Addio a Roma. Recensione al libro di Sandra Petrignani

Addio a Roma, di Sandra Petrignani, Neri Pozza Edizioni. La donna ritratta in copertina è Palma Bucarelli
Addio a Roma, di Sandra Petrignani, Neri Pozza Edizioni. La donna ritratta in copertina è Palma Bucarelli

Addio a Roma, un saluto che oggi mi appare augurio luminoso, appena sopra l’orizzonte illuminato d’alba, a caratteri cubitali. Ma poi è solo un titolo di un libro. Uno slogan, una promessa per il futuro, una cronaca di quel che è stato, un titolo di un libro, un distacco, un’inizio e quindi  una fine, o un fine, una pubblicità. Tutti quei pittori per i quali sporcare la tela bianca è darle vita, fiorirla di colori, e poi gli scrittori tristi, sempre incatenati alle convenienze del senso. Roma nei ’50, nei ’60, nei primi ’70, stesso letame di oggi, ma più fertile, genitore di fiori, merda d’artista. Più sampietrini, meno asfalto, più nobiltà nera, nessuna Smart, ugualmente ministeriale, clericale, mafiosetta, genuinamente puritana mentre oggi è ipocritamente libertaria. In quei trent’anni nasce la Roma che oggi è ormai senile, o forse già morta, già cadavere privo d’odore. Una Roma ancora giovane, forte, vitale e ottimista, una Roma che – chissà perché? – me la raffiguro con la faccia sbruffona di Renato Salvatori in canottiera e con i bicipiti bene in mostra. In quella Roma accade che un breve e singolare rinascimento, tutto sommato ancora poco indagato, si innesta in un tessuto sociale post bellico, un melting pot tutto italiano che dello Stivale amplifica vizi e virtù. I vizi si sono tramandati sino ad oggi, fortificati direi. Le virtù scomparse nel deserto odierno. «Coraggio, il meglio è passato» dice il geniale Flaiano, e allora resta lo stupore sul come e perché questo paesone di estrema provincia sia stato per una manciata d’anni il classico ombelico del mondo.

Il libro si apre nell’anno 1952, sul set di Vacanze Romane, e si chiude nel 1975 con l’assassinio di Pasolini. Dalla finzione di allegre vacanze alla realtà dell’omicidio di un poeta, che ancor più di tanti altri eventi degli anni di piombo chiude il sogno italiano di una densa, profonda, matura democrazia. In quasi cinque lustri Roma ispira, ospita e nutre il meglio della cultura e dell’arte italiana e internazionale, ed è probabile che non ne riceva nulla di sostanziale in cambio, altrimenti non si spiegherebbe la successiva decadenza. Se c’è una immagine che mi rimane dalla lettura di questo impressionante gotha intellettuale che sciama tra Fontana di Trevi e Piazza del Popolo, tra Trinità dei Monti e Trastevere, è quella delle cavallette, nonché l’idea che una città – anche una città eterna – non ha di fronte alla comunità artistica un ruolo differente da quello che riveste il locale del momento, quello trendy, quello che fa tendenza: quando la moda cambia si cambia locale, e le cavallette se ne vanno, nell’indifferenza – questa sì eterna – delle rovine imperiali e delle chiese barocche. Ma forse questo è nello specifico DNA dell’Urbe, come suggerisce una citazione di Corrado Alvaro: «Ci si lega a questa città per nulla affettuosa, per nulla cordiale, che è di tutti e di nessuno, che ci tiene ospiti anche se ci stiamo tutta la vita e resta sempre quella città indifferente cui approdammo impauriti nella prima giovinezza. Nessun aspetto di essa è familiare e intanto la vita italiana vi si trapianta con tutti i suoi caratteri.» [pg. 99-100].

Per il resto un testo interessante, leggero e godibile, forse con troppi nomi e personaggi per lasciarti davvero incollato alle pagine, né storico-critico in senso stretto né romanzato (per quanto in parte lo sia), cronachistico direi, dove l’enorme quantità di informazioni è gestita con uno sguardo dall’alto, che distingue i vari gruppi più delle persone, alternato ad improvvise e dettagliate zoommate nella quotidianità di alcuni singoli, Palma Bucarelli (storica direttrice della GNAM), la coppia Moravia-Morante, la successiva coppia Moravia-Maraini, e poi Calvino, Pasolini, Fellini, Flaiano, Cristina Campo e Elémire Zolla, Goffredo Parise e Giosetta Fioroni, Natalia Ginzburg, Renato Guttuso, Carlo Levi, Alberto Arbasino,  Luchino Visconti, Giorgio Bassani, Adriano Olivetti. Una quotidianità che è aneddotica e a volte diventa a tutti gli effetti gossip, ma gossip benevolo e divertito, quello che si usa verso i propri beniamini, privo di accanimento, inopportunità, mancanza di rispetto. Interessanti anche le pagine sulla nascita di eventi e movimenti artistici, intellettuali o di costume ormai entrati nel mito, le origini del Premio Strega, il Gruppo Origine (Burri tra gli altri), la Dolce Vita, la scuola di Piazza del Popolo (Schifano, Festa, Angeli, Fioroni), la nascita dell’Espresso (Benedetti e Scalfari), la fondazione dell’AIPA (Associazione Italiana di Psicologia Analitica), il Gruppo ’63 (Eco e Arbasino), la prima sperimentazione teatrale.

Maggior simpatia va ai pittori, più pazzi, più tormentati, più squattrinati di tutti, vere rock star ante litteram. Sono probabilmente loro, con le loro storie di «ricchezza, di frustrazioni, invidie, depressioni e di improvvisi successi; ma poi il finale è un nuovo ribaltamento, autodistruzione, malattie incurabili, suicidi, incidenti.» [pg. 26], sono loro a recuperare la narrazione verso una realtà triste, a volte tragica (colpiscono le figure di Francesco Lo Savio, di Piero Manzoni, di Pino Pascali), ma almeno riconoscibile, una realtà la cui assenza avrebbe lasciato un retrogusto di finzione al tutto, un “sei bravo, hai talento, quindi ottieni successo e una vita felice” troppo favolistico per risultare credibile. Troppo favolistico o semplicemente testimonianza di un’epoca unica e irripetibile, distante anni luce dalla nostra? Questo libro non lo chiarisce a fondo, non ci dice molto sulle difficoltà per emergere, sui problemi economici, sulle lusinghe del potere e del successo, sulle inevitabili invidie, rivalità, delusioni, sconfitte, amarezze, su un sistema che t’umilia e ti sfrutta, su una quotidianità che ti distrae. Ci mostra questi grandi intellettuali, scrittori soprattutto, discutere d’arte e di letteratura, litigare d’arte e di letteratura, vivere e morire completamente immersi nell’arte e nella letteratura. Un’adesione quasi monacale alla propria vocazione che leggendo pensi non possa essere vera, e se invece fu vera allora mi provoca tanta invidia, e tanta pena per i nostri anni. L’immagine dell’ingegner Gadda morente nel suo letto con i suoi amici che lo vegliavano a turno leggendogli «l’amatissimo I Promessi Sposi» [pg. 316] è impressionante.

Poi il libro finisce, lo chiudi, vai a fare una passeggiata al centro, ti guardi intorno e ti chiedi «ma davvero è successo tutto qua?».

Invidia (racconti del venerdì #6)

Seduta nel foyer del piccolo teatro, Adele teneva d’occhio la donna in piedi in fila al botteghino. Poco distante da lei, in piedi, conversava con due uomini giovani, forse attori o studenti universitari. I capelli le ricadevano lisci e lucidi sopra le spalle. Indossava una giacca di lana colorata, gli occhi erano truccati di azzurro e aveva passato il lucidalabbra sulla labbra. Era sui trentacinque, di carnagione chiara. Era arrivata da sola e si era messa in fila. I due uomini, subito dietro di lei, le avevano rivolto la parola. Lei aveva risposto. In breve erano insieme a fare la fila. La donna teneva in mano un pacchetto di sigarette e un accendino. Dopo aver ritirato il biglietto, un ridotto, andò fuori a fumare. Gli uomini la seguirono. Sembrava una cosa facile e impossibile allo stesso tempo. Adele non toccava una sigaretta in pubblico dalla primavera dell’ 74, quando lui le aveva detto quando fumi sembri una scimmia ammaestrata. Linda Costantino tirava una sigaretta dietro l’altra e lui le moriva dietro. La battuta, era stata sganciata a tradimento negli spogliatoi della palestra, subito dopo l’ora di educazione fisica. Adele, un bersaglio facile a quel tipo di battute, non aveva avuto modo di ribattere. Linda Costantino era esplosa in una risata piena di promesse, senza una vera intenzione di ferirla. Quando in piena notte, nell’estate dell’84, Linda Costantino era andata a schiantarsi sulla statale con la sua Micra Magenta, solo allora, Adele aveva ritenuto chiusa la questione. Si sbagliava. In sala le luci di spensero. Adele prese posto in platea, tre file dietro la donna con i capelli lisci e rossi. Dietro il sipario gli attori risero in maniera forzata per dare inizio all’azione. A spettacolo concluso Adele stringeva ancora tra le mani il biglietto, che aveva pagato per intero. Linda era seduta tre file avanti a lei. Aveva fumato una sigaretta sotto la pioggia e aveva preso accordi per la cena, con uomini giovani conosciuti da poco e per caso, ma facilmente. A fine spettacolo uscì per prima. Gli uomini la seguirono e così fece Adele, restando ferma al suo posto, per tutto il resto di quella lunga notte.

Racconto di Emanuela Cocco (http://www.franzbiberkoff.it/)

Putrefazione (racconti del venerdì #5)

“Io non ho fatto proprio nulla”, disse. Erano appena tornati dalle vacanze, le valigie da disfare ancora nell’ingresso, e già la stava accusando di qualcosa. Entrati in casa il fetore li aveva investiti. Lui si era precipitato in cucina. La porta del frigorifero era socchiusa, il tanfo insopportabile. “Ci avrei giurato”, disse lui. “Chi ti dice che la colpa è mia”. Lui tirò fuori dal frigo un involto di carne, lei vide muoversi qualcosa attraverso la carta oleata e cominciò a urlare. Lui non ci badò, si liberò dell’involto gettandolo nel secchio. Lei se ne stava ferma a guardare, come chi si aspetta la fine del mondo. Le tremavano le mani. Lui represse a fatica un conato di vomito, spalancò la finestra poi, d’istinto, la prese per mano. “Andiamocene di qui”, disse. Nello scendere le scale, però, mollò la presa e affrettò il passo, tanto che lei dovette quasi correre per stargli dietro. Salita in macchina le venne da piangere. Vergognandosene, come si fosse ritrovata a urlare in mezzo a una strada, si abbandonò al pianto, piena di una rassegnazione dolcissima verso ogni cosa morta in fondo alla pattumiera, che aveva visto muoversi come fosse ancora viva, ma passata a una forma diversa e terribile oltre la vita. “Non è questione di farla tanto lunga”, disse lui. Faceva caldo, lei cercò nella borsa un fazzoletto, per tirare su con il naso e lasciar passare lo spavento. Lui non tentò di consolarla. C’era voluto del tempo perché accadesse, giorni e giorni mentre loro erano in vacanza. Li avevano trascorsi al mare, giacendo immobili all’ombra, alla larga dal sole, sotto l’ombrellone. C’era voluta una dimenticanza protratta nel tempo perché accadesse, la porta del frigo era rimasta aperta, c’era poco da fare. Di chi era la colpa? Non aveva importanza.

Racconto di Emanuela Cocco (http://www.franzbiberkoff.it/)

Il Melodramma, o Sul principale paradigma interpretativo italiano agli inizi del XXI sec.

“Per fare un buon melodramma si deve per prima cosa scegliere un titolo. Bisogna poi adattargli un qualsiasi soggetto, storico o di fantasia; poi ci si metteranno come personaggi principali un gonzo, un tiranno, una donna innocente perseguitata, un cavaliere [ma anche un Cavaliere perseguitato va bene. N.d.r.] e, potendolo fare, qualche animale addomesticato, che so? un cane, un gatto, un corvo, una gazza o un cavallo.
Sono di rigore un balletto e un quadro di insieme nel primo atto; una prigione, una romanza e delle catene nel secondo; battaglie, canzoni e via dicendo nel terzo. Il tiranno sarà ucciso alla fine dell’opera, la virtù trionferà e il cavaliere sposerà la donna innocente, sventurata etc.
Si finirà con una esortazione al popolo, per impegnarlo a preservare la sua moralità, a detestare il crimine e i tiranni, e soprattutto gli si raccomanderàò di sposare preferibilmente donne virtuose.”
[Trattato del Melodramma, 1817, Parigi]

“… nel primo atto del melodramma troviamo una celebrazione della fête di innocenza e virtù […]. Ma la fête sarà turbata. Nel suo mezzo si insinuerà il tiranno o il traditore […], spesso si tratta dell’annuncio che l’innocente virtuosa non è quella che appare […]. Il primo atto finisce molto spesso con la cacciata di innocenza dalla terra natale […], la condanna a peregrinare, la penitenza, il matrimonio forzato o la morte. […] Per metà della rappresentazione il cattivo domina interamente la scena, impone tutte le valutazioni morali, inganna tutti o altrimenti impone semplicemente la sua volontà con la forza […]. Il terzo atto porta lotta, combattimento, un evidente recitare e attraversare fino in fondo i termini manichei della rappresentazione con la vittoria finale del giusto, la liberazione di innocenza e il suo riconoscimento da parte di coloro che erano stati fuorviati dalle false affermazioni del cattivo…”
[Peter Brooks, Introduzione al Trattato del Melodramma]

“…il mélo è al centro di una costellazione di significati tutti sostanzialmente negativi, implicando valori di esagerazione, di contrapposizione manichea tra bene e male senza sfumature, di esasperazione dei contrasti, di caricamento artificiale delle emozioni e di esibizione sfacciata delle passioni, di mancanza della misura e di abuso del patetico. […] Non si fatica certo a riconoscere in questa struttura emotiva del mélo un intento socialmente consolatorio, nel costruire un modello in cui alla fine i conti della giustizia tornano perfettamente, il dolore patito ingiustamente viene ricompensato e la malvagità, personale e di classe, viene perseguita senza pietà.”
[Luigi Allegri, La drammaturgia da Diderot a Beckett, Laterza 1993]

Incipit (racconti del venerdì #4)

Sono apparsa, la prima cosa che ho percepito è stato il ringhiare del cane. Poi l’ho visto, davanti a me, a circa un metro. Era un mastino e ce l’aveva con me. Ma non mi sono spaventata, tutt’altro, gli ho sorriso, l’ho chiamato per nome: «Smith, ehi Smith, bello, che stai facendo?». Poi ho sentito la voce in lontananza: «Buck, lascia stare la signorina.». E Buck/Smith ha smesso di ringhiare, ha scodinzolato, si è voltato ed è corso via verso il padrone, un uomo con la barba. La signorina ero io. Smith, che cavolo di nome per un cane. Perché l’ho chiamato Smith, come se lo conoscessi, come se avessi avuto anche io un mastino, magari sin da bambina, magari il mio migliore amico, perché? Non lo so. Sono molte le cose che non so. Eppure, da quando sono apparsa risolvere tutti questi perché mi interessa relativamente. Quello che in questi due giorni ho tentato incessantemente di fare è stato afferrare la sensazione, fissarla in testa, renderla narrabile. Non che se ci riuscissi trarrei maggior chiarezza riguardo al mio stato. No, non è questo. Ma in quel lasso di tempo successivo alla mia apparizione – due, tre, cinque minuti, non so –, in quei minuti seguenti al mio aprire gli occhi, io lo so, ho provato una cosa che non proverò mai più, che forse nessun uomo ha mai provato, forse un bambino, chissà? Forse un bambino appena uscito dall’utero materno, o un bambino che ha appena aperto gli occhi e sente la luce, e vede le cose, forse lui, se avesse già raziocinio, se avesse quella capacità di stupirsi per gli eventi assurdi che solo gli adulti hanno. Forse lui. Ho visto il mondo per la prima volta ma già lo conoscevo e allora le cose che vedevo, me stessa, sì, anche me stessa, tutto è stato come l’improvvisa inaspettata conferma di un qualcosa in cui avevo da sempre creduto, la conferma di un lungo e faticoso atto di fede. Le cose esistono, io esisto, tutto è stato nuovo e conosciuto nello stesso tempo. Stupore e consapevolezza e anche soddisfazione, tutto questo insieme e niente di tutto questo. Ho visto le mie gambe semicoperte da una leggera gonnellina viola, il legno della panchina dove ero seduta, la luce calda sulla pelle, l’uomo con la barba e il suo cane Buck, il prato verde, ho visto tutte queste cose come fossero la stupefacente conferma di un’esistenza sognata da sempre e mai vista, un’epifania del mondo. Poi ho compreso la mia individualità, coesistenza di appartenenza e indipendenza, e lo stupore mi è salito come un’onda repentina, mi ha sommerso. Ho di nuovo chiuso gli occhi, forse per secondi, forse per minuti. Quando li ho riaperti quell’estasi si era dissolta e tutto era divenuto ovvio, tutto tranne me. Mi sono alzata dalla panchina, ho preso la mia borsa nera – era mia, ne ero certa anche se non l’avevo mai vista –, mi sono avviata verso la mia storia.

[l’Incipit di una possibile storia, gettato nella rete, è un po’ come il messaggio di un naufrago, dentro una bottiglia, galleggia nel mare cercando un lettore…]

Il mondo in una pozza (racconti del venerdì #3)

Kwai Talunij era il più grande cacciatore del popolo degli alowij, i fieri figli di Kwootaar. In quel tempo gli ewetij avevano da poco iniziato l’esplorazione della terra degli alowij. Gli alowij temevano gli ewetij ma Kwai Talunij no: egli, piuttosto, ne era incuriosito e quando ne incontrava uno lo osservava di nascosto. Soprattutto restava affascinato da alcuni oggetti lucenti che gli ewetij tenevano tra le mani e che a volte avvicinavano alla bocca o alle orecchie. Una mattina, seguendo le tracce di un grande kwootij, Kwai Talunij entrò in una radura e restò impietrito nel trovarsi di fronte un ewetij che si dimenava all’interno di una pozza di fanghi molli. L’ewetij, imprigionato tra i fanghi, guardava fisso un oggetto lucente tra le sue mani e urlava “noncècampogesùnoncècampo”. Quando l’ewetij si accorse di Kwai Talunij gli gridò: “aiutoaiuto… stosprofondando… salvamitipregosalvami”.

Kwa eto saturij” rispose sicuro Kwai Talunij. Ma l’ewetij non capiva e si disperava, e più si disperava e più sprofondava. “Kwa eto saturij? Cosa vuol dire kwa eto saturij? Perché non mi aiuta?”. “Salvamisalvami” pregava l’ewetij, “kwa eto sarurij” rispondeva l’alowij. Con il fango ormai sopra alla cintola, l’ewetij fece un ultimo sovrumano sforzo per liberarsi: urlò, lanciò via l’oggetto lucente che aveva tra le mani e con un colpo di reni tentò di sollevare almeno una gamba, ma lo sforzo gli fu fatale e il cuore gli scoppiò. In quella minuscola infinita frazione di tempo in cui la vita gli svaniva, vide l’oggetto lucente ricadere ai piedi di Kwai Talunij. Ne sentì il tonfo, irreale, mischiarsi all’eco di quelle oscure parole, “kwa eto saturij”. Poi sentì le sue gambe toccare il duro suolo e il suo corpo smettere di sprofondare. Ma era troppo tardi: stava morendo. In quella minuscola infinita frazione l’ewetij rammentò – cosa assai strana prima di morire – una frase che non aveva mai compreso sino in fondo: “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Quanto era piccolo il suo mondo in quel momento, piccolo come quella pozza di fango. Ah, se avesse compreso quell’idioma arcano, se non si fosse avventurato in quel territorio sconosciuto senza prima imparane il linguaggio. Se solo non fosse stato tanto superficiale avrebbe potuto comunicare con Kwai Talunij e avrebbe potuto capire il senso di quella frase, “kwa eto saturij”, che nella lingua alowij significa “calmati, è profonda solo un metro”.