Il martirologio di Super Santos Silvio

Se fossi riuscito ad entrare, se avessi prenotato, se non avessero esaurito i biglietti, se, se, se, se i se si fossero realizzati ieri sera avrei assistito alla prima nazionale di ALDO MORTO, il nuovo spettacolo di Daniele Timpano. E stamattina mi sarei divertito a scriverne la recensione. Ma i se non si sono realizzati e quindi niente recensione. Però, già da molte settimane, ho letto in anteprima il testo, molto bello, molto coraggioso, molto maturo. In particolare il finale, dove Timpano si lancia in una fantasiosa, provocatoria, iperbolica, allucinata, sincopata, rapsodica narrazione del fallito martirio dello statista democristiano. Fallito, sì, perché Moro, da mite e ragionevole uomo politico, si trasforma nella fantasia di Timpano in Super Santos Aldo, un qualcosa a metà strada tra un santo altomedievale e un supereroe Marvel. I cattivi delle BR gli fanno di tutto, una tale quantità di cruente cattiverie che ne basterebbe un centesimo per uccidere qualunque normale essere umano ma lui no, lui si rialza sempre e torna a vivere. Lo incendiano, squartano, decapitano, affogano, cuociono, ma lui non muore, non muore mai. Infine i brigatisti “spossati ed esasperati”, lo liberano, lo lasciano vivere. Bello, efficace, ricco di arte, ricco di umanità, bravo Daniele.

Ma, come ho già detto, non ho visto lo spettacolo e dunque non ne parlerò oltre. Il fatto è che stamattina leggendo le prime pagine dei giornali, leggendo il nuovo aumento dello spread, leggendo delle dimissioni del consigliere tedesco della BCE che non vuole più aiuti (“gettati al vento”, secondo lui) della BCE all’Italia, leggendo della Marcegaglia che chiede al Governo di farsi da parte, e infine leggendo di Super Santos Silvio che afferma che non se ne andrà mai per il bene dell’Italia e che si inventa un impegno improrogabile per martedì prossimo a Bruxelles al fine di invocare il legittimo impedimento contro la richiesta di interrogatorio dei magistrati che seguono la vicenda Tarantini, leggendo questo minestrone psichedelico di brutte notizie, non ho potuto fare a meno di trasferire il martirologio del Moro di Timpano al Berlusconi vero.

Da diciassette anni a questa parte il nostro Presidente ne ha subite talmente tante che in un paese normale (brutta frase, se non sbaglio dalemiana, che tuttavia conserva la sua efficacia) ne sarebbero bastate un centesimo per farlo dimettere, schiacciato dalla vergogna, o dalla rabbia popolare. In un paese normale oppure in un uomo normale. Ma l’Italia non è un paese normale e il Presidente non è un uomo normale. Lui sembra stia per cedere eppure si rialza sempre. “Ci siamo, è finito”, e invece no, lui si rialza sempre. “Sta per morire”, no, ancora no, si rialza. Un po’ come il Peter Sellers della prima scena di Hollywood Party lui, il Presidente, continua a suonare la sua tromba, tra un rantolo e un altro, come un intercalare all’interno di una estenuante lunga infinita agonia.

Lui ha incarnato il più grande conflitto di interessi della storia delle democrazie occidentali, eppure è sempre lì. Ha subito processi per frode finanziaria, evasione fiscale, corruzione, ma è sempre lì. Ha avuto comprovate frequentazioni mafiose, ma resta lì. Si è esibito dinnanzi al mondo intero in un becero, volgare e ridicolo campionario di corna, cucù, barzellette, ma sempre lì sta. E gli scandali sessuali, escort, veline, squallidi procacciatori di prostitute… niente da fare, non si muove, resta lì, saldo e orgoglioso. Infine la crisi finanziaria, il fallimento dell’Italia, il nostro lavoro, i nostri soldi, la nostra vita. Servirà questo suicidio silente di un intero paese per mandarlo via o sopravviverà anche a questo? Ci sopravviverà a tutti? Resterà come l’unica rovina in piedi di un paese cancellato dallo tsunami economico e culturale?

Non so, non so più… dopo 17 anni perdo lucidità. Cos’ha di particolare quest’uomo per continuare a stare ancora al centro di tutto? Cosa abbiamo di particolare noi italiani che glielo permettiamo? Forse dovremmo fare come i brigatisti dell’Aldo Morto di Daniele Timpano, spossati ed esasperati dirgli “basta Presidente, noi non ce la facciamo più, ha vinto lei, faccia di noi tutto quel che vuole”.

Il respiro del postmoderno dentro la bara

Non mi convince tutto questo can can che da varie parti sentenzia la fine del c.d. postmoderno. Intanto perché non credo questa sia materia di filosofi o intellettuali di vario genere, semmai degli storici, che infatti non si pronunciano sapendo benissimo che non si dispone della giusta distanza (appunto) storica per individuare i confini temporali del movimento. Lyotard non ha “inventato” il postmoderno, che esisteva già di per sé ed era noto, semmai gli ha dato un nome convincente e immediatamente condiviso (non che questo, comunque, sia poca cosa). Questa corsa all’elogio funebre mi sembra nascondere più una volontà di liberarsi dalla tirannia dell’attuale paradigma (o anti-paradigma, visto che si parla di post-moderno), che una valutazione oggettiva della realtà.
Poi, direi, liberarsi dal postmoderno per tornare alle sicurezze dei vari realismi, oggettivismi, positivismi, è un po’ come staccare dalla propria casa l’allaccio elettrico per tornare alle lampade a gas. La storia non è bidirezionale.

Lo scrittore Edward Docx su La Repubblica del 3 settembre individua quelli che a suo parere sono i caratteri salienti del paradigma: la convivenza sullo stesso piano di tutte le interpretazioni, sino al concetto dello svanire dei fatti sostituiti dalle interpretazioni stesse; la predeterminazione (o predestinazione?) storico-socioculturale dell’individuo; il gioco e l’ironia dissacrante; la mescolanza multidisciplinare. Aggiungerei il diffondersi, a vari livelli, di una sensibilità interpretativa debitrice del relativismo; in filosofia, il “pensiero debole” e l’idea che tutto sia “testo”; nelle arti,  l’abbattimento dei confini disciplinari e stilistici; nella scienza, una maggiore “umiltà” e l’idea che la scienza stessa sia non evolutiva o progressiva ma una continua falsificazione di modelli interpretativi passati. Possiamo far finta che tutto questo non sia accaduto? Possiamo alzare le spalle e tornare ai rassicuranti dogmi positivi? E ciò proprio di fronte alle sfide che il multiculturalismo ci lancia ogni giorno?

Io direi di no, direi che il caos postmoderno è una bella ed inevitabile conquista dell’Occidente che dobbiamo difendere e far crescere. Tra l’altro, il senso di confusione, la mancanza di un solido appiglio, tutti effetti di cui si accusa il postmoderno, non li ho mai avvertiti: sto tanto bene nel vortice delle interpretazioni.

insostenibile leggerezza dello scrivere

 …i personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l’autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.
Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso? Guardare nel cortile, senza sapere che fare; sentire l’ostinato brontolio della propria pancia nell’attimo dell’esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni nascosti della polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. E’ proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio) che mi attrae. Al di là di esso comincia il mistero sul quale il romanzo si interroga.

Questo è Milan Kundera… che altro aggiungere?

Settembre

Ritorna Settembre. L’inarrestabile ciclicità delle stagioni mi dà un piacevole senso di deresponsabilizzazione, un lasciarsi trasportare tranquillo nel mulinello di mamma natura. Altro che Storia, Evoluzione, Occidente. Uhm… pericolosamente Battiato.

Andiamo coi ricordi. When I was young… ovvero tanti ma tanti anni fa, e frequentavo le scuolacce italiane, tipo medie o superiori, in questo periodo soffrivo pesantemente di una depressione stagionale che avevo ribattezzato “angoscia settembrina”. Uno stato che, facendo il parallelo con la settimana, più o meno equivaleva in grande a quella piccola malinconia che ti prende la domenica sera quando senti alle porte il lunedì. Settembre è il lunedì dell’anno, tutto riparte. Ora non più. Non più angoscia, intendo. Il “settimo mese”, però, resta a tutti gli effetti l’inizio dell’anno. Quindi, è tempo di programmi.

Il programma che pianifico per quest’anno – la mission dell’azienda Fabio – è quello di evitare qualunque programma. Il che non equivarrà ad una adesione al grande partito dei fancazzisti d’Italia, semmai a quello molto più piccolo dei leggeri.
Leggerezza operativa. Non “farò” e nemmeno “non farò”. Coniughiamo tutto al condizionale presente: “potrei” ed anche “non potrei”.  Camminare fischiettando con tutti i sensi all’erta, pronti a captare stimoli esterni, novità.

Farsi guidare dal “forse”.
Non cercare ma farsi cercare, dalle cose, dalla gente. E se nessuno ti cerca… ‘sti cazzi. E se ti cercano troppo… no grazie.
Non reiterare il tuo presenzialismo.
Non insistere con l’attivismo.
Non offrirti passivo alle brame altrui.
Soprattutto – cosa davvero rivoluzionaria per me – non pianificare cose, eventi, obiettivi. L’ansia di esserci a tutti i costi, per quest’anno, può andare in ferie. Direi che finalmente me lo posso permettere.

P.s. una sola eccezione programmatica: sciopera il 6 settembre

L’ESIBIZIONISTA MISANTROPO

Tutto va contestualizzato, anche la mia misantropia, i cui contorni mi appaiono evidenti se pur coperti dalle soffici lenzuola di un blog.
Aprire un blog non è certo un’azione da misantropo, aprirlo nel momento di massimo splendore dei social network sì. Appunto, la contestualizzazione in questo caso deve riferirsi all’ambito della rete, luogo che per definizione tutto connette, tutto relaziona e tutto porta allo scoperto.
Scoperto = esibizione
La misantropia va perciò contestualizzata all’interno di uno stato che le è completamente estraneo, quello esibizionistico.
La cosa più fastidiosa nel post appiccicato in bacheca su FB sta nel fatto che lo leggeranno i tuoi amici, e forse anche gli amici degli amici. Potenzialmente 2, 3, o anche 4cento persone poseranno gli occhi sul tuo scritto, il tuo stato, la tua riflessione, e lo masticheranno, magari digerendolo, magari risputandolo. Forse commenteranno, forse no, comunque dedicheranno almeno due o tre secondi a leggerti, sistemarti, giudicarti. D’altronde, credo, il senso del social network è proprio questo, mettersi in piazza e urlare il proprio pensiero.
Questo piccolo blog neonato, sepolto tra altre migliaia di simili, forse nemmeno tanto simili perché più vecchi, più interessanti, più di grido, mi fa sentire nell’intimità di casa mia, coperto, non scoperto. Lontano da intrusioni, sguardi, commenti, “mi piace”, smile del cazzo :)))
Insomma: sono solo, scrivo per me, non mi leggete, non mi commentate!
Ma sempre in rete siamo, per quanto piccolo e sconosciuto il blog resta potenzialmente visibile a tutto il mondo. Ed ecco che torna la relativizzazione e la contestualizzazione. Il misantropo che va in rete abita quel sottile, quasi impalpabile confine che c’è tra il non voler apparire, o nascondersi, e l’esserci, e quindi il mostrarsi.
Esistono le cose alle mie spalle? Esiste ciò che non vedo, non sento, non percepisco? Esisto io se nessuno mi osserva?
Non mi state a guardare, però, per sicurezza, ogni tanto datemi un’occhiata.
Quindi, se nel social network la modalità pricipale è l’esibizionismo sfacciato, in qualche modo grossolano, nel blog si è sempre nell’ambito esibizionista (che orrore la pagina about me), ma è più riservato, forse più perverso, molto simile a chi gira nudo per casa con la finestra leggermente aperta, non spalancata ma lasciata con quello spiraglio che non esclude l’eccitante possibilità che la giovane e bella vicina, o anche la vecchia e bigotta vicina, ti intravedano a tratti, come un fantasma, il fantasma delle loro ossessioni.

Blog d’Agosto

Agosto, l’unico mese la cui morte lacera il cuore. Mi difendo aprendo un blog dalle prospettive vaghe.

Un mese muore, un blog nasce. Per ora gattona incerto sotto il mio unico sguardo. La grafica è accennata, la personalità celata. Crescerà ed assumerà la posizione eretta, la più fragile nel mondo animale, ma anche la più presuntuosa.

Arrivederci, piacere, complimenti e tanti auguri (singolare frase di commiato colta l’altro ieri, nel vento degli Appennini marchigiani).