1977 vs 2011: movimenti a confronto

Durante l’anno scolastico 1977-78 ero iscritto al primo anno di scuola superiore. Da poco piombato nell’età adulta, o almeno tale mi pareva l’appartenenza ad un istituto superiore, giravo con Lotta Continua infilato nella tasca in modo che si vedesse bene. Non posso dire che “ho fatto” il ’77, ma un po’ di quella atmosfera, di quei linguaggi, di quell’ambiente, l’ho conosciuto, quel tanto che mi basta per abbozzare un confronto tra allora e oggi.
Il ’77 era terribilmente ideologico, l’ideologia impregnava la retorica, l’analisi, la prospettiva. Il 2011 non ha quasi alcuna ideologia a supporto. Ha un’analisi, quella sì, un’analisi dell’attuale le cui deficienze sono sotto gli occhi di tutti. Ma evidenziare ciò che non va e perché non va non è ideologia, al massimo è solo buona capacità analitica.
Nel ’77 tutti parlavano di politica, il “che fare” era una domanda condivisa. Oggi finalmente, dopo tanti anni di rincretinimento collettivo, mi sembra si stia tornando ad un simile livello di partecipazione.
Il ’77 era violento, molto più di oggi, e la violenza era uno strumento, forse il principale, dell’azione ideologica. La violenza odierna fortunatamente è minore ma fa un po’ più paura perché è rabbiosa, anarchica, incontrollata, imprevedibile, può crescere a dismisura.
Se il ’77 era mosso dall’ideologia, il 2011 è mosso da “fame”, fame soprattutto generazionale. A occhio e croce l’ultima generazione che ha avuto un accesso relativamente semplice al mondo del lavoro, e parlo di lavoro con le sacrosante garanzie, se non proprio il “posto fisso” qualcosa di simile, è stata quella degli attuali 45enni. Al di sotto di questa soglia inizia il baratro del precariato, dei forse 1000 euro al mese senza versamenti, senza prospettive certe, senza il miraggio di una pensione. Questo disastro generazionale prodotto dai nostri politici ed economisti si inizia a sentire nelle sue estreme conseguenze solo ora. Non che dieci o quindici anni fa non ci fosse ma essere precario a vent’anni lo accetti, a quaranta no, a quaranta ti incazzi, ti ribelli. Non c’è famiglia col precariato, non c’è casa, non c’è previdenza, non si costruisce, si vive alla giornata. Quando parlo di “fame” intendo questa, fame di costruire il proprio futuro, di realizzarsi, di vivere sic et simpliciter.
Nell’ideologia il ’77 trovava anche la sua prospettiva, l’obiettivo a cui ambire. Obiettivo che poi fallì completamente producendo da un lato gli anni di piombo e dall’altro, per rigetto, il craxismo. Nessuna chiara prospettiva nel 2011, vaghi accenni a “mondi migliori”, qualche rimpianto di socialdemocrazia mancata, sguardi fugaci a J.M. Keynes, episodici rigurgiti di marxismo. L’unica prospettiva resta, appunto, soddisfare la “fame” il più presto possibile. Ed è in questa sensazione di un tempo limite ridotto agli sgoccioli, di un’urgenza impellente, che risiede lo spirito mondiale del 2011. Ma se il limite dell’ideologia è la sua rigidità, l’incapacità che ha nel confrontarsi col mondo che cambia, il limite della fame e dell’urgenza sta nella sua impossibilità a coesistere con la calma e la razionalità, con la “gioia e rivoluzione”.

I black bloc e i limiti del movimento

L’intervista ad uno degli incappucciati di sabato scorso, pubblicata da Repubblica , mi sembra mettere la parola fine a quella sorta di leggenda metropolitana dietro cui i movimenti no-global prima e indignados ora si rifugiano, leggenda che vuole i c.d. “black bloc” niente altro che poliziotti travestiti da manifestanti con la consegna di provocare disordini, sputtanando così l’azione e gli obiettivi del movimento. Continuando su questa interpretazione, la battaglia romana di sabato altro non sarebbe stata che un finto scontro tra polizia scoperta e polizia mascherata. Per onestà aggiungo che tale tesi è raramente formulata in termini tanto radicali: generalmente si preferisce evidenziare la presenza tra i manifestanti violenti di poliziotti infiltrati che usano le frange più estreme del corteo spingendole alla battaglia. Già questa mi pare più plausibile, o almeno certe immagini e certe testimonianze di Genova 2001 hanno dimostrato una buona attendibilità di tale ipotesi. Ma anche in questo caso non viene minimamente scalfita quella che per me è una verità scomoda e difficile da accettare, ma che va affrontata: primo, i black bloc sono un problema del movimento; secondo, è evidente una continuità tra il movimento e le sue espressioni più violente.

Mi soffermo sul concetto di “continuità” che è il centro della mia affermazione ma è anche il più difficile da sezionare e chiarire. Da più parti si legge dell’assenza tra i cappucci neri di una qualunque forma di linguaggio politico, una analisi, una strategia, come se la loro fosse una violenza cieca, immotivata, volgarmente criminale, fine a se stessa o alla soddisfazione di un ego malato. Non è così, 1000 persone che tirano sanpietrini è un atto politico, magari stupido, sicuramente non condivisibile, ma politico. Credo che i protagonisti dei fatti di sabato siano persone mosse da una forte rabbia contro l’attuale sistema socioeconomico mondiale e (peculiarità italiana) contro l’attuale governo. Credo quindi che siano figli di una radicale critica al “sistema” tanto quanto lo sono tutte le anime non violente e pacifiste del movimento. Detta così, sembrerebbe stia dando ragione ai titoli a tutta pagina di Libero o del Giornale che definiscono i black bloc “cocchi della sinistra”. In realtà non c’è da parte mia alcun intento accusatorio né alcun cedere alle becere semplificazioni di Belpietro & c. Cerco solo di venire a capo di un problema evidente e innegabile, tant’è che sono passati esattamente dieci anni da Genova 2001 e le cose si ripetono per filo e per segno… e i poliziotti infiltrati non centrano proprio nulla. Il punto è che tante delle analisi politiche, sociali, economiche che appartengono all’intelligenza del movimento sembrano non dare scampo: il sistema è malato nelle fondamenta e, paradossalmente, sfasciarlo sembra un’opzione più logica e conseguente che limitarsi ad una sterile protesta. La vaghezza delle parole d’ordine e degli obiettivi del corteo di sabato mi conferma questa idea, ovvero che siamo tutti ben informati di quanto sia grave e perversa la nostra economia e la nostra società ma che da tali presupposti non si riesca a produrre una chiara proposta politica, e di fronte alla mancanza di un progetto politico la violenza “sfascista” ha il suo appeal, ha facile vita.

Per quanto mi riguarda la violenza non è un’opzione, l’unica opzione è la politica e fin quando si continuerà ad insistere con queste manifestazioni monumentali che mettono insieme gli scout ai marxisti leninisti, che non hanno alcun collante se non un vago scontento, che non canalizzano chiare e praticabili proposte al di là della romantica retorica vendoliana, che non riescono a confrontarsi con il principale luogo deputato al confronto politico, il parlamento, si continuerà a prestare il fianco ai lanci di sanpietrini e a chi non vede l’ora di bollare ogni critica al sistema come estremista e violenta.
Non sto riproponendo l’antico ammonimento di Marx, l’estremismo come malattia infantile del comunismo, semmai ventilando l’ipotesi che il “nostro” estremismo se non strutturato politicamente possa virare verso una nuova forma di ribellione che ha fatto la sua comparsa a Londra lo scorso agosto, ribellione questa davvero inutile e improduttiva, se non di un male ancor peggiore di quello che l’ha generata.