Invidia (racconti del venerdì #6)

Seduta nel foyer del piccolo teatro, Adele teneva d’occhio la donna in piedi in fila al botteghino. Poco distante da lei, in piedi, conversava con due uomini giovani, forse attori o studenti universitari. I capelli le ricadevano lisci e lucidi sopra le spalle. Indossava una giacca di lana colorata, gli occhi erano truccati di azzurro e aveva passato il lucidalabbra sulla labbra. Era sui trentacinque, di carnagione chiara. Era arrivata da sola e si era messa in fila. I due uomini, subito dietro di lei, le avevano rivolto la parola. Lei aveva risposto. In breve erano insieme a fare la fila. La donna teneva in mano un pacchetto di sigarette e un accendino. Dopo aver ritirato il biglietto, un ridotto, andò fuori a fumare. Gli uomini la seguirono. Sembrava una cosa facile e impossibile allo stesso tempo. Adele non toccava una sigaretta in pubblico dalla primavera dell’ 74, quando lui le aveva detto quando fumi sembri una scimmia ammaestrata. Linda Costantino tirava una sigaretta dietro l’altra e lui le moriva dietro. La battuta, era stata sganciata a tradimento negli spogliatoi della palestra, subito dopo l’ora di educazione fisica. Adele, un bersaglio facile a quel tipo di battute, non aveva avuto modo di ribattere. Linda Costantino era esplosa in una risata piena di promesse, senza una vera intenzione di ferirla. Quando in piena notte, nell’estate dell’84, Linda Costantino era andata a schiantarsi sulla statale con la sua Micra Magenta, solo allora, Adele aveva ritenuto chiusa la questione. Si sbagliava. In sala le luci di spensero. Adele prese posto in platea, tre file dietro la donna con i capelli lisci e rossi. Dietro il sipario gli attori risero in maniera forzata per dare inizio all’azione. A spettacolo concluso Adele stringeva ancora tra le mani il biglietto, che aveva pagato per intero. Linda era seduta tre file avanti a lei. Aveva fumato una sigaretta sotto la pioggia e aveva preso accordi per la cena, con uomini giovani conosciuti da poco e per caso, ma facilmente. A fine spettacolo uscì per prima. Gli uomini la seguirono e così fece Adele, restando ferma al suo posto, per tutto il resto di quella lunga notte.

Racconto di Emanuela Cocco (http://www.franzbiberkoff.it/)

Putrefazione (racconti del venerdì #5)

“Io non ho fatto proprio nulla”, disse. Erano appena tornati dalle vacanze, le valigie da disfare ancora nell’ingresso, e già la stava accusando di qualcosa. Entrati in casa il fetore li aveva investiti. Lui si era precipitato in cucina. La porta del frigorifero era socchiusa, il tanfo insopportabile. “Ci avrei giurato”, disse lui. “Chi ti dice che la colpa è mia”. Lui tirò fuori dal frigo un involto di carne, lei vide muoversi qualcosa attraverso la carta oleata e cominciò a urlare. Lui non ci badò, si liberò dell’involto gettandolo nel secchio. Lei se ne stava ferma a guardare, come chi si aspetta la fine del mondo. Le tremavano le mani. Lui represse a fatica un conato di vomito, spalancò la finestra poi, d’istinto, la prese per mano. “Andiamocene di qui”, disse. Nello scendere le scale, però, mollò la presa e affrettò il passo, tanto che lei dovette quasi correre per stargli dietro. Salita in macchina le venne da piangere. Vergognandosene, come si fosse ritrovata a urlare in mezzo a una strada, si abbandonò al pianto, piena di una rassegnazione dolcissima verso ogni cosa morta in fondo alla pattumiera, che aveva visto muoversi come fosse ancora viva, ma passata a una forma diversa e terribile oltre la vita. “Non è questione di farla tanto lunga”, disse lui. Faceva caldo, lei cercò nella borsa un fazzoletto, per tirare su con il naso e lasciar passare lo spavento. Lui non tentò di consolarla. C’era voluto del tempo perché accadesse, giorni e giorni mentre loro erano in vacanza. Li avevano trascorsi al mare, giacendo immobili all’ombra, alla larga dal sole, sotto l’ombrellone. C’era voluta una dimenticanza protratta nel tempo perché accadesse, la porta del frigo era rimasta aperta, c’era poco da fare. Di chi era la colpa? Non aveva importanza.

Racconto di Emanuela Cocco (http://www.franzbiberkoff.it/)

Incipit (racconti del venerdì #4)

Sono apparsa, la prima cosa che ho percepito è stato il ringhiare del cane. Poi l’ho visto, davanti a me, a circa un metro. Era un mastino e ce l’aveva con me. Ma non mi sono spaventata, tutt’altro, gli ho sorriso, l’ho chiamato per nome: «Smith, ehi Smith, bello, che stai facendo?». Poi ho sentito la voce in lontananza: «Buck, lascia stare la signorina.». E Buck/Smith ha smesso di ringhiare, ha scodinzolato, si è voltato ed è corso via verso il padrone, un uomo con la barba. La signorina ero io. Smith, che cavolo di nome per un cane. Perché l’ho chiamato Smith, come se lo conoscessi, come se avessi avuto anche io un mastino, magari sin da bambina, magari il mio migliore amico, perché? Non lo so. Sono molte le cose che non so. Eppure, da quando sono apparsa risolvere tutti questi perché mi interessa relativamente. Quello che in questi due giorni ho tentato incessantemente di fare è stato afferrare la sensazione, fissarla in testa, renderla narrabile. Non che se ci riuscissi trarrei maggior chiarezza riguardo al mio stato. No, non è questo. Ma in quel lasso di tempo successivo alla mia apparizione – due, tre, cinque minuti, non so –, in quei minuti seguenti al mio aprire gli occhi, io lo so, ho provato una cosa che non proverò mai più, che forse nessun uomo ha mai provato, forse un bambino, chissà? Forse un bambino appena uscito dall’utero materno, o un bambino che ha appena aperto gli occhi e sente la luce, e vede le cose, forse lui, se avesse già raziocinio, se avesse quella capacità di stupirsi per gli eventi assurdi che solo gli adulti hanno. Forse lui. Ho visto il mondo per la prima volta ma già lo conoscevo e allora le cose che vedevo, me stessa, sì, anche me stessa, tutto è stato come l’improvvisa inaspettata conferma di un qualcosa in cui avevo da sempre creduto, la conferma di un lungo e faticoso atto di fede. Le cose esistono, io esisto, tutto è stato nuovo e conosciuto nello stesso tempo. Stupore e consapevolezza e anche soddisfazione, tutto questo insieme e niente di tutto questo. Ho visto le mie gambe semicoperte da una leggera gonnellina viola, il legno della panchina dove ero seduta, la luce calda sulla pelle, l’uomo con la barba e il suo cane Buck, il prato verde, ho visto tutte queste cose come fossero la stupefacente conferma di un’esistenza sognata da sempre e mai vista, un’epifania del mondo. Poi ho compreso la mia individualità, coesistenza di appartenenza e indipendenza, e lo stupore mi è salito come un’onda repentina, mi ha sommerso. Ho di nuovo chiuso gli occhi, forse per secondi, forse per minuti. Quando li ho riaperti quell’estasi si era dissolta e tutto era divenuto ovvio, tutto tranne me. Mi sono alzata dalla panchina, ho preso la mia borsa nera – era mia, ne ero certa anche se non l’avevo mai vista –, mi sono avviata verso la mia storia.

[l’Incipit di una possibile storia, gettato nella rete, è un po’ come il messaggio di un naufrago, dentro una bottiglia, galleggia nel mare cercando un lettore…]