L’arte nell’orrore

E’ nell’immagine quel che resta di inesplicabile. Sono passati 10 anni, tutto è chiaro o abbastanza chiaro (non mi convincono le tesi cospirazioniste) ma ciò che resta di inesplicabile nell’11 settembre sta tutto nell’immagine, o nella serie di immagini, quelle ritratte nelle foto, trasmesse nei video. Qualunque formato sia, l’immagine, le immagini, quelle che non ci stanchiamo di guardare, nascondono l’inesplicabile, ciò di cui si ha difficoltà a parlare, ciò che non si riesce a mettere a fuoco, ciò che ancora ci ammalia, ci incanta, ci prospetta un mistero (appunto) inesplicabile. L’aereo che penetra come un bisturi nel corpo della torre sud. E poi quei due giganti crollare. Sembra emettano barriti di morte e poi giù, dall’alto in basso, piano su piano in un effetto valanga, con un’eruzione di macerie e polvere.

Cosa ancora attrae in quelle immagini? La grandiosità di tutte le fasi dell’attentato, grandioso nel senso neutro di “grandezza” di tutti gli elementi in gioco, la grandezza dei boeing, quella dei grattacieli, l’alto numero delle persone uccise, l’ampiezza di quelle nubi dense di polvere e detriti. Ma anche l’impensabilità dell’attentato. Impensabile per una mente “normale”, pensabile per un genio del male. Ma poi ragioni e pensi che i geni del male non esistono, esistono le persone, e se allora ci sono state delle persone che hanno potuto concepire, organizzare, realizzare un tale crimine non puoi non pensare – ed è un pensiero che fa rabbrividire – che potenzialmente quella capacità impensabile e impossibile di fare del male appartiene a tutti, appartiene anche a me. E se ciò che viene fatto è “impensabile” perché è “impossibile” allora quando viene fatto è anche grandioso, e qui il termine abbandona i riferimenti quantitativi e matematici per tingersi di “vergognose” valutazioni estetiche. “Grandioso”, “spettacolare”, l’11 settembre è stato anche questo. Ed è in questa ammissione che si nasconde la vergogna, il senso di colpa.

C’è del comprensibile pudore nel ragionare sull’estetica di un atto che ha distrutto 3000 vite (e decine di migliaia nelle successive guerre) ma farlo, provare a farlo, provare a spiegare quell’inesplicabilità, non sminuisce in niente l’orrore e la gravità del fatto in sé. Gli stessi attentatori non possono non essere rimasti abbagliati dalla grandiosità di quel che avevano immaginato. La spettacolarità dell’11 settembre era un loro obiettivo, forse il principale perché simbolicamente (esteticamente) il più efficace, più dell’aleatorio numero di vittime che potevano ipotizzare. Guardare e riguardare quello schianto e quei crolli è come guardare affascinati la potenza di un vulcano in eruzione o l’invasività di uno tsunami, senza pensare alle migliaia di potenziali vittime di tali fenomeni. Ma lì è natura, solo natura, sua è la colpa. Qui c’è la mano dell’uomo che progetta e realizza e allora l’attentato, quel crudele e orribile attentato, rasenta pericolosamente i confini dell’arte. Karlheinz Stockhausen la definì “l’opera d’arte più grande mai esistita“. Una frase infelice, stupida ed offensiva in misura della sua inopportunità, ma non priva di senso e soprattutto non priva di coraggio, il coraggio di ammettere quanto siano labili e impalpabili nell’uomo i confini tra bellezza e orrore. Ed allora, credo, che è solo iniziando coraggiosamente ad ammettere l’esistenza di tale vacuità che possiamo, con etica, volontà e responsabilità, costruirli noi i confini netti, legare il bello al bene.

La strana storia di Mark Kaplan (racconti del venerdì #2)

Alle 16.45 del 15 luglio 2004 il ciccione Jerry guarda soddisfatto il bambino biondo che gli sta davanti. Il ciccione Jerry ha occhi piccoli e una faccia tonda e gonfia, perennemente sporca di cioccolata. Il bambino biondo è solo biondo e non ha un nome… strano ma vero: non si chiama in alcun modo. Il bambino biondo ha nella mano destra due piccoli dadi che fa girare e rigirare velocemente nel palmo; tra poco li lancerà.
Contemporaneamente, alle 23.45 del 16 febbraio 1965 l’ex sottotenente di vascello Mark Kaplan attende che il croupier faccia rollare il tamburo della 6 colpi. Intorno a lui le grida degli scommettitori sfrecciano tra il fumo della sala. Mark non sente né grida né fumo: i suoi occhi sono solo per il tamburo che ora sta girando. Sono 10 turni che il grilletto va a vuoto e Mark sa per esperienza che il prossimo turno sarà il decisivo. 1000 i soldoni che lo aspettano, oppure una discarica abitata da topi e cani randagi.
A Seattle il sole fa brillare i due game boy oggetto della contesa. A Saigon c’è la solita notte umida. A Seattle il ciccione Jerry è tranquillo: il primo dado si è fermato sul 6, il secondo sul 5. Forte del suo 11 sa che il game boy del bambino biondo non gli sfuggirà (eppure quel bambino non gli piace, non ha un nome, come è possibile?) A Saigon Mark non ha attenzione per il suo avversario: per lui non deve esistere, non può permettersi alcuna umanità. A Seattle il ciccione Jerry ride mentre i dadi iniziano a saltare sul palmo del suo avversario. A Saigon il tamburo si è fermato ma le urla del pubblico no. Ora il ciccione Jerry vede il bambino biondo alzarsi deciso sulle ginocchia e lanciare in aria quei due piccoli benedetti schifosi dadi. Intanto a Saigon Mark afferra perentorio la 6 colpi dalle mani del croupier. Se la sbatte sulla tempia destra, prende fiato ed inizia ad urlare. È un urlo lungo, dilatato, progressivo. È una “A” che aumenta di intensità e di spessore e si moltiplica e si fonde con tutte le “A” di tutti gli scommettitori che aspettano solo il grilletto scattare.
A Seattle i 2 dadi toccano terra e rimbalzano e toccano di nuovo terra e di nuovo rimbalzano e toccano ancora terra e infine si fermano. Il sole illumina 2, e solo 2, facce.  A Saigon il grilletto è scattato. 4 tipi di particelle fisiche muovono velocemente su di Mark; nell’ordine: verso gli occhi i fotoni della fiammata portano luce e calore; verso la tempia i duri legami atomici che formano la pallottola; verso le orecchie le onde sonore generate dallo sparo; verso il naso le molecole della polvere da sparo bruciata. La luce è la prima, la pallottola è la seconda, suono e odore giungono fuori tempo massimo, troppo tardi per essere percepiti. Il ciccione Jerry non crede ai suoi occhi: sono due 6 quelli che il sole illumina. Anche Mark è stupefatto: quella luce accecante della fiammata ora si è affievolita e mostra sorridenti i 2 dadi, i due numeri 6, e la loro somma che fa 12. Intuisce ma non capisce. È felice e spaventato. Con la destra si tocca la tempia leggermente indolenzita ma intatta, con la sinistra afferra i 2 game boy. Il bambino si chiama Mark Kaplan e ora lo sanno tutti. Il ciccione Jerry ha l’impressione che a Mark fumi la tempia. Mark guarda il sole e sa che Dio gli ha dato una seconda possibilità, a patto che in tutto questo caos di spazio e tempo trovi almeno una buona morale. Mark pensa velocemente: 1 pallottola, 2 dadi, 12 punti. La prima morale è che la moltitudine è meglio dell’unità. La seconda morale è che giocare coi numeri è bello, con le pallottole no.

Il respiro del postmoderno dentro la bara

Non mi convince tutto questo can can che da varie parti sentenzia la fine del c.d. postmoderno. Intanto perché non credo questa sia materia di filosofi o intellettuali di vario genere, semmai degli storici, che infatti non si pronunciano sapendo benissimo che non si dispone della giusta distanza (appunto) storica per individuare i confini temporali del movimento. Lyotard non ha “inventato” il postmoderno, che esisteva già di per sé ed era noto, semmai gli ha dato un nome convincente e immediatamente condiviso (non che questo, comunque, sia poca cosa). Questa corsa all’elogio funebre mi sembra nascondere più una volontà di liberarsi dalla tirannia dell’attuale paradigma (o anti-paradigma, visto che si parla di post-moderno), che una valutazione oggettiva della realtà.
Poi, direi, liberarsi dal postmoderno per tornare alle sicurezze dei vari realismi, oggettivismi, positivismi, è un po’ come staccare dalla propria casa l’allaccio elettrico per tornare alle lampade a gas. La storia non è bidirezionale.

Lo scrittore Edward Docx su La Repubblica del 3 settembre individua quelli che a suo parere sono i caratteri salienti del paradigma: la convivenza sullo stesso piano di tutte le interpretazioni, sino al concetto dello svanire dei fatti sostituiti dalle interpretazioni stesse; la predeterminazione (o predestinazione?) storico-socioculturale dell’individuo; il gioco e l’ironia dissacrante; la mescolanza multidisciplinare. Aggiungerei il diffondersi, a vari livelli, di una sensibilità interpretativa debitrice del relativismo; in filosofia, il “pensiero debole” e l’idea che tutto sia “testo”; nelle arti,  l’abbattimento dei confini disciplinari e stilistici; nella scienza, una maggiore “umiltà” e l’idea che la scienza stessa sia non evolutiva o progressiva ma una continua falsificazione di modelli interpretativi passati. Possiamo far finta che tutto questo non sia accaduto? Possiamo alzare le spalle e tornare ai rassicuranti dogmi positivi? E ciò proprio di fronte alle sfide che il multiculturalismo ci lancia ogni giorno?

Io direi di no, direi che il caos postmoderno è una bella ed inevitabile conquista dell’Occidente che dobbiamo difendere e far crescere. Tra l’altro, il senso di confusione, la mancanza di un solido appiglio, tutti effetti di cui si accusa il postmoderno, non li ho mai avvertiti: sto tanto bene nel vortice delle interpretazioni.

insostenibile leggerezza dello scrivere

 …i personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l’autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.
Ma non si dice forse che un autore non può parlare che di se stesso? Guardare nel cortile, senza sapere che fare; sentire l’ostinato brontolio della propria pancia nell’attimo dell’esaltazione amorosa; tradire e non potersi fermare sulla bella strada dei tradimenti; alzare il pugno nel corteo della Grande Marcia; esibire il proprio umorismo davanti ai microfoni nascosti della polizia; tutte queste situazioni le ho conosciute e vissute io stesso, e tuttavia da nessuna di esse è sorto un personaggio che sia me stesso col mio curriculum vitae. I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. E’ proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio) che mi attrae. Al di là di esso comincia il mistero sul quale il romanzo si interroga.

Questo è Milan Kundera… che altro aggiungere?

raccontino circolare (racconti del venerdì #1)

…quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto essere un calcolo estremamente preciso, nelle sue condizioni poi… tuttavia conservò la necessaria lucidità per giungere ad un risultato soddisfacente. Anni di esperienza come infermiera di pronto soccorso la potevano aiutare, altrettanto la visione diretta del proprio stato. Inserì anche una variabile di nessun valore scientifico, ma che a suo avviso era comunque affidabile e non poteva essere trascurata. Si trattava di un fattore di “attaccamento alla vita” che nel suo caso stimava molto elevato e che avrebbe, in misura delle sue condizioni attuali, ritardato l’avvento del buio. Il risultato che produsse con una buona sicurezza fu di tre minuti. Cosa poteva fare in tre minuti? Come impiegare quel tempo che il suo Dio le donava? Come valorizzarlo? Allungò la mano verso il quadernino a copertina verde sui cui era solita prendere appunti ed iniziò a scrivere l’incipit del suo ultimo racconto. Scrisse così:
«Lui la stava guardando come fosse un’altra donna, non la stessa donna con cui aveva dormito insieme gli ultimi anni, non quella donna che aveva amato, ne aveva baciato le lacrime e i sorrisi, no, lui stava guardando una sconosciuta, una sconosciuta che lo umiliava, che gli distruggeva la vita, che lo sprofondava nel grigiore della tristezza. Merita di morire una qualunque sconosciuta che ti attacca, che offende la tua dignità, i cui gesti ti bruciano addosso più di uno schiaffo in faccia? Merita di morire chi per puro egoismo personale ti schiaccia come fossi un mozzicone ormai finito? La sua ultima frase: “Basta! Vattene! Faccio quel che mi pare e non ti devo spiegazioni!”. Una lama all’improvviso sulla mano di lui. Lei lì per lì non capì ma poi, quando se la vide piantata nella pancia la riconobbe, era la lama di quel taglierino stanley che lui aveva utilizzato pochi giorni prima per aprire la scatola del computer nuovo che le aveva regalato per il compleanno. Poi lui si girò leggero e uscì. Lei si sentì mancare quando vide il proprio sangue a terra e si accasciò all’indietro finendo seduta, con sorprendente precisione, sulla poltrona della propria scrivania. Restò immobile, inebetita a guardare il proprio sangue scorrerle tra le gambe e quando capì che la fine era prossima fece un rapido calcolo di quanto le potesse mancare. Certo, non avrebbe potuto…

L’ESIBIZIONISTA MISANTROPO

Tutto va contestualizzato, anche la mia misantropia, i cui contorni mi appaiono evidenti se pur coperti dalle soffici lenzuola di un blog.
Aprire un blog non è certo un’azione da misantropo, aprirlo nel momento di massimo splendore dei social network sì. Appunto, la contestualizzazione in questo caso deve riferirsi all’ambito della rete, luogo che per definizione tutto connette, tutto relaziona e tutto porta allo scoperto.
Scoperto = esibizione
La misantropia va perciò contestualizzata all’interno di uno stato che le è completamente estraneo, quello esibizionistico.
La cosa più fastidiosa nel post appiccicato in bacheca su FB sta nel fatto che lo leggeranno i tuoi amici, e forse anche gli amici degli amici. Potenzialmente 2, 3, o anche 4cento persone poseranno gli occhi sul tuo scritto, il tuo stato, la tua riflessione, e lo masticheranno, magari digerendolo, magari risputandolo. Forse commenteranno, forse no, comunque dedicheranno almeno due o tre secondi a leggerti, sistemarti, giudicarti. D’altronde, credo, il senso del social network è proprio questo, mettersi in piazza e urlare il proprio pensiero.
Questo piccolo blog neonato, sepolto tra altre migliaia di simili, forse nemmeno tanto simili perché più vecchi, più interessanti, più di grido, mi fa sentire nell’intimità di casa mia, coperto, non scoperto. Lontano da intrusioni, sguardi, commenti, “mi piace”, smile del cazzo :)))
Insomma: sono solo, scrivo per me, non mi leggete, non mi commentate!
Ma sempre in rete siamo, per quanto piccolo e sconosciuto il blog resta potenzialmente visibile a tutto il mondo. Ed ecco che torna la relativizzazione e la contestualizzazione. Il misantropo che va in rete abita quel sottile, quasi impalpabile confine che c’è tra il non voler apparire, o nascondersi, e l’esserci, e quindi il mostrarsi.
Esistono le cose alle mie spalle? Esiste ciò che non vedo, non sento, non percepisco? Esisto io se nessuno mi osserva?
Non mi state a guardare, però, per sicurezza, ogni tanto datemi un’occhiata.
Quindi, se nel social network la modalità pricipale è l’esibizionismo sfacciato, in qualche modo grossolano, nel blog si è sempre nell’ambito esibizionista (che orrore la pagina about me), ma è più riservato, forse più perverso, molto simile a chi gira nudo per casa con la finestra leggermente aperta, non spalancata ma lasciata con quello spiraglio che non esclude l’eccitante possibilità che la giovane e bella vicina, o anche la vecchia e bigotta vicina, ti intravedano a tratti, come un fantasma, il fantasma delle loro ossessioni.

Blog d’Agosto

Agosto, l’unico mese la cui morte lacera il cuore. Mi difendo aprendo un blog dalle prospettive vaghe.

Un mese muore, un blog nasce. Per ora gattona incerto sotto il mio unico sguardo. La grafica è accennata, la personalità celata. Crescerà ed assumerà la posizione eretta, la più fragile nel mondo animale, ma anche la più presuntuosa.

Arrivederci, piacere, complimenti e tanti auguri (singolare frase di commiato colta l’altro ieri, nel vento degli Appennini marchigiani).