato le cose. In entrambi i casi, c’è stato cambiamento.

PENOMBRA DEL PRIMO MATTINO – Sergio Lo Gatto su klpteatro.it (Roma 2011)
[…] il debutto di “Penombra del primo mattino”, nuovo testo di Fabio Massimo Franceschelli, qui anche regista. Senza dubbio tra le voci più interessanti della nuova drammaturgia, con “Totem”, “Terzo Millennio” e “Appunti per un teatro politico” Franceschelli e la sua compagnia OlivieriRavelli_Teatro aveva intrapreso un piccolo viaggio attraverso le dinamiche e le logiche dell’Assurdo. Con i tre spettacoli citati Franceschelli aveva davvero tastato il polso di quell’ambientazione, affrontando coraggiosamente tutti gli illustri predecessori e facendo della loro eredità il capitale per un investimento rischioso, finendo per guadagnarci, rendendoci lieti di accogliere quello che a tutti gli effetti è un autore, ancor prima che un regista. Fin dal foglio di sala l’autore inquadra questo nuovo lavoro in una volontà di rottura con il percorso precedente, una “virata”, si legge, che modifica del tutto l’ambientazione, conservando di quello spaesamento già sperimentato quanto basta per trasformare la realtà in un sogno bislacco, nero, dai ritmi sballati. E ben lontano dalla comprensione diretta. […] La sperimentazione drammaturgica è dichiarata dal principio: l’intento è quello di raccontare una storia che, nella parte finale, volti le spalle al proprio stesso senso, dimostrando che lo spostamento geometrico di alcuni particolari è sufficiente per distorcere la visione al punto da cancellare il confine tra realtà e sogno. […]. Formalmente parlando, dal riferimento a Lynch è assolutamente impossibile prescindere, anche solo perché la struttura drammaturgica è identica a quella di certe sue opere, stesso il rovello, stessa la tesi, sottilmente poetica, secondo cui potremmo star vivendo solo una delle migliaia di vite parallele. […] Nonostante gli ottimi dialoghi, l’aspetto visivo (di per sé importante) rischia la didascalia e alcuni ritmi non riescono a trovare una collocazione davvero matura, a cominciare dalla struttura un po’ troppo sbilanciata (tre atti “lineari” più uno solo di rottura).

PENOMBRA DEL PRIMO MATTINO – Andrea Pocosgnich su teatroecritica.it (Roma 2011)
Quante cose possono accadere nella penombra del primo mattino? Quali meccanismi vengono generati in quell’attimo poco prima che il sole inizi la sua ascesa illuminando le nostre vite? Non c’è in quel momento l’incipit di una creazione? E se ogni giorno quella creazione fosse diversa? […] Lavora anche intorno a queste dinamiche il nuovo spettacolo di Fabio Massimo Franceschelli […]. Gli ingranaggi di una metafisica ricerca verso l’assoluto e il conseguente spaesamento dello spettatore si muovono di pari passo con qualcosa di apparentemente lontano dalla poetica teatrale dell’autore e regista romano: Il dramma familiare. L’autore di spettacoli come Appunti per un teatro politico e Terzo Millennio […] in Penombra del primo mattino presta il proprio ingegno alla scrittura della più classica delle tragedie familiari: padre oramai dedito all’alcol che picchia e violenta i propri figli, uccide la moglie, il carcere che salva i due giovani e porta via il mostro e poi, a distanza di 6 anni, il suo ritorno nelle fragili vite dei due giovani. Sarebbe tutto nella norma di un “drammone” ben più adatto al cinema o agli opinionisti del pomeriggio televisivo se non fosse per quel colpo di coda che trascina la narrazione lontano dalle sicurezze di una fabula naturalisticamente intesa. Franceschelli pungola la scena di indizi, avverte lo spettatore di aprire la propria comprensione, lo fa con l’utilizzo di certe luci improvvisamente stranianti, con l’angosciante ripetizione di loop musicali, con la tipica scena del sogno che dopo il risveglio lascia in eredità un oggetto come prova del reale accaduto. Un accumulo di segni che spinge verso la deflagrazione: nel momento in cui la tragedia classica ci ha abituato al gesto catartico e risolutore e poi all’applauso liberatorio – e qui diventerebbe una liberazione collettiva dal mostro – ecco il cambio di direzione, l’applauso viene soffocato e la fabula nella sua concatenazione di fatti e personaggi si dissolve creando quell’atmosfera interrogativa tipica di un certo cinema alla David Lynch.

PENOMBRA DEL PRIMO MATTINO – Andrea Monti su teatro teatro.it (Roma 2011)
Fabio Franceschelli porta in scena cinque attori disorientati e generosi, dediti alla causa ma in forte conflitto con l’intreccio. Subiscono la vicenda o la cavalcano sguaiatamente per allontanarne le voragini, i salti emotivi, le trasgressioni fisiche e morali. Insomma tutti dediti alla cagione, ma ognuno alla propria, come il testo suggerisce, come il teatro però sconsiglia. Manca tensione in scena. Le paure sono cercate più che vissute, le pause tagliate più che tenute, le facce tristi e perse più che sofferenti e vissute. Si procede per quadri intervallati da penombre musicate seguite da luci che rivelano una realtà sempre diversa. […] L’ultimo quadro rimischia le carte ma non è importante arrovellarsi sull’intreccio. Non è necessario intripparsi appresso alle logiche che spingono un autore a mescolare per stimolare la riflessione. Tutto ciò che si doveva analizzare era già stato spiattellato. Non è questione di plot. Non bastano dialoghi taglienti e scene sessualmente liberatorie per valicare il muro del turbamento. Non basta un collo per fare l’amore. Ci vuole l’altro, altrimenti è masturbazione.

PENOMBRA DEL PRIMO MATTINO – Alessandro Paesano su teatro.org (Roma 2011)
Penombra del primo mattino si presenta come un dramma borghese dalle tinte un po’ fosche, declinato in quattro atti dal forte sapore onirico […]. Una storia raccontata due volte, con variazioni significative proprio come nei sogni (o nei film di Lynch). […] Una storia dall’elegante struttura narrativa, interpretata con bravura dagli attori che danno credibilità a situazioni e personaggi colti nella loro ambiguità narrativa prima ancora che morale. Con qualche lungaggine che contribuisce a estenuare il senso di realtà che si infrange in un riverbero emotivo che preoccupa e seduce. […] È forse il ritmo a mancare per costruire interesse nei confronti di una partizione narrativa troppo diluita per apprezzarne a colpo d’occhio le varianti e le ripetizioni oniriche. Se bisogna riconoscere alla messinscena un suo fascino, Penombra del primo mattino non sembra trarre le dovute conseguenze dalle sue premesse narrative dando l’impressione di rimanere in mezzo al guado.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Andrea Pocosgnich su teatroecritica.net (Roma 2010)
[…] l’opera di Fabio M. Franceschelli, scritta nel 2007 non ha niente di didattico, non si pone né obiettivi di convincimento né di chiarificazione, bensì cerca di sollevare e analizzare una questione: cosa vuol dire essere di sinistra oggi? Vi è poi un’altra interessante caratteristica nello spettacolo di OlivieriRavelli_Teatro […], ovvero la volontà di analizzare le dinamiche teatrali attraverso le quali l’elemento politico viene sviscerato. Franceschelli insomma non fa solo uno spettacolo su concetti come marxismo, socialismo e democrazia, ma lavora anche sul rapporto che il medium teatrale instaura con il dibattito ideologico. Ma attenzione non vi parlo di una pratica realizzata solo attraverso i consueti giochi di svelamento a cui siamo abituati […], c’é inoltre una dicotomia nella scrittura drammaturgica creata proprio per sottoporre il fenomeno a diversi gradi di sperimentazione. Assistiamo cosi a una prima ambientazione (che tornerà poi anche nel finale) dove le dinamiche del potere sono esplicitate attraverso assurdi e a tratti demenziali dialoghi tra un Re illuminato […] (Claudio di Loreto) e il suo fido ministro (Silvio Ambrogioni) […]. Nel bel mezzo di questo passaggio si inserisce il monologo interpretato da un incontenibile Gabriele Linari. È un secondo grado di analisi, archiviata la fase del grottesco, delle scene da farsa ambientate nell’ipotetico futuro di un paese sconosciuto, la realtà viene sbattuta sul palco con tutta la sua forza, gli interrogativi vengono posti senza il filtro dell’iperbole, sono pane quotidiano.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Simone Nebbia su teatroteatro.it (Roma 2008)
È proprio dal titolo che occorre partire per analizzare questo testo: l’accezione Appunti prevede che acquisti il maggiore risalto proprio il dubbio, la transitorietà e insieme la tensione volatile di quanto si afferma: questo mi sembra il miglior commento davvero “politico” (nel senso più decoroso e brechtiano del termine) che in questo spettacolo si sappia ravvisare. La pièce è divisa in tre quadri: ascesa, nascosta sotto una trama farsesca, conflitto interiore articolato in un monologo, infine la resa che alterna la farsa al dramma, terminando al buio indotto di un sipario che si chiude; la scena è posticcia al punto giusto e serve bene il gioco a togliere di Franceschelli, colorata all’inverosimile sovrappone alle dissertazioni di alta politica stacchetti da varietà televisivo, così come la recitazione è ridotta al minimo e crea una devianza della comprensione per straniamento, secondo il dettame che il dramma non recitato generi il farsesco, e ben riesce il gioco al punto che viene in risalto nettamente il debito che la politica contrae con la stupidità cui ci tocca di assistere ormai quotidianamente. Il testo è intelligente e intelligentemente si ride (non so se ci sia una parte del cervello che si stimola diversamente ma la sensazione è questa…), decisamente buono il gioco di parole, capace di ospitare invece una non semplice vena concettuale, divertendosi a penetrare i mezzi della comicità, risaltando il potere della parola che insieme convince e inebetisce, accorda e circuisce; […] Dunque il teatro al servizio della collettività, che sia da stimolo al dubbio e alla costituzione di un’etica, uno spettacolo cui va il pregio di non essere il solito tedioso e tronfio tentativo di banalizzare il problema, ma che si interroga insieme al pubblico e resta così nel campo degli appunti, non cercando risposte prefabbricate ma che fa zampillare piccole sorgenti di coscienza civile: supera la boria che si cela dietro alla solita fine delle ideologie, affermazione cuscinetto di una sinistra che fatica a riconoscere anche se stessa, passando riflessa nello specchio della storia contemporanea.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Marco Andreoli su Hystrio (Roma 2009)
Il nuovo spettacolo di Franceschelli è il risultato spiazzante, stravagante, potenzialmente pericoloso, che scaturisce dalla contrapposizione violenta tra due modalità rappresentative del tutto inconciliabili. Da un lato c’è la farsa cinica e grottesca, che apre e chiude lo spettacolo e che, senza remore o pudori racconta le estreme conseguenze dell’esercizio del potere; dall’altro, il monologo politico, con l’interprete che, rivolto al pubblico, porta in scena i dubbi dell’autore sul senso odierno del socialismo. Eppure si dovrà sfuggire alla tentazione di considerare questo lavoro come la semplice giustapposizione di due blocchi distinti: le due parti isolate l’una dall’altra non sarebbero altro che ceppi svuotati di senso. […] In fin dei conti Appunti per un teatro politico si pone l’obiettivo di spiazzare e di sparigliare, permettendosi di deridere il concetto stesso di ideologia e, al tempo stesso, mostrando il dolore, ormai nichilista, che la perdita dell’utopia ha generato. Interessante, ardito, persino profetico.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Graziano Graziani su differenza.org (Roma 2008)
Gabriele Linari, nei panni della coscienza di questo teatro che si vuole politico – ma non è politico tutto il teatro? – tentenna tra Pasolini e Brecht, tra la giustizia sociale e la libertà individuale, tra il dovere morale di pagare le tasse e la critica a uno stato burocratico e invasivo che strozza la libera iniziativa e la concorrenza. Mette insieme, cioè, le istanze inconciliabili della sinistra rosa pallido dei nostri giorni, che ha sempre una parola per tutti – dal mondo delle imprese al popolo insicuro, dei propri soldi come della propria incolumità, minacciata dai barbari alle porte. E finisce, naturalmente, per incartarsi. […] Ma tutto questo è solo un intermezzo, come si accennava. Un sipario che divide la rappresentazione grottesca del potere che si svolge nel primo e terzo atto. Ovvero le vicende di sua maestà Sir Jacksonn (Claudio Di Loreto) e del suo ciambellano, Sir Jackson pure lui ma con una sola enne (Silvio Ambrogioni). E non è solo la confusione tra nomi identici a far pensare a Ionesco. Qui OlivieriRavelli recupera tutta la tensione dell’acidità che anima da sempre il suo teatro, una ricerca corrosiva dell’informe, in chiave tutt’altro che estetizzante. Certo, il passo da Ionesco al farsesco è facile e persino scontato; ma nelle scene e nei costumi ultra-kitsch, tra addobbi e le lucine che si innalzano come uno squillo di tromba stonato a simboleggiare la potenza di sua maestà […] Fabio Massimo Franceschelli – autore e regista – sembra suggerirci che ormai non c’è altro modo per rappresentare il potere. A meno che non si voglia scendere nella biografia. […] Tutto cambia perché niente cambi. Ma in questa versione comunist-kitsch del noto assioma gattopardesco – a volte decisamente spiazzante nel suo fare caricatura di ciò che caricatura lo è già, calcando fino allo spasmo la matita del grottesco – non è certo la denuncia il motore dell’azione. È tutto già visto, ci si può solo ridere su nel modo più sguaiato possibile. E l’amaro che OlivieriRavelli lascia nella bocca del suo pubblico non sta in fondo alle risa, ma nelle scorie spietate che si lascia dietro l’iperbole di Gabriele Linari […].

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Simone Pacini su klpteatro.it (Roma 2010)
La farsa vede in scena personaggi bizzarri: un re-governatore che sembra l’Ubu di Jarry, un servitore/consigliere dall’aspetto metafisico, e un terzo personaggio che interpreta i vari ospiti. In una dimensione tragicomica vengono affrontati temi politici di triste attualità, in perfetto stile aristofanesco. Si ride amaro grazie alle caricature dei personaggi. E su tutti ci piace l’interpretazione del servo Silvio Ambrogioni, che insieme al suo compare Claudio Di Loreto costruisce due maschere da teatro dell’assurdo, enfatizzate da movimenti burattineschi per il primo, e giochi e variazioni (giochi verbali da impostazione) vocali per il secondo. In mezzo a questa assurdità si dibattono i temi del comunismo, della borghesia, dei padroni e dei lavoratori, ma si parla anche dei culi delle donne, queste donne che il padrone chiede con insistenza e che non arriveranno mai. Il re traghetterà poi verso un regime socialista dopo una fantomatica rivoluzione. Nella seconda parte è cambiato il regime, nella forma ma non nelle dinamiche. E ci sono gli stessi compromessi politici: scambi di favori per soddisfare i potenti. Semplice ma incisivo. In mezzo alla farsa ecco il monologo serio di Gabriele Linari che s’interroga sui problemi della sinistra di oggi. Una sinistra che ha perso i suoi ideali “di sinistra”. L’interpretazione di Linari è una confessione appassionata, volutamente ricca di luoghi comuni, in cui l’attore si rivolge al pubblico mostrando la sua busta paga. Un teatro politico e sociale che deve fare i conti con la caduta delle ideologie. Un testo certamente ben scritto da Fabio Franceschelli, che infarcisce il messaggio politico di gag esilaranti, per uno spettacolo che, nonostante due nudi integrali fuori luogo (volutamente?) riesce a rendere il ruolo primitivo del teatro: porre domande smuovendo le coscienze e rendendole inquiete. Anche questo è suo il ruolo. Esperimento riuscito.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Matteo Marcozzi su ilbis.it (San Benedetto del Tronto 2009)
Cosa rimane oggi della sinistra? I drappi rossi e la falce e martello riescono ad evocare solo un passato dai contorni sbiaditi e dal sapore quasi mitologico? È questo il dubbio amletico che anima lo spettacolo di Fabio M. Franceschelli “Appunti per un teatro politico” che, lungi dall’offrire banali formule risolutive o dall’indicare una netta via da seguire, tratteggia con dolorosa ironia l’annebbiamento di una sinistra da tempo impaludata. […] un dialogo sboccato, in cui il turpiloquio e gli espliciti riferimenti alla sfera sessuale stridono grottescamente con una recitazione piatta, degna di una annunciatrice televisiva. I luoghi comuni della società consumistica vengono dilatati, il giallo e il rosso della scena sono aggressivi come i lustrini e gli addobbi pseudo-natalizi che agghindano i costumi dei personaggi. […] Tra ingiuriosi appelli all’autore del testo e ossessive ripetizioni di alcune battute che rimandano al teatro dell’assurdo, si arriva alla rappresentazione di un regime comunista in cui l’unica “rivoluzione” è rappresentata da un cappello con la falce e martello […] Come soluzione di continuità in questo ribaltamento gattopardesco, si inserisce un monologo politico in cui i proclami e le dichiarazioni di intenti oscillano tra un idealismo socialista impolverato e un impenitente populismo che solletica il ventre dell’elettorato. […] In un crescendo di tensione l’attore si ritrova nudo sul palco, spogliato di tutte le sovrastrutture imposte da una società che misura tutto con il tintinnio delle monete, a urlare la sua rabbia alla disperata ricerca di una chiave di volta.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Anita Miotto su kultunderground.org (Roma 2008)
Ecco un teatro politico che non si schiera ma che mostra, che non deve convincerci, strillandoci nelle orecchie, di cose che in realtà sappiamo già, ma che ci regala una semplice sensazione: quella di essere un popolo in balia di… […] Lo spettacolo scorre tra una risata e l’altra – i personaggi sono esilaranti e troppo grotteschi per non farci scappare almeno una volta una grassa risata – eppure durante tutto questo è come se all’improvviso la sensazione del già visto ci sorprendesse e allora pensiamo a dove e come abbiamo potuto vedere una scena del genere, ci si pensa un po’ e poi viene in mente: il telegiornale! Eh sì, quella scena comica l’hai già vista o sentita raccontare al telegiornale… […] Ma lo spettacolo non è solo questo, non è solo farsa. La forza espressiva di Appunti per un teatro politico, infatti, sta nel suo essere anche dramma, teatro di denuncia e orazione civile, creando così un “trittico” pieno di colpi di scena, di ribaltamenti e di cambi di registro attoriali. La prima parte – come affermano gli stessi attori – con le lunghe pause e le ripetizioni crea un “effetto di perplessa comicità” mentre i due protagonisti sulla scena si destreggiano in un discorso squisitamente metateatrale ad indicare come ancora sia la finzione a creare la realtà. I due sono come il Bianco e l’Augusto, le due figure tradizionali della clownerie […] Sono una vera coppia. Funzionano benissimo. La seconda parte dello spettacolo invece vede protagonista un uomo solo in scena […]. Il dialogo col pubblico è alla base della sua recitazione naturalistica e della sua oratoria: ci guarda negli occhi, è lì per parlarci di lui e di noi, e lo fa proprio vicino al pubblico, oltrepassando lo spazio scenico. Ci parla delle nostre ipocrisie e dei nostri sogni […] L’io del drammaturgo è presente ovunque, è il demiurgo e il deus ex machina che fa muovere i personaggi con le sue battute, dà loro voce. Ed è colui che crea tutti i momenti dello spettacolo: dalla farsa al dramma.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Luigi Coluccio su close-up.it (Roma 2008)
Appunti per un teatro politico, ultimo spettacolo del gruppo OlivieriRavelli_Teatro, declama già nel titolo, oltre che nell’ascendenza artistica della compagnia stessa, la sua discesa ad Inferi popolati da brutture sociali ed umane, soprusi politici ed ideologie oramai forzatamente defunte. Non si dissolve in un’incessante, costruita, e per questo vuota, oratoria contro i potenti, ma bensì in un lavoro artistico stratificato e leggero allo stesso tempo, sempre e comunque funzionale e mai vuota sovra-struttura (termine non casuale) rispetto a quanto detto, vissuto, mostrato dai vari personaggi-figure presenti in scena. Franceschelli alla regia tratteggia una scena priva di fronzoli, impacci o simboli superflui che avrebbero potuto dirottare la fruizione di un’opera già perfetta nella sua estatica violenza verbale e concettuale […]. E la maschera da clown bianco indossata da Di Loreto è l’ideale terreno su cui tracciare, a chiare ed imperiture lettere, il nostro non essere altro che piatti, assurdi, mediocri, esseri, già postulati millenni fa da un uomo come noi.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Marco Maurizi su amnesiavivace.it (Roma 2008)
L’autore mette in scena la ritorsione umoristica contro il potere che è stata, da sempre, una delle fonti di ispirazione dell’agire artistico. Ma il gesto non ha una venatura consolatoria (come a dire: “almeno a teatro l’abbiamo vinta noi”), bensì profondamente sconsolatoria: il potere è nulla di fronte alla natura che tutto annienta. La riflessione politica messa in carne da F. M. Franceschelli non è quindi solo, o tanto, una riflessione sul mondo da un punto di vista politico, quanto anche, o soprattutto, una riflessione sulla politica. Gli Appunti di F. M. Franceschelli realizzano così anche la perfetta (cioè sghemba) sintesi di teatro dell’assurdo e di dramma a tesi. Essi si toccano come conseguenza di una realtà assurda in cui l’individuo è nulla, ridotto a ingranaggio di una macchina inutile. […] Il “teatro politico” oggi ha a che fare, suo malgrado, con una politica teatralizzata e, dunque, con un paradosso: la società dello spettacolo si manifesta come malattia suprema di una civiltà di attori. Ecco perché nella assurda pantomima del potere che ci offre, il teatro politico di F. M. Franceschelli sembra suggerire che il teatro non è politico perché ad esso si aggiunga un contenuto politico, ma lo è in sé.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Federico Betta su ilpolitico.it (Roma 2009)
Appunti per un teatro politico è un affresco grottesco, dai colori squillanti e dalla retorica provocatoria, di una mondo perso nella propria incontrollabile animalità. […] Lo spettacolo è diviso in tre quadri. Il primo e l’ultimo aprono le porte sulla stanza dei bottoni del potentissimo Sir Jacksonn (con due enne) al quale si sottomente, con ostentata prostrazione, il suo fido Sir Jackson (con una sola enne). […] Il quadro centrale, invece, è un monologo scoppiettante di un immaginario lavoratore che guadagna 1450 euro al mese. […] Il secondo atto è il vero fulcro politico di tutta la messa in scena, una presa di parola comica e sincera, che incide la pelle scoprendo un mondo barbaro, che spinge tutti a non smettere di riflettere e a farsi forza per continuare a sognare. Svegliamoci, svegliamoci! Sembra urlare il ragazzo. Altrimenti rischiamo di starcene soli come lupi, a disperarci nella luce del crepuscolo. Altrimenti non potremmo fare altro, nella miseria del nostro orizzonte, che soffrire, cercando di risolvere i piccoli problemi di busta paga: dai quali dipende la nostra esistenza sedata, che ha paura di svegliare il signore e padrone.

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO – Martina Melandri su klpteatro.it (Milano 2011)
Il lavoro di Franceschelli richiama fin dal titolo il teatro politico, che tuttavia in questo caso non si schiera, non mira a convincerci, ripetendo quello che in realtà sappiamo già, e presentandosi come un teatro vivo e partecipe con grande ironia. Uno sguardo sul presente che piace al pubblico, pienamente coinvolto dal gioco metateatrale offerto dai bravissimi attori.

TERZO MILLENNIO – Federico Catocci su Recensito.net (Roma 2015)
La scrittura e la regia di Fabio Massimo Franceschelli, portata anche in Austria nel 2002, si traduce in una messa in scena in cui l’esercizio vocale è fondante. In quello che può definirsi un “disfarsi” dello spettacolo, ogni timbro di voce fiorisce la caratterizzazione degli attori e i loro dialoghi, che li faranno sì interagire, ma che li chiuderanno anche progressivamente nell’autoreferenzialità della propria sfera personale, destinandoli all’incomunicabilità più totale. […] Il trio che si viene a formare sul palco, attraverso l’ambiguità dell’uomo-maiale, i sogni ingenui e indecisi del pescatore e le provocazioni della donna senza nome non ha mediazioni se non nello sguardo dello spettatore. Si possono leggere in ognuno di loro, e nelle loro prese di posizione dubbi sulla sessualità, ragioni di vita messe in crisi, ma anche l’onnipresenza dell’egocentrismo e della sordità nascosta dietro dichiarazioni di volontà di ascolto: elementi propri dell’uomo nel “Terzo Millennio”.

TERZO MILLENNIO – Cecilia Carponi su Saltinaria.it (Roma 2015)
Il testo di Franceschelli ha la capacità di mettere in dubbio e ridicolizzare ogni manifestazione fenomenologica dello stereotipo, del cliché, del più banale luogo comune che inevitabilmente permea l’esperienza umana. […] Il testo si configura come una successione alogica di momenti sconcertanti: i dialoghi fortemente drammatici si mescolano a uno spiccato humour, attraverso una commistione di registro alto e basso, ora colto e acutissimo, ora ridicolo e talvolta anche demenziale. Tutti e tre i personaggi appaiono privi di passato e di futuro, immobili in un presente insensato; parlano di loro stessi in quanto personaggi, con una posizione e un peso nell’economia del testo: si chiedono chi di loro sia drammaturgicamente più rilevante, chi attragga maggiormente l’interesse e la curiosità del pubblico. L’incomunicabilità che regna tra loro si trasmette anche allo spettatore, che assiste senza capire, ed è costretto a cercare nuovi modi di pensare la realtà per poterla comprendere. L’obiettivo sembra dunque brechtiano: risvegliare il pubblico intorpidito e attivarne la coscienza critica rispetto all’assetto sociale. Gli attori sono eccezionali: Claudio Di Loreto è disarmante nelle vesti del Maiale, raffinato e osceno, futurista e reazionario, saggio e frivolissimo. […] Francesca Guercio interpreta la Donna, bravissima nelle sue interminabili sfaccettature: casalinga, femminista, isterica, sensibile, tenera, santa e puttana. E ottimo anche Alessandro Margari nel ruolo del Pescatore, sa mantenere un’espressione inebetita che di tanto in tanto cede all’insolenza.

TERZO MILLENNIO – Andrea Pocosgnich su teatroecritica.net (Roma 2010)
C’era una volta un critico ungherese concedetemi lo sfacciato accademismo, si chiamava Peter Szondi, nel suo Teoria del Dramma moderno analizzò la crisi della forma drammatica. Szondi vide in autori come Beckett alcuni tentativi di soluzione di una crisi iniziata al tempo di Ibsen. Il teatro dell’assurdo, del “vuoto conversare” insomma come risposta all’incapacità della forma teatrale classica di rappresentare il presente. Non si agitino gli storici del teatro se in questo discorso, a quasi 60 anni dalle considerazioni di Szondi, di soppiatto, senza fare troppo rumore, faccio rientrare Fabio Massimo Franceschelli, autore e regista di […] Terzo Millennio. Ebbene l’assurdo di spettacoli come Appunti per un teatro politico e Terzo Millennio non è forse l’evoluzione postmoderna di quei tentativi di salvataggio evidenziati da Szondi negli anni ‘50? Non è forse nella caduta (o improvvisa ascesa, dipende da quale lato si guardi la cosa) di stile demenziale che l’assurdo trova la sua giusta forma da terzo millennio appunto? Il comico nasce insomma non solo dall’assurdo, ecco l’altra marcia in più nei testi di Franceschelli, ma anche dalla creazione surreale e alogica di momenti narrativi sorprendenti per originalità e folgoranti per capacità immaginifica […]. Questa come altre preziosità si intrecciano in un tessuto drammaturgico di altissimo livello per stile ritmi e musicalità da rendere la scrittura di Franceschelli, a mio modesto parere, unica nel nostro teatro.

TERZO MILLENNIO – Maddalena Giovannelli su stratagemmi.it (Milano 2012)
Terzo Millennio di Fabio Franceschelli, drammaturgo e regista romano, è arrivato a Milano con “solo” dieci anni di ritardo: dopo essere stato applaudito in Austria e a Roma, lo spettacolo è approdato al Teatro della Contraddizione di Milano. […] In scena ci sono tre personaggi surreali e archetipici: la Donna, il Maiale, il Pescatore. L’intera piece si gioca sul serrato dialogo tra i tre, che illumina attimo dopo attimo l’assurdità del contesto, del linguaggio, dell’essere personaggi. L’inizio è folgorante: in un istante le battute attivano una macchina scenica dai perfetti tempi comici e teatrali, l’alto si mescola al basso, l’incomunicabilità tra i codici e i personaggi è un detonatore sottile e potente. Claudio Di Loreto – un eccellente maiale – è superbo nel ruolo di regista in scena: detta i tempi, incalza gli altri personaggi quando l’attenzione cala, passa con aplomb da colte disquisizioni a improvvisi nonsense.

TERZO MILLENNIO – Simone Nebbia su Hystrio (Roma 2010)
La drammaturgia, che risale al 1997, assume spessore maggiorato dalla sua funzionalità moderna: è un testo che sapeva di oggi molto più di quanto forse ne sappiamo noi ora, che si interrogava sulla deriva della politica così mal gestita, l’avvento della società dei consumi in luogo dei valori umani, ossia quando l’apparire ha soppiantato l’esperienza. […] Mezzo utilizzato è il dialogo (coraggioso: di 100 minuti), la forma più pura di dialettica e riflessione, in cui anche chi ascolta è coinvolto, diversamente dal dispotismo illuminato del monologo e quindi più consono all’obiettivo. Punto di forza è l’acidità dell’estetica kitsch, che nell’eccesso trova la misura di far passare la complessità in una struttura apparentemente ludica, che invece deve a questo gusto leggero dello scherzo e del paradosso i risultati migliori in chiave di accoglienza e riconoscibilità. Proprio quest’ultimo elemento è il più valoroso: l’ostinazione a oltrepassare il limite sconfigge la pesantezza concettuale e definisce il teatro di Franceschelli, che si distingue nobilmente in un’epoca, questa, di affamata omologazione.

TERZO MILLENNIO – Laura Khasiev su close-up.it (Roma 2010)
[…] personaggi con i loro discorsi, che si alternano tra ontologismi ed esplosioni di volgarità. Linguaggio e modalità che forse lontanamente ci ricordano le opere pasoliniane, così sfrontate e senza inibizioni. Questo testo mette in evidenza il malessere contemporaneo, consegnando lo spunto per un’alternativa ad esso, una via d’uscita, sempre che si voglia aderire a quel materialismo proprio della filosofia della prassi che Antonio Gramsci sposò come concezione del suo fare critica (teatrale e letteraria). Uno spettacolo che parla del disagio postmoderno, sia sociale che prettamente teatrale, del fare in modo che la comunicazione divenga un punto di riferimento fermo per chi ne fruisce, ricordando che siamo tutti vittime di questa inadeguatezza alla quale dovremmo trovare una soluzione partendo da spunti che ci vengono consegnati da prodotti artistici sempre meno completi e definiti, ma forse proprio per questo fortemente evocativi.

TERZO MILLENNIO – Francesco Russomanno su paconline.it (Roma 2010)
Franceschelli dimostra di sapersi muovere tra le strade lasciate dai grandi e rivoluzionari drammaturghi del Novecento, Beckett — Pinter — Ionesco, sfruttando situazioni grottesche, un lieve non-sense, un’incomunicabilità tra personaggi che appaiono dei ridicoli monoliti. In questo testo si attende l’EVENTO, non più Godot, che in scena è realizzato in una maniera veramente comica e originale ma al contempo disarmante. […] il continuo discorso che i personaggi fanno su loro stessi, sul testo che stanno mettendo in scena, sul teatro e sulla critica: un continuo slittare che al contempo fa riflettere e abbatte ogni riflessione. In alcune situazioni surreali è evidente la lezione di Brecht sullo straniamento (che dovrebbe aiutare a sviluppare un pensiero critico su ciò che si vede) ma la regia, il testo stesso e gli attori, sembrano portarla verso un’esagerazione comica che riesce con maggior effetto a bucare la quarta parete dell’immedesimazione. E questo avviene, per esempio, ogni momento in cui ci si rende conto che a parlarci è un maiale. Gli attori sono bravi anche se nei primissimi minuti faticano a prendere il giusto registro, ma nel complesso mantengono alto il ritmo dello spettacolo.

TERZO MILLENNIO – Fabio Di Todaro su persinsala.it (Roma 2012)
[…] una miscela vincente grazie alla possibilità di raccontare un dramma con punte di sagace umorismo. In altre parole, l’atipicità di quest’opera esistenziale è data dai protagonisti e dalla messinscena della pièce stessa: un maiale, un pescatore e una donna sono impegnati in un dialogo serrato. Lo spazio che abitano è surreale. Potrebbe essere un’isola – ma lo si deduce soltanto dall’attività di uno tra loro (la pesca). Non vi è alcuna certezza in Terzo Millennio […] se non della volontà di Fabio Franceschelli di intessere un dramma attraverso il teatro dell’assurdo, con la convinzione che nulla più di questa struttura narrativa possa raccontare il disagio proprio dei nostri tempi. […] Il disagio postmoderno, sociale e teatrale, è così raccontato in maniera sfrontata ed eccessiva, per colpire con decisione lo sguardo e la mente dello spettatore. Testo quasi pasoliniano, quanto a irriverenza.

TERZO MILLENNIO – Renzo Francabandera su paneacqua.info (Roma 2012)
La drammaturgia è un esito interessante della produzione drammaturgica del regista. Descriverla è pressoché impossibile. Il lettore sappia che si troverà per quasi tutto lo spettacolo, ovvero per un’ora e trenta minuti circa, in compagnia di un duetto, che diventa, ai due terzi della recita, un terzetto. Un delirio a due con ospite, un Aspettando Godot durante il quale ad un certo punto entra in scena una signora un po’ sboccata e concreta, che mette in crisi l’astratto filosofeggiare sulla funzione e sui paradossi della lingua dei due interpreti primigeni, il Maiale (Claudio Di Loreto), il Pescatore (Alessandro Margari), che attendono esisti ontologici della propria presenza al mondo, che non arriveranno. […] L’arrivo della terza figura in un primo momento pare aggiungere elementi risolutivi e pragmatici al dialogo precedente, ma ben presto si impasterà della stessa anti-logica, arrivando a creare un delirio a tre che finisce per esaustione. La messa in scena è una prova d’attore, in cui il duo iniziale funziona meglio del terzetto successivo, anche se il divertimento e il ritmo, ovviamente, nei terzetto trovano esiti più interessanti. […] una drammaturgia che ricorda l’assurdo di altri tempi, porta il sapore delle minestre d’una volta, espressioni di un teatro d’attore, testo e regia che, se da un lato non muore mai, per altro verso dopo un po’ ferma il metronomo nell’attenzione dello spettatore.

TERZO MILLENNIO – Schmidt Von Bernd, Krone (Graz, Austria, 2002)
Il testo di Fabio M. Franceschelli Terzo Millennio, ha avuto la sua applauditissima prima in lingua tedesca al Theater im Keller di Graz sotto la regia sensibile di Reinhold Ulrych. Tre persone stanno aspettando impazientemente. Ma questa volta non è Godot che aspettano. Malgrado ciò la cosa è nondimeno assurda. […] Nel testo di Franceschelli ricco di effetti, in cui tutto gira attorno ad un nichilista dalla testa di maiale e vestito tutto di rosa, un pescatore che spera che abbocchi un pesce nonostante le sue tristi esperienze del passato e una giovane bellezza assai frustrata e smaliziata, le cose prendono un esito diverso. Tutti e tre aspettano impazientemente, contemplando però la loro propria attesa da lontano, quasi come stranieri non coinvolti nell’azione. E si insultano con un notevole piacere. […] Il brano dell’autore italiano, nato nel 1963, […]sotto la regia spruzzante di idee originali di Reinhold Ulrych offre tanto spazio all’interpretazione degli attori presenti sul palcoscenico per tutta la durata del pezzo arrivando così ad un’ottima performance.

TERZO MILLENNIO – Gisela Bartens, Kleine Zeitung (Graz, Austria, 2002)
Nel ciclo di rappresentazioni dedicato all’Italia […], il Theater im Keller ci stupisce sempre con idee originali ed effetti brillanti. L’ultima produzione – Das dritte Jahrtausend (Terzo Millennio) – di Fabio Franceschelli non ci offre soltanto puro divertimento, ma ci fa anche capire in che direzione si muove il mondo uomini compresi. Al Theater im Keller non manca né il coraggio di esprimere verità profonde né si esita di fronte all’umorismo nero. Con Reinhold Ulrych si è trovato anche il regista giusto che non alza il dito per predicare morale. Il che si manifesta nella gioia di rappresentare degli attori e nell’entusiasmo del pubblico alla prima di Graz. Nonostante che nel tedesco si perda un po’ la leggerezza dell’italiano, il testo genera grandi risate del pubblico, anche se ragionamenti come «Crediamo di essere, ma in realtà siamo già stati» non sono così facili da digerire. In ogni caso, Franceschelli dimostra un’eccellente qualità di analista.

TERZO MILLENNIO – intervista video a cura di Simone Nebbia su E-Theatre

NEL GIARDINO – Simone Nebbia su teatro teatro.it (Roma 2009)
Nel giardino, testo di Emanuela Cocco, vincitore del premio di Scrittura Teatrale Femminile Donne & Teatro, portato in scena da Fabio Massimo Franceschelli per amnesiA vivacE, che ne ha curato anche la scenografia […]. Una scena coloratissima, su un pavimento verde prato completamente innaturale, accoglie un impianto dialogico invece classico. Si instaura un interessante processo di vertigine e paradosso: non si crede a quel che si vede, quel che manca allo sguardo è così ampiamente reale da stupire. Questo sentimento soggiace a un lavoro di intenti pop, tipici di Franceschelli, su un testo che si intende non nato per un simile trattamento. Ma questa è anche la forza di uno spettacolo che mi sento di incoraggiare ad osare maggiormente, forse estremizzando i contrasti, sur-naturalizzando i dialoghi, oppure al contrario imporre un rispetto del testo di stampo canonico, lasciando quindi parlare il testo stesso e tenere una regia distante; dico questo perché si intravede una doppia via, una scelta non unitaria, e così facendo c’è rischio di depistare – che può essere un pregio intendiamoci, si tratta di mia valutazione soggettiva in questo caso – circa una scelta di regia univoca e inequivocabile. La valutazione nasce dall’aver apprezzato in precedenza Franceschelli per la sua «acidità», cito dalle sue stesse parole, per il suo uso di colori accesi e posticci, opera che ben si rendeva organica a temi scottanti e di concetti molto densi. In questo caso c’è un testo che ha molto di classico, che non si può però scardinare come una vera operazione d’arte pop perché non è ancora, un classico. […] Il lavoro è tuttavia apprezzabile, se ne gode lo svelamento di tante nostre ipocrisie che non ammettiamo nemmeno a noi stessi; un ottimo uso delle luci inoltre e della struttura che è inevitabilmente simmetrica, speculare, come appunto fosse a riflesso delle due, identiche senza saperlo, famiglie.

TOTEM – Sergio Lo Gatto su teatroecritica.net (Roma 2012)
Fabio Massimo Franceschelli ha scritto alcuni tra i nuovi testi davvero interessanti di questi ultimi anni. […] Questo Totem, al termine di una settimana al Nuovo Teatro Colosseo, è un atto unico del 2006, in cui compare, in scarne didascalie e un linguaggio diretto e sintetico, la surreale e inquietante parabola di una famiglia, intenta a perdersi in una selvaggia routine del degrado nell’escogitare (e in qualche modo fallire) un’efferata esecuzione. […] Per la regia di Di Loreto questo è un “Incubo postmoderno”. E il pubblico viene accolto a sogno già iniziato: sul palco, composti in una sorta di tableau vivant, stanno i cinque sovrastati dalla presenza ingombrante di un Cristo in carne ed ossa. […] Come piace a Franceschelli (la struttura ritorna in altre sue opere) lo spettacolo muore e rinasce in un epilogo di quiete. […] Questo incubo ha durate dilatate e mette bene a fuoco la melassa in cui s’affloscia l’azione in quello stato dell’incoscienza in cui Freud vedeva l’espressione più libera del desiderio umano. Ed è interessante quell’indugiare sulla dissonanza di comunicazione che arriva dalla semplice omonimia dei tre.

TOTEM – Ornella Mollica su mondoteatro.it (Roma 2006)
Il pubblico assiste allo spettacolo, alternando poche risate allo stupore: si parla di dolore (“il dolore dona energia”), di sofferenza (“urla di terrore”); sulla scena i tre figli si muovono, mostrando al mondo la loro angoscia, il loro padre è lì, in mezzo a loro, mostra la sua pazzia, la sua inutile “forza mentale”; la loro donna/madre irrompe sulla scena, senza preannunciare il suo arrivo, tutto si blocca: lei domina con tutta naturalezza i suoi uomini. I tre fratelli, si muovono sul palco, permettono (con grande maestria) al pubblico di capire il loro dramma: si picchiano, urlano, parlano di rispetto – l’importanza di essere il primogenito – sono l’immagine di un Dio minore, che resta lì, immobile ad esistere al “massacro” delle loro vite. […] Il pubblico applaude, lo spettacolo è ben riuscito, gli attori sono stati dei veri e propri “maestri della scena”, il regista ha saputo con grande semplicità, impersonare il dramma di piccoli esseri, figli di un Dio troppo grande.

TOTEM – Lorenzo Orlando su culturalazio.it (Roma 2008)
Quando si parla di crisi della famiglia, o di perdita dei valori, in qualche modo, si ricerca un totem che prima c’era e ora non c’è più. Le famiglie si spaccano, come ogni organismo nascono e crescono ma in alcuni casi si sfaldano irrimediabilmente, uccisi dalla rabbia, dalle convenzioni, dall’incapacità di comunicare. “Totem” porta in scena tutto questo, e forse qualcosa di più, attraverso il dramma di una famiglia in disgregazione. Il dramma si svolge in una stanza. Il padre è in gabbia. I tre figli portano tutti lo stesso nome, Joe. La madre è assente, è nel suo mondo, si limita a brevi comparsate. Tuttavia è lei che, in qualche modo, tira le fila del gioco perverso che si consuma nella stanza. L’atmosfera è cupa. Al centro della scena, un Totem: Gesù inchiodato alla croce. Ma è un Totem moderno, importato, non proprio, marcato “Ikea”. […] La storia si evolve portando in scena contraddizioni che, sebbene estremizzate sulla scena, altro non sono che uno specchio fedele di ciò che accade in molte famiglie. I gesti d’affetto sono solo accennati, quelli di rabbia esplodono con una tragicità tale da sfiorare il comico.

TOTEM – Federica Spinella su klpteatro.it (Roma 2012)
Un dubbio sorge di fronte a questo tipo di riscritture: ma con questa storia del postmoderno cosa ci abbiamo guadagnato veramente? Davvero ci vogliamo abituare a questi Cristi in stile vintage e a queste Pietà piene di malagrazia che, al posto del bambino in braccio, hanno un fantoccio, e ci accolgono con maschera d’argilla, bigodini e un improbabile vestito da sera? Sono figure che sembrano più grottesche che eretiche, e le abbiamo già viste troppe volte […]. Anche lo stile drammaturgico di “Totem” lo conosciamo bene, perché è improntato sul modello televisivo, e tende ad intervallare una trama simbolica volutamente contorta (e tuttavia trasparente) scandita da citazioni pseudo colte con battute volgari e parolacce, che mai mancano del resto il loro effetto, e permettono il dilagare di una scoppientante risata catartica. Sono alte le pretese intellettuali del testo di Franceschelli, e si sarebbe forse dovuto metterlo in scena con maggiore accuratezza, lavorando ad esempio di più sulla recitazione degli attori. Ma lo stesso testo, per le istanze che lo muovono, avrebbe dovuto essere più curato o forse, ancora meglio, adeguarsi ad una leggerezza che più gli compete, buttando – senza resistenze intellettualizzanti – tutto in farsa.

TOTEM – Anita Miotto su kultunderground.org (Roma 2008)
Totem, scritto dal drammaturgo e antropologo Fabio Massimo Franceschelli, è l’esplicitazione del totemismo occidentale: la famiglia (per lo più cristiana) è rappresentata come un clan al quale i protagonisti sono legati senza via d’uscita. Al suo interno i rapporti sono descritti con precisione dal drammaturgo che individua in Joe – nome dei tre fratelli che ritorna di volta in volta grottesco e ioneschiano – le qualità esistenziali del primogenito, secondo e terzogenito, capeggiati da un padre scarafaggio-parassita-autoritario dal sapore kafkiano. Il vero Totem è lui […]. …felici soluzioni registiche di Claudio di Loreto il cui tipo di ricerca si dirige verso la rappresentazione della visione, la qualità visiva dell’immaginazione, costruendo di volta in volta semantiche possibili, rimodellando l’iconografia e rimpastandola dove possibile con la ricerca sul corpo dell’attore, un attore schiacciato a terra, pagliacciato da gote rosse, ricurvo su sé stesso che mostra il volto ai riflettori come rivolgendosi al Totem. […] La scrittura gergale ed immediata, costituisce un testo dal sapore acido e coinvolgente, riprendono più suggestioni e rielaborando citazioni di ieri in una visione dell’oggi post-pasoliniana.

OEDIPUS RE.SEARCH – Daniele Timpano su amnesiavivace.it (Roma 2004)
Oedipus Re.Search 3.0 è un susseguirsi di trovate. Un Edipo che è due Edipi: uno “web” che seduto davanti al pc semplicemente naviga in internet dall’inizio alla fine, amorfo soggetto della ricerca – ed uno “scenico” che snocciola il testo sofocleo, in abito scuro e bombetta come in un celebre quadro di Magritte. Giocasta è una moglie-madre travestita da sposa che non si muove d’un passo dall’inizio alla fine e che parla, amplificata, con la voce più acuta e lancinante che può. Creonte è uno storpio vestito di bianco che scarrozza senza gambe per la scena sul suo carrettino da mutilato (di guerra? Difficile crederci). Tutta una serie di personaggi minori, i messaggeri etc, sono invece palleggiati da tre sciacquette vestite da cameriere con delle improbabili parrucche sintetiche dal colore sgargiante (verde, blu e rosso). Il coro, che nei classici greci interviene puntuale dopo ogni stasimo, atteso e prevedibile come la morte dietro un angolo, noia di ogni liceale sui banchi di scuola, è costituito da tre burattini che cianciano a vanvera, parodie di maschere rubate alla commedia dell’arte che vediamo proiettate sullo schermo, in scarsa definizione, nella finestra di Real player. OlivieriRavelli Teatro, che sa di non essere più adulto di un cattivo adolescente e che proprio della cifra ludica del teatro fa una delle sue direzioni di lavoro, non ha paura di essere infantile e non perde l’occasione di anticipare in video l’ennesimo intervento del coro con un esilarante cartello: “Che palle, ancora il coro!”. Queste ed altre, tantissime, troppe trovate costituiscono il maggior pregio e difetto del lavoro: una montagna di scelte e di effettacci platealmente “provocatorii” e “d’avanguardia” vengono accatastati con una ostinazione ed un’insistenza tali che, se da un lato viene azzerata la possibilità di una effettiva sorpresa , di una effettiva “provocazione”, in compenso si sfiora in scena il miracolo dell’esorcismo di quel sistema di concatenamento d’effetti teatrali che, troppo spesso, finisce per comprimere in blando artigianato la maggioranza degli spettacoli. “[…] spirito di uno spettacolo la cui forte componente ironica, massimamente evidente nel disegno di contrappunto con le pagine web di cui si è detto, non è purtroppo facile da comprendere per un pubblico medio disabituato ad essere spiritoso di fronte ad un allestimento tratto dal testo di una tragedia attica, soprattutto se il tutto si presenta come “sperimentale”, con videoproiezioni, continui cambi di registro, aggressività latente e un dettato musicale delle battute a mezza strada fra Luciano Berio ed i cliché delle più banali intonazioni televisive. D’altro canto quella stessa “consapevole cialtroneria” che rende così umani gli spettacoli del gruppo, rischia di fare storcere il naso anche al pubblico conformista del teatro detto di ricerca, insoddisfatto di potere stingere tra le mani qualcosa che non può non sembrargli un inutile giocattolo, per di più non sempre “artigianalmente” inappuntabile. E Così questo Oedipus Re.Search si ritrova un po’ a mezza via, alla ricerca di un pubblico “popolare di nicchia” che al momento non può non esser che un incatalogabile pubblico di, ancora una volta “volenterose”, eccezioni.

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Non c'è niente da esprimere, niente con cui esprimere, nessuna capacità di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme all'obbligo di esprimere [Samuel Beckett]

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