eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

APPUNTI PER UN TEATRO POLITICO

Appunti per un Teatro Politico – foto di Michele Tomaiuoli

OlivieriRavelli_Teatro

drammaturgia / regia Fabio M. Franceschelli

interpretazione Claudio Di Loreto, Silvio Ambrogioni, Gabriele Linari, Domenico Smerilli

 

 

 

VIDEO INTEGRALE
SCHEDA ARTISTICA

ideazione scene e costumi Fabio M. Franceschelli, Claudio Di Loreto
musica Gnometto Band
voce femminile fuori campo Francesca La Scala
voce maschile fuori campo Marco Fumarola
realizzazione del jingle Marco Puccilli
voce nel jingle Francesca La Scala
realizzazione del costume “Hugo Ball” Francesca Moretto
realizzazione dei copricapo Anna Maria Sechi
disegno luci Marco Fumarola
progetto grafico Alessandra D’Innella

produzione Ass. Cult. amnesiA vivacE – Ass. Cult. Figli di Hamm
in collaborazione con CONSORZIO UBUSETTETE

Appunti per un Teatro Politico – foto di Michele Tomaiuoli

Una farsa comica e grottesca e un “serio” monologo si alternano in tre quadri. Tutto gira intorno ad una domanda: che significa oggi essere di sinistra? Modernità e socialismo, borghesia e socialismo, Occidente e socialismo, capitale e socialismo… c’è davvero spazio per una sintesi accettabile o dobbiamo concludere che si tratta di poli antinomici? E in quest’ultimo caso, dove sta la coerenza del borghese occidentale che si professa di sinistra? Il monologo pone con affanno e confusione tali questioni, serie, pesanti, senza scampo; la farsa, invece, dà delle risposte “leggere”, disimpegnate, terribilmente e allegramente nichiliste… ma sembrano essere le uniche risposte che per ora si possono accettare. Nella farsa prevalgono personaggi brutti, scorretti, schizzati sulla carta attraverso stilizzazione e iperbole, sottrazione e deformazione, luoghi comuni talmente banali da sembrare indegni del concetto d’umanità. Ma sono personaggi e modi di “non-pensare” così familiari che, alla fine, nonostante il grottesco imperante tutto appare nella forma di un tranquillo e quotidiano realismo. Nel monologo prevale invece il porsi domande, disperate nella misura in cui scaturiscono dallo svelare con evidenza e logica stringente tutte le contraddizioni della nostra società e del nostro “moderno” modo di pensare. Si finisce, quindi, con un ridere disperato, un ridere che fa male.

Appunti per un Teatro Politico – foto di Michele Tomaiuoli

RASSEGNA STAMPA (abstract 2008 – 2011)

Tre quadri alternano una farsa ad un monologo: il tema è la crisi della sinistra di oggi, una sinistra
che non è più di sinistra, e i suoi interrogativi. La farsa vede in scena personaggi bizzarri: un regovernatore che sembra l’Ubu di Jarry, un servitore/consigliere dall’aspetto metafisico, e un terzo
personaggio che interpreta i vari ospiti. In una dimensione tragicomica vengono affrontati temi
politici di triste attualità, in perfetto stile aristofanesco. Si ride amaro grazie alle caricature dei
personaggi. E su tutti ci piace l’interpretazione del servo Silvio Ambrogioni, che insieme al suo
compare Claudio Di Loreto costruisce due maschere da teatro dell’assurdo […]. Nella seconda
parte è cambiato il regime, nella forma ma non nelle dinamiche. E ci sono gli stessi compromessi
politici: scambi di favori per soddisfare i potenti. Semplice ma incisivo. In mezzo alla farsa ecco il
monologo serio di Gabriele Linari che s’interroga sui problemi della sinistra di oggi. […]. Un testo
certamente ben scritto da Fabio Franceschelli, che infarcisce il messaggio politico di gag esilaranti,
per uno spettacolo che, nonostante due nudi integrali fuori luogo (volutamente?) riesce a rendere
il ruolo primitivo del teatro: porre domande smuovendo le coscienze e rendendole inquiete. Anche
questo è suo il ruolo. Esperimento riuscito.
Simone Pacini, KLP

Vi è un’interessante caratteristica nello spettacolo di OlivieriRavelli_Teatro […], ovvero la volontà di
analizzare le dinamiche teatrali attraverso le quali l’elemento politico viene sviscerato.
Franceschelli insomma non fa solo uno spettacolo su concetti come marxismo, socialismo e
democrazia, ma lavora anche sul rapporto che il medium teatrale instaura con il dibattito
ideologico. Ma attenzione, non vi parlo di una pratica realizzata solo attraverso i consueti giochi di
svelamento a cui siamo abituati […]: c’é una dicotomia nella scrittura drammaturgica creata
proprio per sottoporre il fenomeno a diversi gradi di sperimentazione. Assistiamo cosi a una prima
ambientazione dove le dinamiche del potere sono esplicitate attraverso assurdi e a tratti
demenziali dialoghi tra un Re illuminato […] e il suo fido ministro. Nel bel mezzo di questo passaggio
si inserisce il monologo […]. E’ un secondo grado di analisi, archiviata la fase del grottesco […], la
realtà viene sbattuta sul palco con tutta la sua forza, gli interrogativi vengono posti senza il filtro
dell’iperbole, sono pane quotidiano.
Andrea Pocosgnich, teatroecritica.net

Il nuovo spettacolo di Franceschelli è il risultato spiazzante, stravagante, potenzialmente
pericoloso, che scaturisce dalla contrapposizione violenta tra due modalità rappresentative del
tutto inconciliabili. Da un lato c’è la farsa cinica e grottesca, che apre e chiude lo spettacolo e
che, senza remore o pudori racconta le estreme conseguenze dell’esercizio del potere; dall’altro, il
monologo politico, con l’interprete che, rivolto al pubblico, porta in scena i dubbi dell’autore sul
senso odierno del socialismo. Eppure si dovrà sfuggire alla tentazione di considerare questo lavoro
come la semplice giustapposizione di due blocchi distinti: le due parti isolate l’una dall’altra non
sarebbero altro che ceppi svuotati di senso. […] In fin dei conti Appunti per un teatro politico si
pone l’obiettivo di spiazzare e di sparigliare, permettendosi di deridere il concetto stesso di
ideologia e, al tempo stesso, mostrando il dolore, ormai nichilista, che la perdita dell’utopia ha
generato. Interessante, ardito, persino profetico.
Marco Andreoli, Hystrio n.3 2009

OlivieriRavelli recupera tutta la tensione dell’acidità che anima da sempre il suo teatro, una ricerca
corrosiva dell’informe, in chiave tutt’altro che estetizzante. Tutto cambia perché niente cambi. Ma
in questa versione comunist-kitsch del noto assioma gattopardesco – a volte decisamente
spiazzante nel suo fare caricatura di ciò che caricatura lo è già, calcando fino allo spasmo la
matita del grottesco – non è certo la denuncia il motore dell’azione. È tutto già visto, ci si può solo
ridere su nel modo più sguaiato possibile. E l’amaro che OlivieriRavelli lascia nella bocca del suo
pubblico non sta in fondo alle risa, ma nelle scorie spietate che si lascia dietro l’iperbole di Gabriele
Linari, che nei panni della coscienza di questo teatro che si vuole politico tentenna tra Pasolini e
Brecht, tra la giustizia sociale e la libertà individuale, tra il dovere morale di pagare le tasse e la
critica a uno stato burocratico e invasivo che strozza la libera iniziativa e la concorrenza. Mette
insieme, cioè, le istanze inconciliabili della sinistra rosa pallido dei nostri giorni, che ha sempre una
parola per tutti […]. E finisce, naturalmente, per incartarsi.
Graziano Graziani, La Differenza

Il testo è intelligente e intelligentemente si ride […] decisamente buono il gioco di parole, capace
di ospitare invece una non semplice vena concettuale, divertendosi a penetrare i mezzi della
comicità, risaltando il potere della parola che insieme convince e inebetisce, accorda e circuisce.
Tra gli attori Gabriele Linari, interprete di un monologo disperato di un comunista liso, sagace a far
risaltare le contraddizioni di scelte davvero di sinistra, in un tripudio dei “però” che
dall’illuminazione di sinistra conducono verso un cinismo bieco e razzista, abile a capire quel che
dice mentre cerca di farlo capire a chi ascolta. Dunque il teatro al servizio della collettività, che sia
da stimolo al dubbio e alla costituzione di un’etica, uno spettacolo cui va il pregio di non essere il
solito tedioso e tronfio tentativo di banalizzare il problema, ma che si interroga insieme al pubblico
e resta così nel campo degli appunti, non cercando risposte prefabbricate ma che fa zampillare
piccole sorgenti di coscienza civile: supera la boria che si cela dietro alla solita fine delle ideologie,
affermazione cuscinetto di una sinistra che fatica a riconoscere anche se stessa, passando riflessa
nello specchio della storia contemporanea.
Simone Nebbia, teatroteatro.it

Appunti per un teatro politico, ultimo spettacolo del gruppo OlivieriRavelli_Teatro, declama già nel
titolo, oltre che nell’ascendenza artistica della compagnia stessa, la sua discesa ad Inferi popolati
da brutture sociali ed umane, soprusi politici ed ideologie oramai forzatamente defunte. Non si
dissolve in un’incessante, costruita, e per questo vuota, oratoria contro i potenti, ma bensì in un
lavoro artistico stratificato e leggero allo stesso tempo, sempre e comunque funzionale e mai
vuota sovra-struttura (termine non casuale) rispetto a quanto detto, vissuto, mostrato dai vari
personaggi-figure presenti in scena. Franceschelli alla regia tratteggia una scena priva di fronzoli,
impacci o simboli superflui che avrebbero potuto dirottare la fruizione di un’opera già perfetta
nella sua estatica violenza verbale e concettuale […]. E la maschera da clown bianco indossata
da Di Loreto è l’ideale terreno su cui tracciare, a chiare ed imperiture lettere, il nostro non essere
altro che piatti, assurdi, mediocri, esseri, già postulati millenni fa da un uomo come noi.
Luigi Coluccio, Close-Up.it

Ecco un teatro politico che non si schiera ma che mostra, che non deve convincerci, strillandoci
nelle orecchie, di cose che in realtà sappiamo già, ma che ci regala una semplice sensazione:
quella di essere un popolo in balia di…
Lo spettacolo scorre tra una risata e l’altra – i personaggi sono esilaranti e troppo grotteschi per non
farci scappare almeno una volta una grassa risata – eppure durante tutto questo è come se
all’improvviso la sensazione del già visto ci sorprendesse e allora pensiamo a dove e come
abbiamo potuto vedere una scena del genere, ci si pensa un po’ e poi viene in mente: il
telegiornale! Ma lo spettacolo non è solo questo, non è solo farsa. La forza espressiva di Appunti
per un teatro politico, infatti, sta nel suo essere anche dramma, teatro di denuncia e orazione
civile, creando così un “trittico” pieno di colpi di scena, di ribaltamenti e di cambi di registro
attoriali.
Anita Miotto, KULTunderground

L’autore mette in scena la ritorsione umoristica contro il potere che è stata, da sempre, una delle
fonti di ispirazione dell’agire artistico. Ma il gesto non ha una venatura consolatoria (come a dire:
“almeno a teatro l’abbiamo vinta noi”), bensì profondamente sconsolatoria: il potere è nulla di
fronte alla natura che tutto annienta. La riflessione politica messa in carne da F. M. Franceschelli
non è quindi solo, o tanto, una riflessione sul mondo da un punto di vista politico, quanto anche, o
soprattutto, una riflessione sulla politica. Gli Appunti di F. M. Franceschelli realizzano così anche la
perfetta (cioè sghemba) sintesi di teatro dell’assurdo e di dramma a tesi. Essi si toccano come
conseguenza di una realtà assurda in cui l’individuo è nulla, ridotto a ingranaggio di una macchina
inutile. […] Il “teatro politico” oggi ha a che fare, suo malgrado, con una politica teatralizzata e,
dunque, con un paradosso: la società dello spettacolo si manifesta come malattia suprema di una
civiltà di attori. Ecco perché nella assurda pantomima del potere che ci offre, il teatro politico di F.
M. Franceschelli sembra suggerire che il teatro non è politico perché ad esso si aggiunga un
contenuto politico, ma lo è in sé.
Marco Maurizi, Amnesia Vivace

Appunti per un teatro politico, lungi dall’offrire banali formule risolutive o dall’indicare una netta via
da seguire, tratteggia con dolorosa ironia l’annebbiamento di una sinistra da tempo impaludata.
Affiancati da due tende rosse, sovrastati da un triangolo dorato tra il massonico e il regale, il
monarca capitalista Sir Jacksonn e il suo fido primo ministro Sir Jackson (le “n” alla fine dei cognomi
sono cruciali) danno vita a un dialogo sboccato, in cui il turpiloquio e gli espliciti riferimenti alla
sfera sessuale stridono grottescamente con una recitazione piatta, degna di una annunciatrice
televisiva. I luoghi comuni della società consumistica vengono dilatati […]. Tra ingiuriosi appelli
all’autore del testo e ossessive ripetizioni di alcune battute che rimandano al teatro dell’assurdo, si
arriva alla rappresentazione di un regime comunista in cui l’unica “rivoluzione” è rappresentata da
un cappello con la falce e martello e dalla scomparsa da tutti i cognomi delle “n” finali. […] Come
soluzione di continuità in questo ribaltamento gattopardesco, si inserisce un monologo politico in
cui i proclami e le dichiarazioni di intenti oscillano tra un idealismo socialista impolverato e un
impenitente populismo che solletica il ventre dell’elettorato.
ilibis.blogspot.com

Appunti per un teatro politico è un affresco grottesco, dai colori squillanti e dalla retorica
provocatoria, di una mondo perso nella propria incontrollabile animalità. […] Lo spettacolo è diviso
in tre quadri. Il primo e l’ultimo aprono le porte sulla stanza dei bottoni del potentissimo Sir Jacksonn
(con due enne) al quale si sottomente, con ostentata prostrazione, il suo fido Sir Jackson (con una
sola enne). […] Il quadro centrale, invece, è un monologo scoppiettante di un immaginario
lavoratore che guadagna 1450 euro al mese. […] Il secondo atto è il vero fulcro politico di tutta la
messa in scena, una presa di parola comica e sincera, che incide la pelle scoprendo un mondo
barbaro, che spinge tutti a non smettere di riflettere e a farsi forza per continuare a sognare.
Svegliamoci, svegliamoci! Sembra urlare il ragazzo. Altrimenti rischiamo di starcene soli come lupi, a
disperarci nella luce del crepuscolo. Altrimenti non potremmo fare altro, nella miseria del nostro
orizzonte, che soffrire, cercando di risolvere i piccoli problemi di busta paga: dai quali dipende la
nostra esistenza sedata, che ha paura di svegliare il signore e padrone.
Federico Betta, ilpolitico.it

Il lavoro di Franceschelli richiama fin dal titolo il teatro politico, che tuttavia in questo caso non si
schiera, non mira a convincerci, ripetendo quello che in realtà sappiamo già, e presentandosi
come un teatro vivo e partecipe con grande ironia. Uno sguardo sul presente che piace al
pubblico, pienamente coinvolto dal gioco metateatrale offerto dai bravissimi attori.
Martina Melandri, KLP

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Non c'è niente da esprimere, niente con cui esprimere, nessuna capacità di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme all'obbligo di esprimere [Samuel Beckett]

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