L’inganno della Scrittura Creativa

Snoopy scrittore (Peanuts, Schulz)
Snoopy scrittore (Peanuts, Schulz)

Il concetto di Scrittura Creativa non l’ho mai amato molto. Ovvio che la scrittura lo sia, così come lo è qualsiasi altra espressione artistica, ma la comunicazione ultimamente inflazionata di questo concetto dà volontariamente spazio a vistosi fraintendimenti: creativa come libera, creativa come ludica, creativa come rilassante; creativa, insomma, come lo è uno spazio di alterità rispetto a un mondo ingabbiato e stressato tra norme, doveri e regole. Non è mai così, qualunque scrittore si accorge che lo spazio di creatività nel proprio lavoro è ridotto a un impulso iniziale (che a ben guardare è anch’esso figlio più della necessità che della libertà), e che l’opera che sta creando, dopo solo poche pagine, assume una personalità e una progettualità talmente inflessibili e tiranne da annullare la volontà del creatore stravolgendola nell’asservimento completo. Allora nulla diventa più doveroso e metodico della tua scrittura e scopri che non ha più – né ha mai avuto – la funzione di divertirti o rilassarti ma solo quella di servire lei, la tua opera, che non è più tua, non è mai stata tua, ma si appartiene, appartiene a se stessa, e vuole essere soddisfatta. Ogni termine che userai, ogni locuzione, ogni verbo saranno studiati e soppesati per lei, perché possa nascere e svilupparsi senza tradire la propria personalità, il suo (e tuo) progetto interiore. Ed essendo sempre lungo il parto di un’opera, settimane su settimane, mesi, forse anni, arriva il giorno in cui ti accorgi che sei cambiato da quando avevi concepito quel progetto, sei un altro, la tua sensibilità e i tuoi desideri sono mutati, e quest’altro che ora sei divenuto vorresti esprimerlo nella tua scrittura ma non puoi, non ancora, almeno non con quell’opera che ancora non ha visto la luce. Devi rimanerle fedele, sempre, comunque, perché lei ha la priorità su di te. C’è tanta genitorialità in questo mestiere, altro che creatività.

La Drammaturgia del Buon Costume

Galateo di M. Giovanni Della Casa, ovvero Trattato dei Costumi
Galateo di M. Giovanni Della Casa, ovvero Trattato dei Costumi

In un recente Avviso Pubblico promosso da Roma Capitale tramite la propria azienda strumentale operativa nel settore Cultura, Zétema, e denominato Raccolta di proposte di spettacolo dal vivo per la programmazione degli spazi della “Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea”, leggo al 6° capoverso dedicato alle “Modalità e criteri di selezione delle proposte raccolte” la seguente frase: «Non saranno selezionati i progetti che, ad insindacabile giudizio della Direzione del Sistema e del Comitato di Indirizzo, rechino pregiudizio o danno all’immagine di Roma Capitale, di Zètema, della “Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea” o di terzi; […]; che facciano apologia di violenza o costituiscano opere propagandistiche o messaggi offensivi; che contengano riferimenti a partiti/movimenti politici/sindacali.».

Bene, io credo che questo mio post possa tranquillamente chiudersi qui e lasciare al lettore commenti, valutazioni, personali sensazioni. Tuttavia, visto che viviamo tempi dove anche l’ovvietà è messa in discussione e va argomentata, proverò a dire qualcosa… anzi “qualcosina”, perché continuo a pensare che non ci sia poi molto da commentare, perché (appunto) se è vero che anche l’ovvio va spiegato è  altrettanto vero che da adulti quali tutti siamo non possiamo perdere troppo tempo a risolvere una catena di “perché?” degni di uno stadio infantile. Vorrei allora concentrarmi sull’ultima parte della frase, su quegli altolà “insindacabili” ad opere propagandistiche, a messaggi offensivi, a riferimenti a partiti politici o movimenti sindacali.

Mi chiedo come si possa valutare un testo teatrale in base alla sua appartenenza a concetti tanto vaghi e soggettivi quali propaganda e offesa. Mi chiedo se sia giusto che la libera manifestazione del mio pensiero (e della mia drammaturgia) debba limitarsi per evitare di offendere chissà chi. Mi chiedo perché mai qualcuno debba sentirsi offeso dalle mie idee che in quanto personali non possono che essere sempre e comunque “partigiane”. Mi chiedo soprattutto il motivo per il quale un testo teatrale non possa parlare di sindacato o di politica in un paese, tra l’altro, come l’Italia, da vent’anni immerso in una costante e infinita campagna elettorale dove tutto è politica o, meglio, tutto è espressione di lottizzazione partitocratica. Posso capire (pur senza accettare) il concetto tanto in voga di pacificazione nazionale ma non quello di rimozione. Mi chiedo, infine, se gli estensori di questo bando abbiano chiara la clamorosa contraddizione che c’è tra il rivolgersi alla drammaturgia contemporanea – porsi l’obiettivo di promuoverla – e chiedere al tempo stesso il totale silenzio su ciò che rappresenta se non il contemporaneo tout court almeno una sua bella fetta.

Immaginiamo una storia della drammaturgia, facciamo nella nostra mente un sommario elenco di 10 o 15 grandi drammaturghi di tutti tempi e poi iniziamo a eliminare da questo elenco tutti quelli che hanno scritto cose offensive per qualcun altro, o che hanno espresso una qualsiasi posizione su avvenimenti o situazioni della loro contemporaneità sociale e politica. Cosa rimane se non il vuoto assoluto?

Infine leggiamo anche noi la Costituzione italiana, come va di moda adesso. Tutti leggono la Costituzione e allora facciamolo anche noi. Leggiamo i primi due capoversi dell’articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»; «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.». A dirla tutta l’articolo 21 si chiude con quest’ultimo enunciato: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.». Il buon costume, ecco la spiegazione! Il bando di Roma Capitale è quindi rivolto non alla drammaturgia contemporanea ma alla drammaturgia del buon costume. Chapeau!

Aldo Morto, tragedia di Daniele Timpano

Daniele Timpano
Daniele Timpano

«Va be’. Niente di importante», Aldo Moro è stato ammazzato 35 anni fa. 1978. «Cose che capitavano negli anni settanta». Un’altra epoca. Un altro mondo. Niente di importante… oggi. Allora era tutto in bianco e nero, le 16 sfumature di grigio percepibili avvolgevano i palazzi della politica, come una densa nebbia. Forse si sparava per questo,  per illuminare quella cappa di mistero e foschia che era la politica italiana, per squarciare quel velo di nebbia oltre al quale distinguevi appena vaghe idee di personaggi vecchi e ingobbiti, liturgie secolari ripetersi con l’incedere stanco di un pachiderma, inconfessabili vergogne nazionali negate fino alla morte. La morte, appunto, di Aldo e di tanti altri. Allora, in un’Italia benestante si rincorrevano le incognite della rivoluzione, oggi in un’Italia povera si rincorrono le sicurezze della restaurazione. Un’altra epoca, un altro mondo.

C’è qualcosa di irreale nella politica di questi anni che celebra il martirio di Moro. In quelle facce fintamente addolorate, in quelle corone di fiori bugiardi deposte con residui di energia costantemente più deboli, in tutta quell’ipocrisia istituzionale comprendi la tirannia della forma. Tiranna è la forma perché urla più di ogni contenuto. Tiranna è la forma nella sua disgustosa assertività. Rivoluzionario è colui che rompe la forma e apre spazi di possibilità. L’autore-regista-attore Daniele Timpano ha scritto un monologo intitolato Aldo Morto e l’ha portato in scena in diverse serate sparse per l’Italia. Poi il 16 marzo del 2013 è entrato in una sala del Teatro dell’Orologio di Roma e da lì uscirà l’8 maggio prossimo. 54 giorni di repliche e 54 giorni di autoreclusione in una celletta di 3 metri per 1 ricavata nella stessa sala, alle spalle del fondale. Se è vecchia e noiosa la cerimonia istituzionale in ricordo di Moro che possibilità ha lo spettacolo di Timpano di non replicare la medesima vecchia noia? Una noia profana, contrapposta a quella sacra delle istituzioni ma pur sempre noia. Noia di cose di un’altra epoca, di un altro mondo. Noia perché ci è venuto a noia quel fatto (incomprensibile come tutti i fatti italiani) che ha generato fiumi di analisi e discorsi e parole e accuse e difese e libri e teatro e film…

Ma Daniele Timpano non è uno storico e non ha verità storiche da farci bere. Daniele Timpano non è un politico e non ci propina né morali né ideologie. Daniele Timpano non è nemmeno un giornalista d’inchiesta che svela misteri impensabili. Daniele, tra l’altro, nel 1978 aveva solo 4 anni e di tutti quei fatti – soprattutto di quelle atmosfere – non ricorda nulla. Sì, certo, si documenta, si documenta come un topo da biblioteca ma nessuno pensi che questo suo one-man show sia riconducibile al genere “teatro di narrazione”. In definitiva Timpano è un artista puro, merce rarissima a teatro, e il suo Aldo Morto è uno straordinario lavoro sulla forma narrativa, teatrale e non solo.

Più vecchio di Timpano, io quegli anni e quei fatti me li ricordo abbastanza. Non meno documentato di Timpano ho letto tesi e antitesi sull’argomento. Ecco perché ringrazio Timpano di non aver ceduto alla presunzione di “dirci la sua”, di ammalarsi di tuttologia come molti bravi odierni italiani; nessun sovrappiù di intelligenza sulla vicenda Moro ho avuto dalla visione di questo spettacolo e tuttavia mi è parsa netta e impietosa la pennellata del pittore Timpano nell’inchiodare sulla tela del palcoscenico le forme umane di quella storia, di quegli anni e degli anni a venire. Qui interviene la personale verità artistica dell’autore, una verità disillusa, forse nichilista, un mostruoso miscuglio di ironico distacco e pietosa compartecipazione. Emerge il ridicolo e a volte la disumanità dei personaggi narrati, eppure non ho percepito volontà di condanna, il Timpano giudice e moralista non si è manifestato. Ritratti come grotteschi fumetti,  i protagonisti di quella straziante vicenda italiana si muovono come automi privi di anima, sembrano danzare un macabro gioco di ruolo intorno al palo-totem Moro, e grazie a tale distacco ne cogli le odiose convenzioni, le formalità, le falsità con cui inscenano i loro rituali ipocriti, in qualche modo ne cogli la “necessità” (ananke) e quindi la tragedia. Come se fare a brandelli un evento storico, farne coriandoli e gettarli in aria a caso, affidarli al caso nella loro ricaduta a terra, rendesse il senso della Storia più della storia stessa.

Timpano sembra ripercorrere a tratti l’operazione cubista di sezionamento e ricreazione dell’immagine. Come in un quadro cubista lo sguardo frontale del pubblico abbraccia il soggetto da più angolazioni e la coerenza si perde da vicino e si riacquista da lontano. Ma ogni possibilità di partecipazione emotiva è negata, nonché è negato il tentativo stesso di giungere ad una sintesi in termini di verità storica o politica.  Si affida a salti temporali, improvvise irruzioni autobiografiche, scomposizione e disarticolazione delle convenzioni narrative, tributi estetizzanti ai piaceri del ritmo e della bella e ardita letteratura (il fantastico finale a mo’ di martirologio), calca sull’iperbole senza tradire la verosimiglianza, non è mai credibile in quel che dice, non vuole essere credibile, frulla idee, immagini, fatti, parole, rendendo testimonianza alla sensibilità artistica e comunicativa della nostra epoca. La contemporaneità della sua estetica toglie polvere e ragnatele al teatro italiano e gli dona vita come pochi in Italia sanno fare. 

Aldo Morto è uno spettacolo che ci dice più sulla nostra epoca di quanto dica dell’altra, ormai andata e irraggiungibile. Quella era l’epoca delle grandi narrazioni, la nostra si presenta sempre più come quella delle piccole confusioni. I fatti si dissolvono e si confondono, le verità sembrano imprendibili e cangianti, come farfalle che si fanno beffe del retino che le insegue e che le vorrebbe ingabbiare. La sfida tragica tra l’uomo e la verità sembrano porsi come il vero tema di questo spettacolo la cui visione lascia in retrogusto una rappresentazione dell’umano tangente le dimensioni del mostruoso.

Poi il pubblico esce e l’attore torna nella sua cella di 3 metri per 1, torna alla sua reclusione, accende la webcam e si mette in streaming, si dà in pasto alle comunità virtuali, facebook, twitter, you tube, blog vari. Reclusione e streaming, isolamento e trasparenza, scomparsa e perenne presenza, tutti i poli su cui gioca la nostra contemporaneità.