eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

NEL GIARDINO

Nel Giardino – scena


drammaturgia di Emanuela Cocco

Testo vincitore del Premio di Scrittura Teatrale Femminile
Donne & Teatro – Inner Wheel Roma Romae 2006

regia Fabio M. Franceschelli

con Cristina Aubry, Anna Amato, Marco Fumarola, Silvio Ambrogioni

disegno luci Marco Fumarola
progetto e realizzazione artistica BiberkOFF Teatro

scheda artistica

Marco Fumarola e Anna Amato in Nel Giardino

Lui sta fermo davanti allo sguardo della donna, è quello che deve fare perché quella donna è sua madre e lui è il suo bambino. Nel giardino le madri sono tutte la stessa donna, guardano i loro bambini, li tengono d’occhio. Caviglie, fronte, ginocchia, capelli, occhi: tutta roba loro. Devono stare attente e preservare ciò che gli appartiene e che le giustifica, il loro gioco segreto, qualcosa che si avvicina al sogno o al perturbante, qualcosa che ha cambiato le loro vite. Lo sguardo della madre è ambiguo e impenetrabile, racchiude un potere immenso e inesorabile che decide per la glorificazione o l’annichilimento. Il bambino dovrebbe guardarsi le spalle, mettersi al riparo. Il suo tentativo di decifrare quello sguardo è destinato allo scacco eppure a quello sguardo non può sottrarsi. Non c’è altro modo, bisogna che guardi anche lui e che decida alla svelta, se vuole rimanere in vita. La presenza minacciosa dell’infanzia è relegata nel fuori campo. Abitatori del terrificante spazio cieco i bambini ci guardano e sono pronti a emettere l’inappellabile giudizio che però non ci è dato di ascoltare. [Emanuela Cocco]


Un testo su donne e ruolo materno. Un testo dove incombe presente e indecifrabile lo sguardo dei bambini, spettatori nascosti e incompresi. I bambini ci osservano, ci giudicano, ci assecondano fin dove possono e fin quando vogliono, assecondano i nostri sogni, i nostri modelli. Poi agiscono. E quando agiscono si svelano per quello che sono, individui, non bambolotti. Lo sguardo dei bambini non è compreso dai genitori in tutta la sua dirompente conseguenza. Trattati come “carne della propria carne”, animate ma docili estensioni del proprio ego, i figli sono spettatori non visti dello spettacolo familiare, e delle finzioni e bugie di cui spesso gli attori-genitori sono portatori. Strano testo questo di Emanuela Cocco, dramma borghese, dai tratti ibseniani, spigoloso, a volte sfuggente, impalpabile, nascosto nella piatta quotidianità di due donne che sono madri ma anche mogli e che a questo servizio reso ad altri (figli e mariti) dedicano la propria vita, sino quasi a svanire nel nulla, il nulla della loro personalità. Due donne, due mariti, due figli, un’unica finzione. E che finzione: si finge un figlio a propria immagine e somiglianza, un figlio che preservi il proprio mondo, bello, brutto, misero, falso, vivo, quello che sia. Figli immaginati, scolpiti con i propri desideri, figli mostri creati dal delirio d’onnipotenza dei genitori. Parliamo di persone note, persone che non sentono il dovere delle chiarezza, verso gli altri, verso se stesse. Parliamo di persone che un giorno, un giorno qualunque, non diverso dagli altri, capiranno che quel dolce nanetto di carne paffuta li ha spiati per anni, ha compreso le loro bugie ed ora, forse, le rifiuterà disgustato, oppure le farà sue, mostrando impietoso ai genitori la bruttezza della loro creazione. [Fabio M. Franceschelli]


RASSEGNA STAMPA_abstract 2009

Due occhi, guardano dentro la scena, guardano due famiglie che credono di conoscere la propria intimità, di saper condurre una vita familiare al modo più opportuno, e invece non sanno vedere. Hanno un binocolo puntato sulla casa di fronte, parlano e sparlano degli altri, non capiscono di essere proprio loro il vero obiettivo, il vero bersaglio. Come la parabola biblica della trave e la pagliuzza, è questo il sentimento alla base di Nel giardino.
[…] Una scena coloratissima, su un pavimento verde prato completamente innaturale, accoglie un impianto dialogico invece classico. Si instaura un interessante processo di vertigine e paradosso: non si crede a quel che si vede, quel che manca allo sguardo è così ampiamente reale da stupire. Questo sentimento soggiace a un lavoro di intenti pop, tipici di Franceschelli […].
Il lavoro è apprezzabile, se ne gode lo svelamento di tante nostre ipocrisie che non ammettiamo nemmeno a noi stessi; un ottimo uso delle luci inoltre e della struttura che è inevitabilmente simmetrica, speculare, come appunto fosse a riflesso delle due, identiche senza saperlo, famiglie. Un fatto imprevisto ne scardinerà i tratti, svelerà a chi assiste che c’è molto di più, un punto che affonda e che la nostra leggerezza non ci fa mai considerare: e noi, sapremmo parlare delle caratteristiche più nascoste dei nostri familiari più stretti.
Simone Nebbia, teatroteatro.it

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Non c'è niente da esprimere, niente con cui esprimere, nessuna capacità di esprimere, nessun desiderio di esprimere, insieme all'obbligo di esprimere [Samuel Beckett]

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