eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

VERONICA

 

Veronica è la moglie di un uomo potente, molto potente e molto noto.
Può essere un leader politico, un grande imprenditore,
un banchiere di importanza mondiale, un tycoon dei media.
Può anche essere tutte queste cose insieme.
Quest’uomo è travolto da scandali sessuali.
Da quest’uomo, Veronica, sta divorziando.

drammaturgia / regia Fabio M. Franceschelli

foto di Claudio Di Loreto

produzione
OLIVIERIRAVELLI_TEATRO
in collaborazione con
amnesiA vivacE – Consorzio Ubusettete

disegno luci
Marco Fumarola

scene
Cinzia Iacono e Fabio M. Franceschelli

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video promo di VERONICA su you tube

foto di Michele Tomaiuoli

foto di Michele Tomaiuoli

foto di Michele Tomaiuoli



RASSEGNA STAMPA

Marco Togna su dramma.it
«Alla molteplicità di registri presenti nel testo Aubry risponde con rara maestria, sprigionandone ogni luce, dando voce e corpo, in un continuo gioco di modulazioni e compresenze, a tutte le emozioni contenute nelle parole: il vissuto e la delusione, la rabbia e la ribellione, l’abreazione e il sarcasmo. Un’interpretazione perfetta, quella di Cristina Aubry, anche in considerazione della complessità del testo. Non solo per la ricchezza architettonica, ma direttamente per la qualità della drammaturgia.»

Stefano Miceli su l’indro.it
«Veronica ha la voce e il volto di Cristina Aubry, bravissima attrice diplomata all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, che sa dare al personaggio di Veronica una credibilità fatta di misura e classe al tempo stesso. Il ruolo che interpreta vive di un delicato equilibrio psicologico che Cristina Aubry sa trasmettere al pubblico con la naturalezza tipica delle attrici che conoscono le scene, seguendo con grandissima capacità le continue modulazioni interpretative e i cambi di stato d’animo del personaggio.»

Enrico Bernard su saltinaria.it
«un allestimento essenziale, preciso nei contrappunti luminosi che staccano le varie sequenze e “anime” della protagonista, la Veronica di fama nazionale che assurge però a simbolo di una certa condizione femminile senza tempo. […] la Aubry vola e noi insieme a lei alla sintesi dei significati e delle persone che incarna dietro la sua maschera graziosa ma durissima, gentile ma dotata di una compostezza al limite della fermezza morale, non solo contro il “maschio dominante” ma anche contro la mancata emancipazione, l’accettazione di un ruolo subordinato e succube che rende la donna incompiuta, irrealizzata e quindi dolorosamente tragica.»

Fanny Cerri su pensieridicartapesta.it
«un monologo fine e sfaccettato, interpretato con brio e passione dall’attrice Cristina Aubry […] La Veronica di Franceschelli è consapevole delle proprie contraddizioni, dei privilegi di cui gode grazie al matrimonio, della complessità delle ragioni per cui la vita può portare una donna a legarsi con un uomo controverso. E interessanti sono gli accenti di pietà umana per la meschinità della vita di entrambi, marito corrotto e moglie marginale, vittime di cosa?, o il guardare in faccia l’età senile o la morte, uguale per tutti e che tutti ci lascia delusi.»

Valentina Carrabino su teatro teatro.it
«È degna di nota anche la scelta di non scadere nello scandalistico e di non cedere al gossip. L’autore, che pure si ispira all’attualità, attraverso il personaggio di Veronica, analizza e richiama la condizione femminile nel complesso. I riferimenti a Nora di Ibsen e alla Medea di Euripide riportano l’attenzione a una figura che subisce la condizione di succube del marito e, in diversi modi, a questa si ribella. Nell’interpretazione di Cristina Aubry emerge la vasta gamma delle emozioni umane esplicitamente femminili. La scelta stilistica di una scenografia semplice, giocata sui contrasti tra bianco e nero, risalta ed evidenzia la suggestione delle sfumature. L’elemento pittorico a cui in forma neutra Veronica si accosta, lascia esplodere anche i colori, come dal caos del proprio dolore.»

Andrea Pocosgnich su teatroecritica.it
«Franceschelli ha intessuto un fine pamphlet che tramuta lo spunto iniziale e cronachistico in un ragionamento ben più ampio sulla nostra società perennemente fallocratica. […] una scrittura vivace che percorre le pagine veloce come una lama, tanto da farci affermare la sua compiutezza nella forma letteraria. Ma quando i caratteri balzano dalla carta al palcoscenico, qualcosa si perde in quell’inafferrabile macchina delle emozioni e del pensiero che è il teatro. Di certo non solo per causa di Cristina Aubry, fedele interprete (sarà proprio la fedeltà il problema?), incapace però di rapire l’attenzione dello spettatore e di sorprenderlo, o di una regia (a opera dello stesso autore) impigrita su un codice fin troppo riconoscibile…»

NOTE CRITICHE ALLA DRAMMATURGIA

VERONICA, O DELLA RISURREZIONE DEL PERSONAGGIO – di Enrico Bernard
(prefazione alla pubblicazione su Collana Scena Muta – Edizioni Progetto Cultura)

Con Appunti per un teatro politico Franceschelli aveva preso decisamente la strada del Teatro dell’Assurdo, sia pur con forti connotazioni “politiche” come recita il titolo stesso del suo lavoro, che ha ottenuto attenzioni anche fuori d’Italia. A mio giudizio si trattava, nel caso degli Appunti, di un “assurdo necessario”: perché all’inizio del secolo attuale nessuno riteneva possibile che la situazione italiana precipitasse nella totale follia, una maionese impazzita della nostra realtà che farebbe oggi impallidire Ionesco e sorridere Brecht che vedrebbe il suo Mackie Messer, lo squalo capitalista, in azione in carne ed ossa, non più come metafora ideologica, ma come tragica dimensione umana e politica.

Il problema era dunque per Franceschelli: che fare se la realtà diviene più folle di ogni possibile immaginazione (e rappresentazione) dello stesso Teatro dell’Assurdo? Credo sia stato questo l’interrogativo che ha spinto Franceschelli a creare una nuova struttura per il suo teatro, trasformandolo da farsa e parodia, quantunque tragica, dell’uomo che volle, e purtroppo vuole ancora, farsi presidente di tutto e di tutti, presidente operaio, presidente bellimbusto e così via, in una sorta di Teatro Verità. Dove per Verità intendo in parte la verità politica, o sociologica se vogliamo, ma che in ogni caso comporta la verità interiore, la verità dell’anima di cui ogni personaggio teatrale si fa carico e voce.
Non c’è del resto bisogno di analisi politologiche per scoprire l’identità reale, resa estremamente manifesta nel testo da tutta una serie di riferimenti cronachistici, di Veronica, la protagonista di questo monologo. Moglie di un uomo potente, molto potente e molto noto (come si legge nella didascalia iniziale riferita senza mezzi termini ad un personaggio della nostra storia contemporanea). Ma la novità consiste nel vedere questa Veronica non sotto il punto di vista dell’attualità e del gossip, che a Franceschelli non interessano se non come riferimenti, quanto più richiamare il personaggio femminile alla sua “eterna condizione” di succube del potere maschilista.
Veronica come Penelope, dunque? In effetti i riferimenti e le citazioni classiche di Franceschelli sono esplicite: la Nora di Casa di bambola di Ibsen e l’archetipo femminile della donna in rivolta contro il potere fallico, la Medea di Euripide, fanno appunto pensare al fatto che in Veronica l’attualità passa in secondo piano, e che, come si suol dire, “ogni riferimento a fatti o persone” siano forse non assolutamente casuali, o involontari, ma certamente contingenti come elementi del “particolare” che servono a generare aristotelicamente un “universale” senza tempo. Insomma, questa Veronica di Franceschelli – tralasciamo di inoltrarci sull’identità reale del personaggio che è sulla bocca di tutti – rappresenta, oltre la sua collocazione nella nostra situazione storica, la ribellione appunto senza tempo e “universale” di Medea contro Giasone o di Nora contro il marito Torvald – che tratta la sua donna come un’allodola, cioè come una preda da impalmare e tenere chiusa in gabbia, seppure dorata.
Su queste “piste” ci porta anche la scelta estremamente letteraria di Franceschelli che opta (fatto inusuale e senz’altro molto apprezzabile per la nuova drammaturgia) per una scrittura colta, sofisticata, addirittura filosofica. Naturalmente la finalità di Franceschelli, che ha il teatro nel sangue ed è quindi ben conscio della portata della sua scelta stilistica, non è quella di fare bella scrittura, calligrafismo, drammaturgia classica – operando una specie di conversione ad U dalla sperimentalità della sua scrittura emersa nelle opere precedenti. Mi sembra invece che la soluzione stilistica di Veronica, ossia di mantenere “alto il livello” della comunicazione con lo spettatore nel corso dello spettacolo, che si apre come dicevo con la citazione della Nora di Ibsen e si chiude con le parole di fuoco di Medea a Giasone, sia quella di evitare la trivialità del reale per approfondire il personaggio femminile di Veronica, nelle sue debolezze adolescenziali che l’hanno fatta diventare “preda” appetibile, e nelle certezze della maturità – la presa di coscienza del suo valore solo come “carne” da consumare e ormai già consumata – che la trasformano in una Diana vendicatrice.
Il monologo di Franceschelli si sottrae così, proprio per il suo spessore letterario, ad un “teatro politico” caratterizzato dall’attualità e rivolto a personaggi viventi, per trasformarsi nella rappresentazione del contrasto arcaico tra l’eterno femminino e il potere fallico del dio unico maschilista. E al centro del discorso di Franceschelli c’è proprio il tema della ribellione femminile a questo tipo di potere “unico” basato sulla prepotenza sessuale, con una stupenda conclusione che lascia aperta la porta (e qui vanno le nostre speranze) ad un società matriarcale, governata da donne. È infatti qui che si concentra il finale di Veronica che, alla fine della sua autodifesa che diventa un atto d’accusa davanti ad un giudice immaginario, annuncia la sua intenzione di contrastare l’Uomo Potente sul suo stesso campo: il campo della politica e della verità. Una possibilità oggi remota se riferita ai personaggi reali, ma ipoteticamente sempre aperta e che ci fa sperare in un governo totale, nel mondo e non solo in Italia, di donne. Che sono madri, prima ancora di essere bambole come Nora o oggetti sessuali come Medea, e che quindi non manderebbero mai i loro figli a morire in nome di un dio maschile.
Il testo lascia anche una curiosità al lettore : quale sarà mai il quadro di Pollock davanti al quale, durante una visita al Moma di New York, Veronica prende coscienza del suo stato e della sua realtà decidendo allora di “cambiar vita” e di uscire dal suo personaggio-bambola? Probabilmente il segreto sarà svelato nel corso della rappresentazione con una chicca in più per lo spettatore.
In conclusione intuiamo in Veronica una vera e propria risurrezione del personaggio: una catarsi storica che smuove gli eventi che ci sembrano schegge di un mondo impazzito in un universo archetipo in cui il personaggio Veronica, al di là della sua realtà fattuale, si tramuta, attraverso il monologo che rappresenta un moderno canto del capro espiatorio, ossia la tragedia, in mito universale. Così avviene anche in Pirandello: il ritorno a se stesso del personaggio che dal “Come tu mi vuoi” ricompone i frammenti del proprio vero essere: “come mi voglio io”.

Enrico Bernard

NOTA CRITICA A VERONICA – di Alfio Petrini
(Disamina dell’opera a cura della redazione di Liminateatri, nell’ambito della collaborazione tra la Rivista e il Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea)

Veronica è un monologo scritto (maggio 2012) da Fabio M. Franceschelli, il quale si occupa di questioni teoriche e pratiche del fare teatro come drammaturgo, regista, critico e organizzatore. Laureato in antropologia culturale, è autore di saggi sulle religioni afrobrasiliane e di numerosi drammi, monologhi e adattamenti originali di Boccaccio, Pinter, Sofocle, Genet, Cechov e Pasolini, di cui ha firmato anche la regia. Ha fondato con altri artisti il Consorzio Ubusettete, è stato redattore della rivista online Amnesia Vivace e collaboratore saltuario di Hystrio.

Sulla prima pagina del copione – che l’autore ha sottoposto all’attenzione della redazione di Liminateatri, nell’ambito del rapporto di collaborazione tra la rivista e il Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea -, figura la sinossi dell’opera: “Veronica è la moglie di un uomo potente, molto potente e molto noto. Può essere un leader politico, un grande imprenditore. Un banchiere d’importanza mondiale, un tycoon dei media. Può essere tutte queste cose insieme. Quest’uomo è travolto da scandali sessuali. Da quest’uomo Veronica sta divorziando”.
Non mi guardi con severità” – dice la donna al Giudice, invisibile e onnipotente, che presumibilmente l’ascolta -, perché “è difficile mettere a fuoco il proprio dolore”, animata da un senso di salvezza e di punizione allo stesso tempo. Ma il senso vero del discorso sul matrimonio e sulla famiglia – mediato da Vino -, credo che stia nella bellissima battuta finale, una battuta crudele, che Veronica pronuncia rivolta al pubblico: “Tu mangia nel piatto tuo che io mangio nel mio. E anche dopo, mi raccomando, ognuno rigetti nel proprio. È una questione di buona creanza”.
Veronica, come Nora di Ibsen, ha la sensazione di essere vissuta come una “mendicante”. Il torto del padre e del marito è di averla fatta diventare “un nulla”. Con suo padre è stata “una bambola-figlia”, con il marito “una bambola-moglie”, e i figli sono stati le sue “bambole”. Ora, spinta dalla corrente sotterranea del racconto della sua vita, chiede compagnia e sostegno al “Signor Giudice” e all’ “amico Vino”, perché “certi minuti” appaiono pesanti “come anni bui”, anche se il “cinico disinteresse“ è ciò che ora maggiormente l’inebria. Tutto quello che sa e che sente il bisogno di dire, lo dirà con freddezza e determinazione. Lo userà soltanto contro di lui, il marito, e contro i suoi servi. “Debbo voltarmi indietro per punire tutti i puntini della mia vita e scorgere i contorni di un profilo che non mi piace ma che ancora posso cambiare, devo cambiare, disegnare un’altra vita, un’altra Veronica”. Per questo motivo Veronica deve andare avanti, per questo motivo deve schiacciarlo, il marito. E deve farlo ora, “prima che il vestito di madre premurosa” le stia stretto. Veronica non vuole assoluzione e non vuole condanne. Vuole cambiare Veronica e vuole rovinare il marito, che dovrebbe essere chiamato “porco” se fosse un uomo qualunque e se non fosse quell’uomo potente che è in grado di comparsi tutto, politica, giornali, televisioni, informazione, intelligenza, giustizia e verità. “Ti rovinerò – dice – perché voglio farlo. Perché mi va. Una volta tanto il mio ego sarà superiore al tuo”. Quello che la donna chiede a noi, e che chiede anche ai figli – con la puzza del padre addosso -, è di riconoscere “ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, chi ha fatto il torto e chi lo ha ricevuto”. Rabbia e vendetta s’intrecciano, in una sorta di coazione a ripetere. E riferendosi alla corte dei servi scodinzolanti dietro il marito, pronuncia parole durissime: “Ti schiaccerò per non vedere mai più l’arroganza del tuo circo delle ipocrisie. Ti schiaccerò per non vedere mai più quelle offensive maschere esibirsi tronfie. Per non vedere mai più sfilare il tuo allegro carnevale. Per non vedere mai più quel carnevale trasformarsi in una danza di morte”. Rabbia, vendetta e una richiesta finale al Giudice, che dia un po’ d’inferno a tutta quella “finzione”.

Gli stimoli esterni (gli stimoli sono sempre esterni) che hanno determinato la scrittura del testo linguistico sono rappresentati da due fatti di cronaca, di cui hanno parlato a lungo i giornali di tutto il mondo: la lettera di Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, offesa dalle dichiarazioni e dagli scandali sessuali del marito; e l’accusa di violenza sessuale compiuta da Dominique Strauss-Kahn nei confronti della cameriera di un hotel. Il testo si sviluppa in modo lineare e assegna alla parola il compito di raccontare il movimento del pensiero e il movimento del desiderio della protagonista del monologo. Seppure originato dallo stimolo esterno di due fatti di cronaca, il testo riesce ad andare al di là del dato sociologico e scandalistico rappresentato dai fatti e si pone in modo originale come “riflessione” e “meditazione” sul tormento esistenziale di una donna che scopre nel fallimento del matrimonio e della famiglia la voglia allo stesso tempo di rinascere e di ridare un senso alla propria esistenza. L’autore fa una scelta accurata delle parole e le combina con una giusta dose di sarcasmo e di crudeltà, salvando la materia linguistica da ideologismi, da moralismi e da derive romantiche. Il testo Veronica è ben costruito, ha la dote della leggerezza e della densità, si presta alla realizzazione di una grande performance d’attrice: merita di certo la verifica della scena.

Le note esplicative, in funzione della lettura e del progetto di regia, non sono strettamente necessarie: primo, perché gli stimoli esterni sono noti a tutti e facilmente desumibili dal testo; secondo, perché i riferimenti cronachistici costituiscono oggettivamente un punto di debolezza, un peso, e non un punto di forza: più il testo si allontana dalla cronaca e dalla rappresentazione mimetica della realtà, più si avvicina al valore poetico universale; terzo, perché non sono obbligatoriamente due le “strade espressive – voce e viso” -, indicate dall’autore, ma molte di più. Voglio dire che l’attrice (che dovrà essere bravissima e bene allenata), nel cimentarsi con il testo linguistico potrebbe/dovrebbe essere capace di elaborare un testo fisico tale da determinare una originale e imprevedibile dilatazione del corpo e della mente, e un arricchimento della tessitura di codici espressivi, così da rendere più complessa e articolata la comunicazione teatrale di quanto non sia stata prevista dal testo verbale del drammaturgo.

In relazione al sistema dei segni è plausibile porsi questa domanda: perché andare (metaforicamente) al mercato dei segni per scegliere sempre gli stessi (solitamente quelli verbali), quando esiste un’offerta variegata di segni non verbali che potrebbe tornare utile alla comunicazione dell’invisibile e dell’impalpabile, soprattutto quando – come nel caso specifico – questi valori assumono una importanza primaria? Sarebbe come se, andando al mercato ortofrutticolo, si comprassero sempre e soltanto pomodori. I pomodori sono meravigliosi, sono necessari alla elaborazione di molti cibi, ma ci sono tanti altri prodotti della natura, e semi e fiori e frutti, utili, a volte indispensabili, alla preparazione di piatti gustosissimi: colorati, profumati, seducenti.

Alfio Petrini

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