Non è un teatro per poveri

Totò, Miseria e Nobiltà
Totò, Miseria e Nobiltà

Nel corso di questo sciagurato 2012 ho concentrato le mie forze produttive su tre spettacoli che mi vedevano impegnato in veste di autore e regista: Terzo Millennio – ripresa di un lavoro ormai vecchio di 15 anni – che è stato in scena a Milano per due settimane di marzo; XXX Pasolini, che debuttò a fine 2011 e che quest’anno ho riproposto in alcune occasioni romane tra gennaio e settembre; infine Veronica, con debutto “nazionale” a ottobre per quindici giorni. Tre spettacoli che tra prove e messa in scena mi sono costati a occhio e croce almeno otto mesi di lavoro. Se analizzo il tutto da un mero punto di vista economico, senza sofisticherie contabili… insomma il cosiddetto “conto della serva” tra entrate ed uscite, chiudo il bilancio 2012 con un saldo negativo di alcune migliaia di euro. In altre parole, potrei dire che quest’anno ho lavorato otto mesi per guadagnarmi un debito, oppure – formulazione ancor più paradossale e divertente – che ho pagato per lavorare gratis otto mesi.

Solo questo? No, per carità, ci sono state anche le soddisfazioni, i complimenti, quel bel clima da “impresa epica” che si crea nella compagnia ogni qualvolta si va in scena, una dozzina di recensioni perlopiù positive. Sì, tutte belle cose ma poi…

In base alle mie (non poche) esperienze nel settore, alla fine del 2011 avrei potuto sottoscrivere sicuramente l’affermazione che il teatro – almeno il teatro al mio livello, che è il livello della creazione indipendente – non è un’attività che ti permette un minimo (davvero minimo) di stabilità economica. Ma tutto sommato nemmeno di “dignitosa precarietà” economica. Cioè, (luogo comune) “col teatro non ci si campa”, teatro ed economia non vanno d’accordo, si ignorano completamente. Fin qui nulla di nuovo.

Oggi che il 2012 volge al termine sono costretto a rivedere addirittura al ribasso questa affermazione per riformularla nei seguenti termini: il (mio) teatro è un hobby da ricchi. E per “ricco” intendo semplicemente colui che ha una stabilità economica alle spalle che gli permette di sperperare denaro e tempo per le sue passioni. E quel “colui” certamente non sono io. Al momento, la cosa più di buon senso che posso fare è quella di fermare ogni mio nuovo progetto e limitarmi ad eventuali, sporadiche repliche a “rischio impresa zero” (esistono?).

Ora non voglio incorrere nell’errore “induttivo”, l’errore di chi proietta la propria esperienza sul resto del mondo. Cioè, non escludo che vi siano produzioni di teatro indipendente, o “off”, o “di ricerca”, o come cavolo lo si vuol chiamare, che diano soddisfazioni e certezze anche economiche. Non escludo questa possibilità ma se mi guardo intorno mi sento ragionevolmente di relegarla al ruolo di eccezione piuttosto che di regola. La regola, perciò, resta quella sopra descritta, che potrei riformulare parafrasando Cormac McCarthy: non è un teatro per poveri.

Che il teatro italiano non sia per poveri ce ne faremo tutti quanti – ricchi e poveri – una ragione. D’altronde in Italia non è per poveri la cultura, l’istruzione, la buona alimentazione etc. Il teatro italiano esisterà a prescindere dalle mie difficoltà produttive e dalle analoghe difficoltà di altre centinaia di teatranti bravi e volenterosi ma non abbastanza “ricchi” di soldi e di tempo per far sentire adeguatamente la propria voce, il proprio pensiero, le proprie idee. Un teatro sempre più irrigidito e chiuso, come casta di figli d’arte o figli di papà che si passano il mestiere di generazione in generazione, come i notai.

Che il teatro non sia per poveri è anche un sospetto che ho da anni, non potendo fare a meno di notare la significativa percentuale di rampolli della buona borghesia che infesta il nostro ambiente, spesso nascosta nei luoghi più improbabili, centri sociali, teatri occupati etc. Ma a parte il sano odio di classe che tale verità mi scatena, mi chiedo anche in che misura la barriera economica si rifletta sul prodotto artistico offerto; mi chiedo se – privi della giusta distanza storica – non ci si renda adeguatamente conto di quanto i tanti rivoli su cui si declina il teatro “d’avanguardia”, colto, sofisticato, altro non siano che l’espressione di un’arte borghese spocchiosa, compiaciuta e decadente; e mi chiedo, infine, se la progressiva scomparsa di un pubblico “normale”, quel pubblico che gli artisti e la critica invocano e desiderano come un messia taumaturgo, sia anche effetto di un’incomunicabilità tra mondi, sia anche causata dall’uso di un linguaggio – e il linguaggio è vissuto, è sensibilità, è problematiche – straniero ed elitario, in ultima analisi inutile, inutile nel senso più utilitaristico del termine. Sia, insomma, se non già atto di lotta di classe almeno il segno di un’istintiva diffidenza tra classi.

 

Quel che resta di Beckett

un giovanissimo Samuel Beckett

Nel ’95 ho “incontrato” Samuel Beckett. Amore a prima vista, una passione che ha segnato gran parte dei miei primi testi e che ancora oggi mi condiziona nel bene e nel male. Il mio “maestro” di teatro di allora, Piero Patino (fu il primo direttore artistico del Festival di Santarcangelo), di fronte alla mia nuova scoperta ridacchiava con sufficienza dicendomi cose tipo «Beckett è un grande ma la maggior parte degli autori che lo imita lo fraintende e lo tradisce; lo rendono noioso e credono che nel teatro dell’assurdo qualunque frase si scriva, o si dica in scena, vada bene, ma non è così». Già, non è così. Come è, allora?

A circa 60 anni dalla prima rappresentazione di Aspettando Godot (1953), e a 55 anni dalla prima rappresentazione di Finale di Partita (1957), è ancora abbastanza frequente assistere a compagnie che si cimentano con la lezione del Maestro, producendo drammaturgie che ne vorrebbero ricalcare l’immaginario e la poetica. Per quanto mi riguarda, come spettatore, il risultato mi lascia spesso perplesso, a volte più e a volte meno, e mi tornano in mente le parole di Patino: «credono che nel teatro dell’assurdo qualunque frase si scriva, o si dica in scena, vada bene».

Che il teatro di Beckett sia annoverabile all’interno di quel controverso genere universalmente definito Teatro dell’Assurdo è opinione diffusa e accettata a partire dal famoso saggio di Martin Esslin del 1961, ma ogni categoria storica è sempre in parte grossolana e chiunque si sia impegnato in una comparazione tra i due padri putativi del genere, Beckett, appunto, e Ionesco, avrà indubbiamente notato più la loro distanza che la vicinanza.
Semplificando, potrei dire che Beckett è fondamentalmente un tragico laddove Ionesco è commediografo. Potrei dire anche che Beckett è un filosofo, Ionesco un cronista. Che Beckett utilizza l’assurdo come metafora esistenziale, Ionesco svela l’assurdo della nostra quotidianità. Che Beckett violenta il mezzo teatrale in direzione della stasi (antiteatrale) mentre Ionesco cavalca a suo geniale modo i consueti cliché teatrali. In ultima analisi, potrei dire che Beckett è “pesante” e Ionesco “leggero”. Ed è proprio la pesantezza di Beckett il problema della sua (in)attualità e della sua continua riproposizione sotto le coperte della “nuova” ed emergente drammaturgia.
Quella pesantezza, che nell’era di Beckett era storicamente/intellettualmente innovativa e teatralmente/formalmente armonica, oggi si fa sentire in tutta la sua “gravità”, tant’è che le odierne imitazioni beckettiane risultano quasi sempre inattuali, ovvero vecchie, e non comunicative, ovvero noiose.

Perché vecchie? Perché 60 anni dopo possiamo dire che il crudo ritratto della condizione umana schizzato da Beckett – quella condizione depauperata (Aspettando Godot), disabile e intrappolata (Finale di Partita), marcescente (Giorni Felici e L’ultimo nastro di Krapp) -, è stato ampiamente digerito e non ci fa più riflettere, non ci sorprende, al massimo ci intristisce. Non è più un fosco vaticinio ma un’insopportabile realtà quotidiana. Beckett è ormai un classico e, come vale per tutti i classici, o va fatto riposare con rispetto o, se proprio lo si vuole riesumare, occorre saperlo depurare di ciò che non serve più per poi attualizzarlo con profonda riflessione. Tutto sommato nella drammaturgia contemporanea mondiale, già a partire da Pinter, Beckett è stato intelligentemente “diluito” e attualizzato in variegate forme; riproporlo oggi ancora in una soluzione “100%” mi sembra davvero anacronistico.

Perché noiose? Perché il problema delle drammaturgie contemporanee di matrice beckettiana è che dopo cinque o dieci minuti hanno detto tutto quel che c’è da dire. I restanti 50 o 60 o più minuti sono solamente ripetizione, noiosa ed inutile ripetizione. Ma la ripetizione o, meglio, la reiterazione, in Beckett non è limite bensì struttura, è in parte la forza stessa della sua opera. Si tratta di una reiterazione circolare e spiraliforme che affascina per la sua natura ipnotica. È sorretta da una rigorosa regia narrativa che conduce il personaggio e lo spettatore per progressivi gradini verso il baratro, verso quel buco nero della condizione umana che l’irlandese pone al centro della sua riflessione. Il teatro di Beckett è musicale mentre la sua attuale riproposizione è generalmente cacofonica. La stasi e l’attesa beckettiane, che sono profondamente narrative, vengono confuse con l’assenza e l’inutilità della narrazione; quei personaggi privi di un futuro che popolano gli scenari beckettiani divengono anti-personaggi indistinguibili e intercambiabili. Infine, quel linguaggio apparentemente anarchico e illogico che in Beckett non è mai una vaga e generica morte del linguaggio e/o della sua facoltà narrativa, semmai è morte della sua capacità redentiva, nei suoi seguaci contemporanei diviene troppe volte un agglomerato di parole in libertà dove piangere o ridere, pregare o dire oscenità, sono tutte valide alternative per un minestrone anti-narrativo che altro non è se non il prodotto di un clamoroso fraintendimento, in altre parole un credere che «…nel teatro dell’assurdo qualunque frase si scriva, o si dica in scena, vada bene».

La morte bianca di Giovanni Falcone

Giovanni Falcone – 1939 / 1992

20 anni fa Capaci. E fin qui siamo all’interno del mito. Ma è osservando bene la foto qui a fianco, Falcone che apre sorridente la finestra, forse di casa sua o forse del suo ufficio, che possiamo uscire dal mito ed entrare nella vita reale e quotidiana.

Il mito – nella sua moderna accezione – e il linguaggio che lo esprime, la retorica, uccidono il fatto in sé ingabbiandolo all’interno di una rete di significati precostituiti. Il “fatto” non è più tale ma diventa pietra dura, quella dei monumenti nazionali, che a nulla servono se non a reiterare un sistema culturale, sociale ed ideologico, che a sua volta crea i presupposti per quegli stessi fatti e che di quei monumenti, e del sangue di cui sono costituiti, si nutre.
Falcone eroe, come Achille, o come Ercole che da eroe diviene dio. Falcone e Borsellino come membri di quella categoria di uomini eccezionali e inarrivabili e, infine e in quanto tali, non umani, ovvero inesistenti.

Falcone che spalanca la finestra sorridendo fu un uomo. È un ovvietà, d’accordo. Ma lo è finché quel sostantivo lo si dà per scontato, lo si legge non come veicolo di significato ma come mero elemento costitutivo per un discorso “altro” (e retoricamente “più alto”). Uomo, invece, è già discorso, è tutto il discorso, tutto quello che serve.
Falcone era un uomo di 53 anni e come tutti gli uomini aveva una sveglia che la mattina lo distoglieva da un sonno dolce e dal calore della compagna. Faceva probabilmente colazione a casa sua, scherzava con sua moglie e poi andava a lavorare, forse allegro forse stanco forse sereno forse no. Anche lui sognava una vacanza, anche lui si arrabbiava e anche lui nella sua breve vita avrà fatto qualcosa di sbagliato o di ingiusto.
Un uomo, con tutta la miseria e la grandezza che dell’umanità conosciamo.
Un lavoratore stipendiato che, come tutti i lavoratori, si sarà spesso chiesto “ma chi me lo fa fare?”.
Falcone e Borsellino e i loro agenti di scorta sono uomini morti sul lavoro. In questo senso la loro fu una delle tante morti bianche, odiosa fisiologia del mondo del lavoro.
Certo, il rischio quotidiano di quel loro lavoro è di gran lunga più alto del rischio quotidiano di (ad esempio) un qualunque impiegato, ma il punto è che non tutto si sceglie e che la vita a volte alza la posta in gioco senza chiederti il permesso. Vivere, quindi, significa accettare quel tragico gioco, qualunque sia.

Falcone e Borsellino e i loro agenti sono eroi nell’accezione di Caparezza:
«sono un Eroe / perché combatto per la pensione
sono un Eroe / perché proteggo i miei cari / dalle mani dei Sicari / dei cravattari
sono un Eroe / perché sopravvivo al mestiere
sono un Eroe / straordinario tutte le sere».
Uomini, quindi. Perché riconoscerne l’umanità, la banale umanità, è il modo migliore per continuare la loro lotta. Se fossero eccezionali saremmo tutti giustificati nel prenderne le distanze… “io sono un banale uomo, come tanti, non sono un eroe”. Riconoscendoli uomini uguali a noi siamo posti di fronte alla normalità della loro scelta, una normalità che spaventa, che fa paura ma che non discrimina gli eroi dagli uomini semmai i vivi dai morti viventi.

Da Manzoni a Castellucci: discorso semiserio sul concetto di merda nell’arte

Sul concetto del volto nel figlio di Dio - di Romeo Castellucci - Avignone

Probabilmente la lista è molto più lunga e antica, ma il primo che mi viene in mente è Piero Manzoni, artista di lontana discendenza dall’Alessandro dei Promessi Sposi. Nel 1961 sigillò le sue feci dentro 90 barattoli di conserva (numerati) a cui applicò la famosa etichetta “merda d’artista”. Tra i tanti significati dell’atto artistico – oltre quello ovviamente provocatorio – possiamo individuare: A) l’idea che tutto ciò che proviene da un artista sia di per sé artistico; B) l’idea che la creazione artistica risponda ad un processo analogo all’elaborazione intestinale; C) l’idea (molto pop-art) che la mercificazione dell’arte abbassi quest’ultima al ruolo di merda o, viceversa, elevi la merda allo status di arte.

Poi merita sicuramente un passaggio il Salò di Pasolini dove i quattro “signori”, l’Eccellenza, il Presidente, il Monsignore, il Duca, utilizzano la merda come collante sociale e oggetto sacro di un rito d’iniziazione verso l’alto, dove “alto” è il male, o il potere, o più riduttivamente il fascismo. «Dio perché ci hai abbandonato?» urlano i giovani prigionieri seminudi dentro una pentola ricolma di feci. Il Castellucci del Sul concetto del volto nel figlio di Dio probabilmente obietterebbe che quelle feci sono proprio la prova che l’abbandono non è avvenuto, semmai i “figli” devono accettare con amore l’imbarazzante eredità del Padre, e mangiarla (come, in Salò, sono obbligati a fare). Meno sofisticato è il Pasolini di Petrolio, dove il personaggio del Merda è davvero “una merda d’uomo”, non d’artista, una merda d’uomo nel senso più popolare del termine.

Infine, perdonate tanta arroganza, tra Manzoni, Pasolini e Castellucci mi ci metto anche io. In un mio vecchio testo teatrale che non ho mai avuto l’opportunità di portare in scena, un figlio (Urlo) rimprovera al padre (Eros) e alla madre (Ofelia) la loro attitudine troppo gaudente e, nel caso specifico, troppo concentrata sul cibo:

EROS – Avremo salmone e caviale.
OFELIA – Tartufi e porcini.
EROS – Aragosta, ostriche e datteri di mare.
OFELIA – Capriolo, daino, cacciagione.
EROS – E poi frutti di mare, pasta, risotti.
OFELIA – Bruschette calde con paté e olive e Bordeaux e Brunello.
URLO – E merda, merda, tanta merda!
EROS – Merda, sì! Se Dio non avesse voluto la merda ci avrebbe creati pari a Lui.
URLO – Ma siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza!
EROS – Nelle aspirazioni! Certo! Ma nelle fattezze Lui è più avanti di noi e non ha bisogno di evacuare. L’evacuazione è il segno del nostro limite. Se noi riuscissimo a comprendere il tutto non avremmo bisogno di elaborare scarti. Finché approssimiamo, defechiamo.

Quindi Dio, che non approssima e che comprende tutto, non può fare la cacca che è invece il segno più profondo della nostra limitata condizione di umani. Ma anche tra gli umani, l’idea del proprio padre concentrato nelle sue funzioni scatologiche imbarazza e scandalizza (come l’idea che i propri genitori possano avere tra loro rapporti sessuali). Un Dio, o un padre, che rivela al figlio i propri escrementi è un Dio, o un padre, che sta morendo. Ciò che forse alcuni cattolici rifiutano nel lavoro di Romeo Castellucci è proprio questa tragica idea.

Le due culture: analfabetismi letterari e digitali

Steve Jobs presenta l'iPad

Si chiama Analfabeti digitali la piccola inchiesta pubblicata recentemente da Repubblica , e si chiama “analfabetismo digitale” l’handicap culturale messo a fuoco.
Si parte da dati statistici di fonte ISTAT 2010 relativi alla conoscenza del computer e della rete tra le varie fasce d’età in Italia e si conclude confermando esattamente quel che ci si potrebbe aspettare: primo, i giovanissimi conoscono i nuovi mezzi di comunicazione più degli adulti; secondo, l’alfabettizzazione digitale italiana è di gran lunga meno diffusa di quella americana. Nulla di nuovo, quindi. Nulla di sorprendente.
Qualcosa di più interessante sta nei dettagli. Ad esempio, la fascia d’età 45-54 anni, quella giustamente ritenuta nel pieno della vita produttiva, un’età dove mediamente si equilibrano verso l’alto esperienza, entusiasmo, fantasia e benessere fisico, ha una conoscenza di internet ferma al 53%. Questo sì mi sembra un dato agghiacciante. Probabilmente più comprensibile alla luce delle brutte peculiarità sociali italiane, comunque non meno disturbante, è il dato riferito per la stessa fascia d’età al genere sessuale: l’ignoranza digitale è più un problema femminile che maschile, e questa è un’ulteriore conferma di quanto il mondo produttivo italiano sia ostile alle donne.
In definitiva, una sociologia che ribadisce la costante perdita di terreno che il nostro Paese denuncia verso i propri “simili”, simili che in una accezione molto world business si dovrebbero definire competitor.

Mi ha invece più colpito il concetto di “analfabetismo digitale” equiparato dall’OCSE all’analfabetismo tradizionale, entrambi forieri di potenziale esclusione sociale. Mi colpisce perché mi si pone come immediata l’identificazione tra alfabetizzazione e cultura, e quindi l’analfabetismo come il grado zero della cultura. Ma si tratta davvero di un’equazione valida? Quale il rapporto tra “cultura” e i due analfabetismi?
Iniziamo con quello letterario. Si potrebbe obiettare l’ipotesi che la conoscenza della scrittura sia “solo” uno strumento – al limite il migliore – per acquisire cultura e che quindi – sempre ipoteticamente – potrebbe esistere un totale analfabeta che tuttavia possiede un elevato grado di conoscenza del mondo, della vita, delle persone. Un po’ l’estremizzazione del diffuso detto “ho preferito conoscere il mondo viaggiando e facendo esperienza piuttosto che sui banchi di scuola”. All’opposto c’è Kant, il più grande filosofo moderno che dubito si sia mai mosso da Königsberg. La vita di Kant, reale e provata, è sicuramente più credibile dell’ipotetico analfabeta colto. Cioè, la nostra è una cultura profondamente letteraria e l’idea che la cultura sia un oggetto indipendente dal linguaggio che la descrive e la vivifica è assurda. E se il linguaggio è per definizione metaforico allora “tutta” la cultura lo è.

Anche l’analfabetismo digitale è il grado zero della cultura? Per carità, basti pensare all’ignoranza abissale di tanti hacker, web master o web qualunque cosa, così come mi vengono in mente le personali conoscenze di persone coltissime ma in evidente imbarazzo di fronte all’accensione di un computer. Risponderei allora che l’analfabetismo digitale è il grado zero della cultura digitale, della cultura letteraria no.
Ma le due culture non effettuano una forma armonica di transizione, di dissolvenza incrociata l’una nell’altra, non si conseguono né si presuppongono, semmai per ora si usano. La letteraria cerca di studiare, analizzare, comprendere l’altra così come ha cercato sempre di comprendere qualunque fenomeno materiale, spirituale, emozionale, etc. La digitale si ciba della letteraria, la digerisce, la fa sua. Tra le due il rapporto è di reciproco distacco.

Nell’articolo di Repubblica, il direttore dell’Osservatorio della lingua italiana Zanichelli, Massimo Arcangeli, afferma che nascere e crescere in una cultura digitale rischia di “strutturare menti più sintetiche che analitiche”. Traduco a mio modo questa possibilità dicendo che la cultura digitale sposta la forma del linguaggio – il proprio effetto cognitivo – dal metaforico al simbolico.

La cultura digitale si espande progressivamente. D’accordo, è “solo” un mezzo, è “solo” un linguaggio ma talmente pervasivo da cambiare la sostanza stessa del concetto “cultura”, finora plasmato dal linguaggio letterario. La cultura digitale è destinata a prendere il posto di quella letteraria così come quest’ultima prese il posto di quella orale. Non prefiguro un mondo colonizzato da miliardi di lobotomizzati dallo sguardo assente, presi esclusivamente dal dialogo con la propria connessione. Penso ad un costante mutamento dei segni, delle grammatiche, delle sintassi, delle deduzioni, delle interpretazioni. Penso alla sopravvivenza della scrittura inglobata all’interno di un sistema semantico che la comprende cambiandone il ruolo, ormai depotenziata della sua capacità unica di generare ragionamenti e significare cose. Penso alla struttura cognitiva umana spostarsi dal metaforico al simbolico. Penso che ancor più della scrittura ne soffrirà la parola, il dire (cosa di più umano del dire?).

E per tornare all’oggi e all’analfabetismo digitale, penso che un progressivo ridursi degli spazi vitali per gli analfabeti della rete sia già evidente anche tra chi, di questi, è colto “tradizionalmente”. Certo, possiamo fregarcene di internet e andare in libreria ad acquistare un libro, non che un libro nella sua tradizionale forma cartacea non serva più ma che tutto quel fertile corollario generalmente successivo alla lettura, e che in quel libro ha il suo fuoco, corollario fatto di discussioni, approfondimenti, recensioni, scambi d’opinione, ormai si svolge tutto in internet. Chi non conosce il mezzo ne è escluso. Se c’è qualcosa che stride alla cultura è la sua solitudine; una cultura in solitario appassisce, termina nella tomba insieme al suo possessore.
Infine, in questa futurologia, mi viene da pensare che se la nostra civiltà letteraria ha generato le grandi “religioni del libro” (o fu il contrario?), non è poi così lontano il tempo di un “dio della rete”.

1977 vs 2011: movimenti a confronto

Durante l’anno scolastico 1977-78 ero iscritto al primo anno di scuola superiore. Da poco piombato nell’età adulta, o almeno tale mi pareva l’appartenenza ad un istituto superiore, giravo con Lotta Continua infilato nella tasca in modo che si vedesse bene. Non posso dire che “ho fatto” il ’77, ma un po’ di quella atmosfera, di quei linguaggi, di quell’ambiente, l’ho conosciuto, quel tanto che mi basta per abbozzare un confronto tra allora e oggi.
Il ’77 era terribilmente ideologico, l’ideologia impregnava la retorica, l’analisi, la prospettiva. Il 2011 non ha quasi alcuna ideologia a supporto. Ha un’analisi, quella sì, un’analisi dell’attuale le cui deficienze sono sotto gli occhi di tutti. Ma evidenziare ciò che non va e perché non va non è ideologia, al massimo è solo buona capacità analitica.
Nel ’77 tutti parlavano di politica, il “che fare” era una domanda condivisa. Oggi finalmente, dopo tanti anni di rincretinimento collettivo, mi sembra si stia tornando ad un simile livello di partecipazione.
Il ’77 era violento, molto più di oggi, e la violenza era uno strumento, forse il principale, dell’azione ideologica. La violenza odierna fortunatamente è minore ma fa un po’ più paura perché è rabbiosa, anarchica, incontrollata, imprevedibile, può crescere a dismisura.
Se il ’77 era mosso dall’ideologia, il 2011 è mosso da “fame”, fame soprattutto generazionale. A occhio e croce l’ultima generazione che ha avuto un accesso relativamente semplice al mondo del lavoro, e parlo di lavoro con le sacrosante garanzie, se non proprio il “posto fisso” qualcosa di simile, è stata quella degli attuali 45enni. Al di sotto di questa soglia inizia il baratro del precariato, dei forse 1000 euro al mese senza versamenti, senza prospettive certe, senza il miraggio di una pensione. Questo disastro generazionale prodotto dai nostri politici ed economisti si inizia a sentire nelle sue estreme conseguenze solo ora. Non che dieci o quindici anni fa non ci fosse ma essere precario a vent’anni lo accetti, a quaranta no, a quaranta ti incazzi, ti ribelli. Non c’è famiglia col precariato, non c’è casa, non c’è previdenza, non si costruisce, si vive alla giornata. Quando parlo di “fame” intendo questa, fame di costruire il proprio futuro, di realizzarsi, di vivere sic et simpliciter.
Nell’ideologia il ’77 trovava anche la sua prospettiva, l’obiettivo a cui ambire. Obiettivo che poi fallì completamente producendo da un lato gli anni di piombo e dall’altro, per rigetto, il craxismo. Nessuna chiara prospettiva nel 2011, vaghi accenni a “mondi migliori”, qualche rimpianto di socialdemocrazia mancata, sguardi fugaci a J.M. Keynes, episodici rigurgiti di marxismo. L’unica prospettiva resta, appunto, soddisfare la “fame” il più presto possibile. Ed è in questa sensazione di un tempo limite ridotto agli sgoccioli, di un’urgenza impellente, che risiede lo spirito mondiale del 2011. Ma se il limite dell’ideologia è la sua rigidità, l’incapacità che ha nel confrontarsi col mondo che cambia, il limite della fame e dell’urgenza sta nella sua impossibilità a coesistere con la calma e la razionalità, con la “gioia e rivoluzione”.

Il Melodramma, o Sul principale paradigma interpretativo italiano agli inizi del XXI sec.

“Per fare un buon melodramma si deve per prima cosa scegliere un titolo. Bisogna poi adattargli un qualsiasi soggetto, storico o di fantasia; poi ci si metteranno come personaggi principali un gonzo, un tiranno, una donna innocente perseguitata, un cavaliere [ma anche un Cavaliere perseguitato va bene. N.d.r.] e, potendolo fare, qualche animale addomesticato, che so? un cane, un gatto, un corvo, una gazza o un cavallo.
Sono di rigore un balletto e un quadro di insieme nel primo atto; una prigione, una romanza e delle catene nel secondo; battaglie, canzoni e via dicendo nel terzo. Il tiranno sarà ucciso alla fine dell’opera, la virtù trionferà e il cavaliere sposerà la donna innocente, sventurata etc.
Si finirà con una esortazione al popolo, per impegnarlo a preservare la sua moralità, a detestare il crimine e i tiranni, e soprattutto gli si raccomanderàò di sposare preferibilmente donne virtuose.”
[Trattato del Melodramma, 1817, Parigi]

“… nel primo atto del melodramma troviamo una celebrazione della fête di innocenza e virtù […]. Ma la fête sarà turbata. Nel suo mezzo si insinuerà il tiranno o il traditore […], spesso si tratta dell’annuncio che l’innocente virtuosa non è quella che appare […]. Il primo atto finisce molto spesso con la cacciata di innocenza dalla terra natale […], la condanna a peregrinare, la penitenza, il matrimonio forzato o la morte. […] Per metà della rappresentazione il cattivo domina interamente la scena, impone tutte le valutazioni morali, inganna tutti o altrimenti impone semplicemente la sua volontà con la forza […]. Il terzo atto porta lotta, combattimento, un evidente recitare e attraversare fino in fondo i termini manichei della rappresentazione con la vittoria finale del giusto, la liberazione di innocenza e il suo riconoscimento da parte di coloro che erano stati fuorviati dalle false affermazioni del cattivo…”
[Peter Brooks, Introduzione al Trattato del Melodramma]

“…il mélo è al centro di una costellazione di significati tutti sostanzialmente negativi, implicando valori di esagerazione, di contrapposizione manichea tra bene e male senza sfumature, di esasperazione dei contrasti, di caricamento artificiale delle emozioni e di esibizione sfacciata delle passioni, di mancanza della misura e di abuso del patetico. […] Non si fatica certo a riconoscere in questa struttura emotiva del mélo un intento socialmente consolatorio, nel costruire un modello in cui alla fine i conti della giustizia tornano perfettamente, il dolore patito ingiustamente viene ricompensato e la malvagità, personale e di classe, viene perseguita senza pietà.”
[Luigi Allegri, La drammaturgia da Diderot a Beckett, Laterza 1993]

Quando scompare una generazione

Buona parte di quelli della mia generazione – e intendo chi qualche anno più e qualche anno meno veleggia intorno alla boa dei 50 -, sta purtroppo vivendo sulla propria pelle un noto fenomeno che non desta alcuno stupore se non in chi, appunto, lo vive in prima persona. Parlo della progressiva scomparsa dei propri genitori. Al di là dell’ovvio doloroso sconvolgimento emozionale e sentimentale che il fatto provoca a chi lo esperisce, restano delle considerazioni (non meno dolorose) che ci coinvolgono proprio in quanto generazione anagrafica posta nel fluire sociale. Ho sempre pensato ai morti come agli “sconfitti della vita” e va da sé che tutti quanti passeremo per questa sconfitta, ma la sconfitta/scomparsa di una generazione intera pone un sovrappiù di tristezza, di pietas, nonché di responsabilità per chi resta.

Nel caso specifico, gli ottantenni di oggi sono nati intorno agli anni trenta, hanno vissuto nel pieno delle loro forze soprattutto il dopoguerra, la ricostruzione, il boom degli anni 50 e 60. Partendo da zero, e parlo di uno “zero” di cui non avevano particolari colpe, hanno vissuto al seguito di un solo e chiaro obiettivo, ricostruire e crescere (quasi un biblico “crescete e moltiplicatevi”). L’abbondanza, per chi è partito dal nulla, non poteva non essere un valore positivo alieno da qualsiasi senso di colpa e probabilmente il mito della “crescita” – che oggi, in fase di profonda recessione, assume le sinistre vesti di un fantasma – ci deriva proprio da loro. Ma la crescita illimitata è svanita e la ancora recente immagine di mio padre, nel suo orto, tra le sue piante, mi ha sempre fatto pensare in ultima analisi ad un rifiuto per un mondo ormai a lui estraneo e non so dire se oggi mi faccia più tenerezza e pietà quel loro ingenuo ottimismo o il mio/nostro disincantato pessimismo.

Più in generale, una generazione che scompare porta con sé uno sguardo sul mondo unico e irripetibile, di fatto non trasmissibile, un tesoro di pensiero, sensibilità, paradigmi, che va via irrimediabilmente. Nel pieno dell’epoca della riproducibilità delle cose questa affermazione può apparire sbagliata, ma penso che nulla è davvero riproducibile e quel che resta, anche la semplice memoria, anche il “far vivere in noi i nostri genitori”, è sempre un falso simulacro, nella migliore delle ipotesi un’approssimazione. La responsabilità di non dimenticare, di non dimenticarli, di portare in noi e verso gli altri il loro insegnamento, resta pressante, quasi schiacciante, ma viaggia insieme alla sensazione che quel poco di memoria che li tiene in vita non dica tutto di loro, o non dica proprio niente, come se in realtà quel loro mondo noi non l’avessimo davvero mai conosciuto.

Infine, la morte dei nostri padri è anche una nostra morte, perlomeno di come siamo stati finora. Se è vero che è nello sguardo dell’altro, di chi ci conosce, anzi di chi ci riconosce (e chi ci ha riconosciuto più di nostra madre e nostro padre?), che risiede il nostro io, la nostra principale costruzione del sé, ecco che la sparizione definitiva di quello sguardo ci rende nudi, informi… e liberi, neo-nati al mondo, liberi di ricostruirci come vogliamo, di essere genitori di noi stessi.

L’attore secondo l’ISTAT

Il 9 ottobre 2011 inizierà ufficialmente il 15° censimento nazionale ad opera dell’ISTAT, la quale per l’occasione sta già provvedendo ad inviare alle famiglie italiane il questionario da riempire. A me è giunto ieri, e iniziando a leggere le centinaia di domande presenti mi ha colpito la sezione relativa all’attività lavorativa. La domanda posta nel questionario è precisamente “in che cosa consiste la Sua attività lavorativa?“, e vi sono 10 risposte possibili corrispondenti ad altrettante generiche categorie. Le categorie raggruppano svariati mestieri, decisamente eterogenei ma suppongo accomunati da criteri che, ad una prima occhiata, mi sembrano almeno discutibili. Comunque sia, è stata l’ottava categoria ad aver attratto la mia attenzione. Recita la descrizione: “Attività organizzativa, tecnica, intellettuale, scientifica o artistica ad elevata specializzazione“. A maggior intelligenza della definizione vengono specificati i seguenti mestieri: medico, professore universitario, insegnante elementare (!), ingegnere, chimico, agronomo, avvocato, farmacista, musicista (!!) e, udite udite, attore. Chissà, forse gli esperti dell’ISTAT avevano in mente gli attori del teatro indipendente, ormai da anni altamente specializzati in ogni genere di attività pertinente il teatro, dalla produzione alla realizzazione, divenendo di volta in volta autori, registi, uffici stampa, organizzatori, tecnici luce, scenografi, grafici, costumisti, web master, giornalisti, cassieri, venditori e infine commercialisti… oltre che ovviamente attori. Com’è che si dice? Di necessità virtù. Battute a parte, c’è da sorridere, o da piangere, pensando alle buste paga di professori universitari, ingegneri o medici, affiancate a quelle (quali?) degli attori… almeno di quelli teatrali. Difficile pensare in Italia ad una professione più manchevole di elementari regole, diritti e garanzie, di quella attoriale. In questo senso, l’ottava categoria ISTAT appare davvero uno splendido sogno.

Terraferma, di Emanuele Crialese

Mi sembra che l’applauso dovuto a Crialese e al suo nuovo film dipenda in larga parte dalla modalità del suo sguardo narrativo, distaccato ma non freddo, partecipe ma non schierato. Affonda il bisturi su un nervo scoperto dell’Italia contemporanea, su un nostro soffocato ma sempre presente senso di colpa. Quello del benestante di fronte alla povertà altrui. Lo fa senza cadere nella più probabile trappola presente in una operazione di questo tipo, quella del buonismo di stampo cattocomunista. Gliene sono tanto grato. Nella sua terraferma non ci sono mostri, non ci sono nemmeno angeli. Ci sono solo persone sballottate dalle onde di sentimenti contrastanti, ma tutti primigeni e dunque tutti pietosamente umani, impermeabili a qualunque condanna, l’istinto di sopravvivenza, la ricerca di un futuro, la protezione delle proprie cose e, perché no? anche la voglia di una tranquilla vacanza. Le scene più emblematiche sono due: la prima è quando la fragile barca con a bordo i due ragazzi viene assalita in piena note da un’orda di migranti che annaspano tra le onde. Il rimando agli zombi di Romero mi sembra evidente. Parteggiamo per il giovane Filippo che difende la barchetta dal rischio che tutte quelle mani nere che vi si aggrappano la rovescino. Ma quando l’esigenza di difesa, l’istinto di sopravvivenza, si arma di un bastone che spezza con violenza quelle stesse mani allora parteggiamo per gli zombi e odiamo l’egoismo di Filippo. Dove sono i mostri se l’oggetto della contesa è solo una piccola e fragile barca? L’altra immagine è quella finale e riguarda ancora la barca, con a bordo uniti dallo stesso destino i due contendenti, il migrante nero e l’isolano italiano. Qui la ripresa è dall’alto e la barca si fa piccola piccola nell’immensa distesa del mare e tutti i conflitti sembrano farsi insignificanti dettagli nell’oscuro tragitto della vita. Presenti anche echi di tragedia, Antigone: seguire le leggi degli uomini e quindi girarsi dall’altra parte quando si avvistano chiatte colme di disperati o seguire l’innato sentimento della fratellanza e raccoglierli, magari non tutti perché rovesciano la barca e ci portano alla morte ma almeno un po’, qualcuno, uno, due, quelli che il caso ti offre più vicini alle tue braccia? Non possiamo farci carico da soli di tutti i mali del mondo ma salvare almeno una vita non significa salvare l’intera umanità? Forse quest’ultima domanda racchiude proprio il senso del tragico che permea la narrazione di Crialese. Possiamo ancora scegliere, possiamo sfidare la legge e seppellire Polinice, salvare quanti più “fratelli” possibile ma resterà sempre il tragico (appunto) senso di impotenza per non poterli salvare tutti, per non poterli accogliere tutti nella nostra fragile barchetta.