eretico ben cotto

by Fabio Massimo Franceschelli – cinema, teatro, politica, arte, società

Quando scompare una generazione

Buona parte di quelli della mia generazione – e intendo chi qualche anno più e qualche anno meno veleggia intorno alla boa dei 50 -, sta purtroppo vivendo sulla propria pelle un noto fenomeno che non desta alcuno stupore se non in chi, appunto, lo vive in prima persona. Parlo della progressiva scomparsa dei propri genitori. Al di là dell’ovvio doloroso sconvolgimento emozionale e sentimentale che il fatto provoca a chi lo esperisce, restano delle considerazioni (non meno dolorose) che ci coinvolgono proprio in quanto generazione anagrafica posta nel fluire sociale. Ho sempre pensato ai morti come agli “sconfitti della vita” e va da sé che tutti quanti passeremo per questa sconfitta, ma la sconfitta/scomparsa di una generazione intera pone un sovrappiù di tristezza, di pietas, nonché di responsabilità per chi resta.

Nel caso specifico, gli ottantenni di oggi sono nati intorno agli anni trenta, hanno vissuto nel pieno delle loro forze soprattutto il dopoguerra, la ricostruzione, il boom degli anni 50 e 60. Partendo da zero, e parlo di uno “zero” di cui non avevano particolari colpe, hanno vissuto al seguito di un solo e chiaro obiettivo, ricostruire e crescere (quasi un biblico “crescete e moltiplicatevi”). L’abbondanza, per chi è partito dal nulla, non poteva non essere un valore positivo alieno da qualsiasi senso di colpa e probabilmente il mito della “crescita” – che oggi, in fase di profonda recessione, assume le sinistre vesti di un fantasma – ci deriva proprio da loro. Ma la crescita illimitata è svanita e la ancora recente immagine di mio padre, nel suo orto, tra le sue piante, mi ha sempre fatto pensare in ultima analisi ad un rifiuto per un mondo ormai a lui estraneo e non so dire se oggi mi faccia più tenerezza e pietà quel loro ingenuo ottimismo o il mio/nostro disincantato pessimismo.

Più in generale, una generazione che scompare porta con sé uno sguardo sul mondo unico e irripetibile, di fatto non trasmissibile, un tesoro di pensiero, sensibilità, paradigmi, che va via irrimediabilmente. Nel pieno dell’epoca della riproducibilità delle cose questa affermazione può apparire sbagliata, ma penso che nulla è davvero riproducibile e quel che resta, anche la semplice memoria, anche il “far vivere in noi i nostri genitori”, è sempre un falso simulacro, nella migliore delle ipotesi un’approssimazione. La responsabilità di non dimenticare, di non dimenticarli, di portare in noi e verso gli altri il loro insegnamento, resta pressante, quasi schiacciante, ma viaggia insieme alla sensazione che quel poco di memoria che li tiene in vita non dica tutto di loro, o non dica proprio niente, come se in realtà quel loro mondo noi non l’avessimo davvero mai conosciuto.

Infine, la morte dei nostri padri è anche una nostra morte, perlomeno di come siamo stati finora. Se è vero che è nello sguardo dell’altro, di chi ci conosce, anzi di chi ci riconosce (e chi ci ha riconosciuto più di nostra madre e nostro padre?), che risiede il nostro io, la nostra principale costruzione del sé, ecco che la sparizione definitiva di quello sguardo ci rende nudi, informi… e liberi, neo-nati al mondo, liberi di ricostruirci come vogliamo, di essere genitori di noi stessi.

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Questa voce è stata pubblicata il settembre 24, 2011 da in riflessioni, società con tag , .

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