Terraferma, di Emanuele Crialese

Mi sembra che l’applauso dovuto a Crialese e al suo nuovo film dipenda in larga parte dalla modalità del suo sguardo narrativo, distaccato ma non freddo, partecipe ma non schierato. Affonda il bisturi su un nervo scoperto dell’Italia contemporanea, su un nostro soffocato ma sempre presente senso di colpa. Quello del benestante di fronte alla povertà altrui. Lo fa senza cadere nella più probabile trappola presente in una operazione di questo tipo, quella del buonismo di stampo cattocomunista. Gliene sono tanto grato. Nella sua terraferma non ci sono mostri, non ci sono nemmeno angeli. Ci sono solo persone sballottate dalle onde di sentimenti contrastanti, ma tutti primigeni e dunque tutti pietosamente umani, impermeabili a qualunque condanna, l’istinto di sopravvivenza, la ricerca di un futuro, la protezione delle proprie cose e, perché no? anche la voglia di una tranquilla vacanza. Le scene più emblematiche sono due: la prima è quando la fragile barca con a bordo i due ragazzi viene assalita in piena note da un’orda di migranti che annaspano tra le onde. Il rimando agli zombi di Romero mi sembra evidente. Parteggiamo per il giovane Filippo che difende la barchetta dal rischio che tutte quelle mani nere che vi si aggrappano la rovescino. Ma quando l’esigenza di difesa, l’istinto di sopravvivenza, si arma di un bastone che spezza con violenza quelle stesse mani allora parteggiamo per gli zombi e odiamo l’egoismo di Filippo. Dove sono i mostri se l’oggetto della contesa è solo una piccola e fragile barca? L’altra immagine è quella finale e riguarda ancora la barca, con a bordo uniti dallo stesso destino i due contendenti, il migrante nero e l’isolano italiano. Qui la ripresa è dall’alto e la barca si fa piccola piccola nell’immensa distesa del mare e tutti i conflitti sembrano farsi insignificanti dettagli nell’oscuro tragitto della vita. Presenti anche echi di tragedia, Antigone: seguire le leggi degli uomini e quindi girarsi dall’altra parte quando si avvistano chiatte colme di disperati o seguire l’innato sentimento della fratellanza e raccoglierli, magari non tutti perché rovesciano la barca e ci portano alla morte ma almeno un po’, qualcuno, uno, due, quelli che il caso ti offre più vicini alle tue braccia? Non possiamo farci carico da soli di tutti i mali del mondo ma salvare almeno una vita non significa salvare l’intera umanità? Forse quest’ultima domanda racchiude proprio il senso del tragico che permea la narrazione di Crialese. Possiamo ancora scegliere, possiamo sfidare la legge e seppellire Polinice, salvare quanti più “fratelli” possibile ma resterà sempre il tragico (appunto) senso di impotenza per non poterli salvare tutti, per non poterli accogliere tutti nella nostra fragile barchetta.