L’inganno della Scrittura Creativa

Snoopy scrittore (Peanuts, Schulz)
Snoopy scrittore (Peanuts, Schulz)

Il concetto di Scrittura Creativa non l’ho mai amato molto. Ovvio che la scrittura lo sia, così come lo è qualsiasi altra espressione artistica, ma la comunicazione ultimamente inflazionata di questo concetto dà volontariamente spazio a vistosi fraintendimenti: creativa come libera, creativa come ludica, creativa come rilassante; creativa, insomma, come lo è uno spazio di alterità rispetto a un mondo ingabbiato e stressato tra norme, doveri e regole. Non è mai così, qualunque scrittore si accorge che lo spazio di creatività nel proprio lavoro è ridotto a un impulso iniziale (che a ben guardare è anch’esso figlio più della necessità che della libertà), e che l’opera che sta creando, dopo solo poche pagine, assume una personalità e una progettualità talmente inflessibili e tiranne da annullare la volontà del creatore stravolgendola nell’asservimento completo. Allora nulla diventa più doveroso e metodico della tua scrittura e scopri che non ha più – né ha mai avuto – la funzione di divertirti o rilassarti ma solo quella di servire lei, la tua opera, che non è più tua, non è mai stata tua, ma si appartiene, appartiene a se stessa, e vuole essere soddisfatta. Ogni termine che userai, ogni locuzione, ogni verbo saranno studiati e soppesati per lei, perché possa nascere e svilupparsi senza tradire la propria personalità, il suo (e tuo) progetto interiore. Ed essendo sempre lungo il parto di un’opera, settimane su settimane, mesi, forse anni, arriva il giorno in cui ti accorgi che sei cambiato da quando avevi concepito quel progetto, sei un altro, la tua sensibilità e i tuoi desideri sono mutati, e quest’altro che ora sei divenuto vorresti esprimerlo nella tua scrittura ma non puoi, non ancora, almeno non con quell’opera che ancora non ha visto la luce. Devi rimanerle fedele, sempre, comunque, perché lei ha la priorità su di te. C’è tanta genitorialità in questo mestiere, altro che creatività.

Il potere di picchiare una donna

Nan Goldin - Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata
Nan Goldin – Autoritratto un mese dopo essere stata picchiata

Spinta da un sistema produttivo che ormai espone quotidianamente nel supermarket dell’emotività mondiale festività e ricorrenze di qualunque genere – e che quindi mette sullo stesso piano formale Giornata della Memoria e Festa della Mamma, Festa dei Nonni e Giornata contro il fumo  – ecco che giunge il 25 novembre la Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne. Via quindi a immagine scioccanti riprodotte dai media e dai social network, e via alla cupa numerologia testimone della seria diffusione del fenomeno (numeri e classifiche dove, tra l’altro, l’Italia occupa sempre posizioni di tutto “rispetto”). Non ci sarebbe nulla da aggiungere se non l’ovvio affermare che la violenza contro le donne, nonché la sua apicale escrescenza ormai universalmente nota come femminicidio, è un fenomeno grave e da combattere con priorità da tutti i popoli e nazioni che lo riconoscono come tale. Ma al di là delle ovvietà, occorrerebbe anche riflettere su come la violenza contro le donne sia in ultima analisi una triste modalità di relazione umana e sociale, una sorta di dialogo culturale in cui ci si scambiano simboli. Il simbolo in questione è il potere, simbolo culturale molto particolare e pericoloso perché presuppone sempre un dominatore che lo esercita e un dominato che lo subisce, la donna nel caso specifico. Lo stesso potere, poi, è molto riconoscibile quando si attua attraverso modalità immediate e cruente (una violenza privata, un pestaggio, una guerra), ma più nascosto – quasi invisibile ma non per questo meno violento e devastante -, quando si manifesta tramite forme più diluite e accettate, penso alla violenza di certe scelte politiche certificate come “democratiche”, o alla violenza insita in un certo tipo di linguaggio ampiamente condiviso. Visto in quest’ottica, quindi, il fenomeno perde la sua peculiarità e – in senso analitico – il suo isolamento, per entrare a far parte delle molteplici e variegate forme attraverso cui il potere fonda, struttura e alimenta le società, in particolare quella occidentale. In questo senso la violenza contro le donne non è diversa da altre forme di violenza tese ad affermare una logica insindacabile di potere senza il quale la scala sociale sembrerebbe impercorribile se non inesistente, pensiamo alle note forme di violenza etniche e razziali, a quelle religiose, a quelle per orientamento sessuale. Pensiamo anche a forme di potere e violenza meno note, negate dai più, considerate subdolamente “naturali”, come sono le violenze di specie, quelle cioè dell’uomo, animale superiore, contro le specie animali inferiore, immolate sull’altare di un’alimentazione iperproteica per una bulimia di “salute” ed energia da spendere nel mercato del potere e del possesso, quest’ultimo come certificato DOC del primo. In definitiva, manifestiamo sì contro la violenza sulle donne ma non fermiamoci all’inconcludente indignazione, quasi morbosa, di fronte all’ennesimo fatto di cronaca composto dal solito maschio geloso e possessivo che picchia la donna che gli si nega. Non rifugiamoci nelle solite rassicuranti spiegazioni che chiamano in causa l’ignoranza, il maschilismo, o un generico maschio incapace di confrontarsi con un’altrettanto generica modernità. La cultura maschilista con tutti i suoi addentellati è solo un ramo di una immensa malapianta che ci coinvolge tutti già nell’esercizio delle nostre piccole “innocenti” azioni quotidiane, tutte quelle offerte in dono alla logica del potere e al suo insaziabile appetito.

La Drammaturgia del Buon Costume

Galateo di M. Giovanni Della Casa, ovvero Trattato dei Costumi
Galateo di M. Giovanni Della Casa, ovvero Trattato dei Costumi

In un recente Avviso Pubblico promosso da Roma Capitale tramite la propria azienda strumentale operativa nel settore Cultura, Zétema, e denominato Raccolta di proposte di spettacolo dal vivo per la programmazione degli spazi della “Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea”, leggo al 6° capoverso dedicato alle “Modalità e criteri di selezione delle proposte raccolte” la seguente frase: «Non saranno selezionati i progetti che, ad insindacabile giudizio della Direzione del Sistema e del Comitato di Indirizzo, rechino pregiudizio o danno all’immagine di Roma Capitale, di Zètema, della “Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea” o di terzi; […]; che facciano apologia di violenza o costituiscano opere propagandistiche o messaggi offensivi; che contengano riferimenti a partiti/movimenti politici/sindacali.».

Bene, io credo che questo mio post possa tranquillamente chiudersi qui e lasciare al lettore commenti, valutazioni, personali sensazioni. Tuttavia, visto che viviamo tempi dove anche l’ovvietà è messa in discussione e va argomentata, proverò a dire qualcosa… anzi “qualcosina”, perché continuo a pensare che non ci sia poi molto da commentare, perché (appunto) se è vero che anche l’ovvio va spiegato è  altrettanto vero che da adulti quali tutti siamo non possiamo perdere troppo tempo a risolvere una catena di “perché?” degni di uno stadio infantile. Vorrei allora concentrarmi sull’ultima parte della frase, su quegli altolà “insindacabili” ad opere propagandistiche, a messaggi offensivi, a riferimenti a partiti politici o movimenti sindacali.

Mi chiedo come si possa valutare un testo teatrale in base alla sua appartenenza a concetti tanto vaghi e soggettivi quali propaganda e offesa. Mi chiedo se sia giusto che la libera manifestazione del mio pensiero (e della mia drammaturgia) debba limitarsi per evitare di offendere chissà chi. Mi chiedo perché mai qualcuno debba sentirsi offeso dalle mie idee che in quanto personali non possono che essere sempre e comunque “partigiane”. Mi chiedo soprattutto il motivo per il quale un testo teatrale non possa parlare di sindacato o di politica in un paese, tra l’altro, come l’Italia, da vent’anni immerso in una costante e infinita campagna elettorale dove tutto è politica o, meglio, tutto è espressione di lottizzazione partitocratica. Posso capire (pur senza accettare) il concetto tanto in voga di pacificazione nazionale ma non quello di rimozione. Mi chiedo, infine, se gli estensori di questo bando abbiano chiara la clamorosa contraddizione che c’è tra il rivolgersi alla drammaturgia contemporanea – porsi l’obiettivo di promuoverla – e chiedere al tempo stesso il totale silenzio su ciò che rappresenta se non il contemporaneo tout court almeno una sua bella fetta.

Immaginiamo una storia della drammaturgia, facciamo nella nostra mente un sommario elenco di 10 o 15 grandi drammaturghi di tutti tempi e poi iniziamo a eliminare da questo elenco tutti quelli che hanno scritto cose offensive per qualcun altro, o che hanno espresso una qualsiasi posizione su avvenimenti o situazioni della loro contemporaneità sociale e politica. Cosa rimane se non il vuoto assoluto?

Infine leggiamo anche noi la Costituzione italiana, come va di moda adesso. Tutti leggono la Costituzione e allora facciamolo anche noi. Leggiamo i primi due capoversi dell’articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»; «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.». A dirla tutta l’articolo 21 si chiude con quest’ultimo enunciato: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume.». Il buon costume, ecco la spiegazione! Il bando di Roma Capitale è quindi rivolto non alla drammaturgia contemporanea ma alla drammaturgia del buon costume. Chapeau!