This Must Be The Place, di Paolo Sorrentino

Proverò a spiegare perché un film tanto pieno di difetti, tanto incompleto e discutibile, sia comunque un grande film. Un parallelo forse azzardato e da prendere con le molle è relativo alla musica rock, e precisamente alla doppietta dei Radiohead Kid A e Amnesiac, lavori entrambi affascinanti nonostante – o grazie – la loro palese incompiutezza; lavori che manifestano una prepotente personalità non ben strutturata, non del tutto matura, bensì segnata dall’arrogante follia di chi ha qualcosa da dire, magari con confusione, magari con incoerenza, ma qualcosa da dire che lascia il segno e fa intravedere strade vergini da colonizzare. Qualcosa del genere mi è parso This Must Be The Place.

Due storie sostanzialmente, due storie che si passano il testimone tra il primo e il secondo tempo e ritrovano nella scena finale un tentativo di armonica sintesi, tentativo che personalmente non trovo del tutto convincente ma che accetto come prova che Sorrentino non abbia mai perso di vista tutti i livelli narrativi e semantici che ha scatenato nel corso del film. La prima storia è intimista, lenta, spesso noiosa, e riguarda l’evidente depressione del protagonista, “Cheyenne”, vecchia popstar irlandese (chiaro riferimento iconico a Robert Smith dei Cure) che nonostante la vita agiata e una moglie splendida non trova serenità, non accetta l’inevitabile decadenza né sembra trovare giovamento dai ricordi di un passato di celebrità. Anzi, forse è proprio quel passato mal digerito che gli crea il pesante fardello del presente. Se questa depressione non sfocia nel suicidio o nel ritorno all’eroina è esclusivamente grazie alla forza della moglie. A proposito della moglie, mi sembra una figura ben poco credibile questa donna sempre allegra e ottimista, innamorata di un buffo patetico fantasma quale è ormai il marito e addirittura – nonostante i soldi del marito – lavoratrice alle dipendenze dei pompieri, eppure anche questa scelta contribuisce a portare il film in quella dimensione di surrealtà che forse ne è la soluzione. Dunque, la nostra triste popstar chiusa in un’esistenza senza uscita, se ne va in America per il funerale di un padre con cui aveva interrotto ogni rapporto da 30 anni.

E qui inizia la seconda storia. Cheyenne si carica sulle spalle il compito di “vendicare” il padre – ebreo ex deportato in campo di concentramento – delle sevizie ricevute dal suo aguzzino nazista. Ne segue le tracce attraverso un lungo viaggio tra vari stati americani incontrando improbabili personaggi finché finalmente lo trova e compie l’agognata vendetta: lascia il 90enne ex nazista nudo e inerme sulla neve, in un’inquadratura molto Auschwitz. Torna quindi a casa sua in Irlanda, sereno e finalmente uomo.

Se il film fosse il racconto che ne ho fatto sarebbe un’evidente cretinata. Fortunatamente non è così. Fortunatamente la tanta carne al fuoco si rivela carne di qualità a momenti cotta molto bene. Come e perché ci riesce Sorrentino? Intanto perché l’incredibile storia raccontata ti avvolge man mano sino a darti una sensazione di credibilità, come se uscendo dal cinema si annullassero i confini tra l’incredibile e il banale quotidiano (credibile) e si restasse con l’idea che ogni storia banale nel momento in cui viene narrata divenga incredibile, e ogni storia assurda divenga a sua volta banale. E non è poi davvero così? Io credo di sì.
Il surreale è un po’ dappertutto, permea la narrazione ovunque e gli assurdi personaggi che Cheyenne incontra nel suo viaggio americano sono veri, riconoscibili, familiari. È un surreale caratterizzato da malinconia (il volto/maschera di Sean Penn ne è l’adeguata sinossi), ed è una malinconia caratterizzata da ironia. Il punto di forza, tuttavia, è stilistico, ed è evidente nella seconda parte, come se l’America non potesse essere narrata diversamente che da un trionfo di colori, come se in ogni dettaglio della quotidianità americana si nascondesse un mistero, un varco verso un altro mondo. Inquadrature, fotografia, visi, ritmo narrativo, tutto contribuisce a portare il film verso un livello espressivo questo sì “incredibile”, soprattutto se si pensa che non c’è Lynch dietro la telecamera, non c’è Tarantino né ci sono i Coen, c’è un regista italiano, probabilmente l’unico regista italiano in grado oggi di parlare un linguaggio internazionale. Infine, last but not least, un maestoso Sean Penn guida la narrazione tra credibile e incredibile, tra realtà e favola, caricandosi sul volto un personaggio che altrimenti avrebbe potuto essere un clone di Edward mani di forbice.

Piacerà probabilmente ai ventenni degli anni ’80, cresciuti col punk e la new wave. Io, avendo invece odiato quegli anni, Cure, Smith, Joy Division etc. (li recupererò musicalmente molto tempo dopo), non credo di aver subito il fascino dei ricordi, mi è piaciuto solo per i motivi detti sopra. In questo senso mi sento molto vicino al percorso filmico di Cheyenne, il cui sfogo al cospetto di David Byrne conferma la mia lettura di quegli anni, un trionfo di superficiale vanità, una sorta di errore evolutivo da cui la conoscenza della ben diversa vita di mio padre mi ha tenuto lontano.

1977 vs 2011: movimenti a confronto

Durante l’anno scolastico 1977-78 ero iscritto al primo anno di scuola superiore. Da poco piombato nell’età adulta, o almeno tale mi pareva l’appartenenza ad un istituto superiore, giravo con Lotta Continua infilato nella tasca in modo che si vedesse bene. Non posso dire che “ho fatto” il ’77, ma un po’ di quella atmosfera, di quei linguaggi, di quell’ambiente, l’ho conosciuto, quel tanto che mi basta per abbozzare un confronto tra allora e oggi.
Il ’77 era terribilmente ideologico, l’ideologia impregnava la retorica, l’analisi, la prospettiva. Il 2011 non ha quasi alcuna ideologia a supporto. Ha un’analisi, quella sì, un’analisi dell’attuale le cui deficienze sono sotto gli occhi di tutti. Ma evidenziare ciò che non va e perché non va non è ideologia, al massimo è solo buona capacità analitica.
Nel ’77 tutti parlavano di politica, il “che fare” era una domanda condivisa. Oggi finalmente, dopo tanti anni di rincretinimento collettivo, mi sembra si stia tornando ad un simile livello di partecipazione.
Il ’77 era violento, molto più di oggi, e la violenza era uno strumento, forse il principale, dell’azione ideologica. La violenza odierna fortunatamente è minore ma fa un po’ più paura perché è rabbiosa, anarchica, incontrollata, imprevedibile, può crescere a dismisura.
Se il ’77 era mosso dall’ideologia, il 2011 è mosso da “fame”, fame soprattutto generazionale. A occhio e croce l’ultima generazione che ha avuto un accesso relativamente semplice al mondo del lavoro, e parlo di lavoro con le sacrosante garanzie, se non proprio il “posto fisso” qualcosa di simile, è stata quella degli attuali 45enni. Al di sotto di questa soglia inizia il baratro del precariato, dei forse 1000 euro al mese senza versamenti, senza prospettive certe, senza il miraggio di una pensione. Questo disastro generazionale prodotto dai nostri politici ed economisti si inizia a sentire nelle sue estreme conseguenze solo ora. Non che dieci o quindici anni fa non ci fosse ma essere precario a vent’anni lo accetti, a quaranta no, a quaranta ti incazzi, ti ribelli. Non c’è famiglia col precariato, non c’è casa, non c’è previdenza, non si costruisce, si vive alla giornata. Quando parlo di “fame” intendo questa, fame di costruire il proprio futuro, di realizzarsi, di vivere sic et simpliciter.
Nell’ideologia il ’77 trovava anche la sua prospettiva, l’obiettivo a cui ambire. Obiettivo che poi fallì completamente producendo da un lato gli anni di piombo e dall’altro, per rigetto, il craxismo. Nessuna chiara prospettiva nel 2011, vaghi accenni a “mondi migliori”, qualche rimpianto di socialdemocrazia mancata, sguardi fugaci a J.M. Keynes, episodici rigurgiti di marxismo. L’unica prospettiva resta, appunto, soddisfare la “fame” il più presto possibile. Ed è in questa sensazione di un tempo limite ridotto agli sgoccioli, di un’urgenza impellente, che risiede lo spirito mondiale del 2011. Ma se il limite dell’ideologia è la sua rigidità, l’incapacità che ha nel confrontarsi col mondo che cambia, il limite della fame e dell’urgenza sta nella sua impossibilità a coesistere con la calma e la razionalità, con la “gioia e rivoluzione”.

A Dangerous Method, di David Cronenberg

Vedere l’ultimo Cronenberg è un po’ come incontrare dopo tanti anni un conoscente o un parente che avevi lasciato bambino e che ora ritrovi uomo, magari con le spalle il doppio delle tue. E allora ti domandi “ma come è possibile? Che ha a che vedere questo con quello?”. L’esempio serve ad introdurre l’idea di lontananza, non di evoluzione… né di involuzione, semplicemente distanza incolmabile tra il Cronenberg di Brood, Scanners, Videodrome, Dead Zone, The Fly, Crash, Existenz, Spider, e l’attuale. Tutto sommato anche il Cronenberg più recente, quello di A History of Violence e Eastern Promises sembra al più un lontano parente di chi ha diretto A Dangerous Method. In parte la cosa è comprensibile, essendo la vicenda Jung / Spielrein / Freud “una storia vera” – e qui ci starebbe bene uno sguardo sinottico sull’altro grande David, il Lynch di The Straight Story -, storia vera tra l’altro ampiamente conosciuta e raccontata. I paletti che impone il dovere di cronaca ci consegnano un film interessante perché è interessante la vicenda, elegante perché il Canadese è comunque un maestro, ma poi anche freddo e privo di quello scatto di fantasia, di quell’iniezione di mistero che da Cronenberg ti aspetteresti. Anche l’aspetto cronachistico, inoltre, non mi è sembrato ineccepibile: poco credibile il personaggio di Sabina Spielrein, la sua isteria misteriosa, la relazione d’amore con Jung, quest’ultima fuori fuoco soprattutto nel punto di vista di Jung. Più chiaro e interessante mi è parso il rapporto intellettuale e caratteriale tra Freud e Jung, posto nell’ampio contesto del diffondersi con timore e circospezione del credo psicanalitico.

Vale la pena di chiedersi quanto la fedeltà a ciò che “davvero” avvenne debba chiudere la strada ad un’interpretazione personale di quel “davvero”. Saremmo in tal caso di fronte ad un tradimento del fatto? Domanda enorme. Io mi limito a segnalare come un regista italiano molto meno celebrato di Cronenberg, Roberto Faenza, abbia saputo con Prendimi l’Anima del 2002 raccontare la medesima storia coniugando cronaca, fantasia, personalità. Come c’è riuscito? Intanto con un’attrice nel ruolo di Sabina Spielrein (Emilia Fox) più brava di Keira Knightley. Poi con una scelta che ha pagato: anziché tentare, come ha fatto Cronenberg, di abbracciare in un solo sguardo la nascita della psicanalisi, le tre grandi personalità della vicenda, la storia d’amore, ha innalzato in primo piano solo l’ultima annullando di fatto il personaggio di Freud e le dispute scientifiche. Ne è scaturito un film compatto (nonostante la presenza di due diversi piani temporali), credibile, passionale, passionale perché tale fu la storia d’amore e passionale perché in fin dei conti fu proprio nella transizione da pulsione a passione che si stavano giocando i destini della psicanalisi.

Carnage, di Roman Polanski e Yasmina Reza

Se c’è qualcosa di davvero eccezionale in Carnage, sta nella reazione stupita di buona parte del pubblico e della critica (probabilmente disabituati o ignari di teatro) per un buon film che si regge quasi esclusivamente sulla drammaturgia. Poca postproduzione, un solo ambiente interno (ad eccezione del campo lungo sul giardino all’inizio e alla fine), unità aristoteliche rispettate, solo quattro personaggi (più due virtuali, i tempestivi telefoni di Alan e di Michael) e infine tanto tanto dialogo, ben sottolineato dall’ottimo montaggio. Insomma, siamo in presenza di un qualcosa che si potrebbe definire “pièce bien fait”, ovviamente più in senso lato che strettamente storico (e mi riferisco al genere “pièce bien fait” nella storia del teatro). Una riuscita drammaturgia borghese ambientata – guarda caso – nel salotto di casa, dove elementi come l’intreccio, il colpo di scena, la girandola di personaggi, sono di fatto inesistenti e dove il ritmo e l’interesse restano tutti sulle spalle dei dialoghi. Il presupposto è tutto per un buon dramma ma il prodotto finale mi sembra virare di gran lunga sulla commedia. Se questo sia da considerarsi un limite del lavoro è una questione che riguarda il singolo spettatore. Personalmente mi ha divertito molto ma un senso di fastidiosa prevedibilità mi ha accompagnato per tutta la visione. Parte dal dramma, dicevo, perché drammatico è l’antefatto – una violenta lite tra due adolescenti – e drammatico si prospetta lo svolgimento, un confronto tra i quattro genitori dei due ragazzi, due coppie medio borghesi, quindi necessariamente “civili”, poste di fronte al bivio se caricarsi il fardello di una pacata ricomposizione della lite dei due eredi oppure prenderne le rispettive parti aderendo ad un’atavica “difesa della famiglia” e trasferendo quella lite su un piano adulto e potenzialmente più violento.
Abili Roman Polanski e Yasmina Reza a cavalcare la seconda opzione senza mai dimenticare del tutto la prima, quasi a lasciar intendere che il “richiamo del sangue” sia la strada che ogni adulto, una volta messosi a nudo e spogliatosi delle convenzioni, vorrebbe seguire. Ma la “civiltà” è una pelle troppo aderente per essere strappata davvero e allora la strada della lite si percorre con troppe incertezze e sensi di colpa e quindi si torna subito indietro nei territori della pacatezza e del buon senso ma anche lì l’incertezza resta e incertezza nelle relazioni interpersonali richiama incertezza verso se stessi che a sua volta amplifica quella relazionale e così via in un crescendo che non può che concludersi in una ubriacatura collettiva, come se per i quattro “pupazzi” l’ubriacatura da alcol fosse meno vergognosa e più accettabile di quella da emozioni incontrollate. Peccato che non proprio tutto gira per il meglio nella realizzazione di questo progetto narrativo: i dialoghi, certamente di ottimo livello, graffianti e ritmati, subiscono spesso delle forzature in crescendo incongruenti col contesto che li precede e li dovrebbe giustificare, come se spinti da un direttore d’orchestra che ha troppa fretta di arrivare al parossismo dell’esecuzione, mentre il grottesco imperante nel secondo tempo trancia inevitabilmente ogni germoglio drammatico e la maschera livida di Jodie Foster nel finale mi ricorda troppo la trasformazione del civile Dottor Banner nel bestiale Incredibile Hulk.

Il Melodramma, o Sul principale paradigma interpretativo italiano agli inizi del XXI sec.

“Per fare un buon melodramma si deve per prima cosa scegliere un titolo. Bisogna poi adattargli un qualsiasi soggetto, storico o di fantasia; poi ci si metteranno come personaggi principali un gonzo, un tiranno, una donna innocente perseguitata, un cavaliere [ma anche un Cavaliere perseguitato va bene. N.d.r.] e, potendolo fare, qualche animale addomesticato, che so? un cane, un gatto, un corvo, una gazza o un cavallo.
Sono di rigore un balletto e un quadro di insieme nel primo atto; una prigione, una romanza e delle catene nel secondo; battaglie, canzoni e via dicendo nel terzo. Il tiranno sarà ucciso alla fine dell’opera, la virtù trionferà e il cavaliere sposerà la donna innocente, sventurata etc.
Si finirà con una esortazione al popolo, per impegnarlo a preservare la sua moralità, a detestare il crimine e i tiranni, e soprattutto gli si raccomanderàò di sposare preferibilmente donne virtuose.”
[Trattato del Melodramma, 1817, Parigi]

“… nel primo atto del melodramma troviamo una celebrazione della fête di innocenza e virtù […]. Ma la fête sarà turbata. Nel suo mezzo si insinuerà il tiranno o il traditore […], spesso si tratta dell’annuncio che l’innocente virtuosa non è quella che appare […]. Il primo atto finisce molto spesso con la cacciata di innocenza dalla terra natale […], la condanna a peregrinare, la penitenza, il matrimonio forzato o la morte. […] Per metà della rappresentazione il cattivo domina interamente la scena, impone tutte le valutazioni morali, inganna tutti o altrimenti impone semplicemente la sua volontà con la forza […]. Il terzo atto porta lotta, combattimento, un evidente recitare e attraversare fino in fondo i termini manichei della rappresentazione con la vittoria finale del giusto, la liberazione di innocenza e il suo riconoscimento da parte di coloro che erano stati fuorviati dalle false affermazioni del cattivo…”
[Peter Brooks, Introduzione al Trattato del Melodramma]

“…il mélo è al centro di una costellazione di significati tutti sostanzialmente negativi, implicando valori di esagerazione, di contrapposizione manichea tra bene e male senza sfumature, di esasperazione dei contrasti, di caricamento artificiale delle emozioni e di esibizione sfacciata delle passioni, di mancanza della misura e di abuso del patetico. […] Non si fatica certo a riconoscere in questa struttura emotiva del mélo un intento socialmente consolatorio, nel costruire un modello in cui alla fine i conti della giustizia tornano perfettamente, il dolore patito ingiustamente viene ricompensato e la malvagità, personale e di classe, viene perseguita senza pietà.”
[Luigi Allegri, La drammaturgia da Diderot a Beckett, Laterza 1993]

Quando scompare una generazione

Buona parte di quelli della mia generazione – e intendo chi qualche anno più e qualche anno meno veleggia intorno alla boa dei 50 -, sta purtroppo vivendo sulla propria pelle un noto fenomeno che non desta alcuno stupore se non in chi, appunto, lo vive in prima persona. Parlo della progressiva scomparsa dei propri genitori. Al di là dell’ovvio doloroso sconvolgimento emozionale e sentimentale che il fatto provoca a chi lo esperisce, restano delle considerazioni (non meno dolorose) che ci coinvolgono proprio in quanto generazione anagrafica posta nel fluire sociale. Ho sempre pensato ai morti come agli “sconfitti della vita” e va da sé che tutti quanti passeremo per questa sconfitta, ma la sconfitta/scomparsa di una generazione intera pone un sovrappiù di tristezza, di pietas, nonché di responsabilità per chi resta.

Nel caso specifico, gli ottantenni di oggi sono nati intorno agli anni trenta, hanno vissuto nel pieno delle loro forze soprattutto il dopoguerra, la ricostruzione, il boom degli anni 50 e 60. Partendo da zero, e parlo di uno “zero” di cui non avevano particolari colpe, hanno vissuto al seguito di un solo e chiaro obiettivo, ricostruire e crescere (quasi un biblico “crescete e moltiplicatevi”). L’abbondanza, per chi è partito dal nulla, non poteva non essere un valore positivo alieno da qualsiasi senso di colpa e probabilmente il mito della “crescita” – che oggi, in fase di profonda recessione, assume le sinistre vesti di un fantasma – ci deriva proprio da loro. Ma la crescita illimitata è svanita e la ancora recente immagine di mio padre, nel suo orto, tra le sue piante, mi ha sempre fatto pensare in ultima analisi ad un rifiuto per un mondo ormai a lui estraneo e non so dire se oggi mi faccia più tenerezza e pietà quel loro ingenuo ottimismo o il mio/nostro disincantato pessimismo.

Più in generale, una generazione che scompare porta con sé uno sguardo sul mondo unico e irripetibile, di fatto non trasmissibile, un tesoro di pensiero, sensibilità, paradigmi, che va via irrimediabilmente. Nel pieno dell’epoca della riproducibilità delle cose questa affermazione può apparire sbagliata, ma penso che nulla è davvero riproducibile e quel che resta, anche la semplice memoria, anche il “far vivere in noi i nostri genitori”, è sempre un falso simulacro, nella migliore delle ipotesi un’approssimazione. La responsabilità di non dimenticare, di non dimenticarli, di portare in noi e verso gli altri il loro insegnamento, resta pressante, quasi schiacciante, ma viaggia insieme alla sensazione che quel poco di memoria che li tiene in vita non dica tutto di loro, o non dica proprio niente, come se in realtà quel loro mondo noi non l’avessimo davvero mai conosciuto.

Infine, la morte dei nostri padri è anche una nostra morte, perlomeno di come siamo stati finora. Se è vero che è nello sguardo dell’altro, di chi ci conosce, anzi di chi ci riconosce (e chi ci ha riconosciuto più di nostra madre e nostro padre?), che risiede il nostro io, la nostra principale costruzione del sé, ecco che la sparizione definitiva di quello sguardo ci rende nudi, informi… e liberi, neo-nati al mondo, liberi di ricostruirci come vogliamo, di essere genitori di noi stessi.

Incipit (racconti del venerdì #4)

Sono apparsa, la prima cosa che ho percepito è stato il ringhiare del cane. Poi l’ho visto, davanti a me, a circa un metro. Era un mastino e ce l’aveva con me. Ma non mi sono spaventata, tutt’altro, gli ho sorriso, l’ho chiamato per nome: «Smith, ehi Smith, bello, che stai facendo?». Poi ho sentito la voce in lontananza: «Buck, lascia stare la signorina.». E Buck/Smith ha smesso di ringhiare, ha scodinzolato, si è voltato ed è corso via verso il padrone, un uomo con la barba. La signorina ero io. Smith, che cavolo di nome per un cane. Perché l’ho chiamato Smith, come se lo conoscessi, come se avessi avuto anche io un mastino, magari sin da bambina, magari il mio migliore amico, perché? Non lo so. Sono molte le cose che non so. Eppure, da quando sono apparsa risolvere tutti questi perché mi interessa relativamente. Quello che in questi due giorni ho tentato incessantemente di fare è stato afferrare la sensazione, fissarla in testa, renderla narrabile. Non che se ci riuscissi trarrei maggior chiarezza riguardo al mio stato. No, non è questo. Ma in quel lasso di tempo successivo alla mia apparizione – due, tre, cinque minuti, non so –, in quei minuti seguenti al mio aprire gli occhi, io lo so, ho provato una cosa che non proverò mai più, che forse nessun uomo ha mai provato, forse un bambino, chissà? Forse un bambino appena uscito dall’utero materno, o un bambino che ha appena aperto gli occhi e sente la luce, e vede le cose, forse lui, se avesse già raziocinio, se avesse quella capacità di stupirsi per gli eventi assurdi che solo gli adulti hanno. Forse lui. Ho visto il mondo per la prima volta ma già lo conoscevo e allora le cose che vedevo, me stessa, sì, anche me stessa, tutto è stato come l’improvvisa inaspettata conferma di un qualcosa in cui avevo da sempre creduto, la conferma di un lungo e faticoso atto di fede. Le cose esistono, io esisto, tutto è stato nuovo e conosciuto nello stesso tempo. Stupore e consapevolezza e anche soddisfazione, tutto questo insieme e niente di tutto questo. Ho visto le mie gambe semicoperte da una leggera gonnellina viola, il legno della panchina dove ero seduta, la luce calda sulla pelle, l’uomo con la barba e il suo cane Buck, il prato verde, ho visto tutte queste cose come fossero la stupefacente conferma di un’esistenza sognata da sempre e mai vista, un’epifania del mondo. Poi ho compreso la mia individualità, coesistenza di appartenenza e indipendenza, e lo stupore mi è salito come un’onda repentina, mi ha sommerso. Ho di nuovo chiuso gli occhi, forse per secondi, forse per minuti. Quando li ho riaperti quell’estasi si era dissolta e tutto era divenuto ovvio, tutto tranne me. Mi sono alzata dalla panchina, ho preso la mia borsa nera – era mia, ne ero certa anche se non l’avevo mai vista –, mi sono avviata verso la mia storia.

[l’Incipit di una possibile storia, gettato nella rete, è un po’ come il messaggio di un naufrago, dentro una bottiglia, galleggia nel mare cercando un lettore…]

L’attore secondo l’ISTAT

Il 9 ottobre 2011 inizierà ufficialmente il 15° censimento nazionale ad opera dell’ISTAT, la quale per l’occasione sta già provvedendo ad inviare alle famiglie italiane il questionario da riempire. A me è giunto ieri, e iniziando a leggere le centinaia di domande presenti mi ha colpito la sezione relativa all’attività lavorativa. La domanda posta nel questionario è precisamente “in che cosa consiste la Sua attività lavorativa?“, e vi sono 10 risposte possibili corrispondenti ad altrettante generiche categorie. Le categorie raggruppano svariati mestieri, decisamente eterogenei ma suppongo accomunati da criteri che, ad una prima occhiata, mi sembrano almeno discutibili. Comunque sia, è stata l’ottava categoria ad aver attratto la mia attenzione. Recita la descrizione: “Attività organizzativa, tecnica, intellettuale, scientifica o artistica ad elevata specializzazione“. A maggior intelligenza della definizione vengono specificati i seguenti mestieri: medico, professore universitario, insegnante elementare (!), ingegnere, chimico, agronomo, avvocato, farmacista, musicista (!!) e, udite udite, attore. Chissà, forse gli esperti dell’ISTAT avevano in mente gli attori del teatro indipendente, ormai da anni altamente specializzati in ogni genere di attività pertinente il teatro, dalla produzione alla realizzazione, divenendo di volta in volta autori, registi, uffici stampa, organizzatori, tecnici luce, scenografi, grafici, costumisti, web master, giornalisti, cassieri, venditori e infine commercialisti… oltre che ovviamente attori. Com’è che si dice? Di necessità virtù. Battute a parte, c’è da sorridere, o da piangere, pensando alle buste paga di professori universitari, ingegneri o medici, affiancate a quelle (quali?) degli attori… almeno di quelli teatrali. Difficile pensare in Italia ad una professione più manchevole di elementari regole, diritti e garanzie, di quella attoriale. In questo senso, l’ottava categoria ISTAT appare davvero uno splendido sogno.

Il mondo in una pozza (racconti del venerdì #3)

Kwai Talunij era il più grande cacciatore del popolo degli alowij, i fieri figli di Kwootaar. In quel tempo gli ewetij avevano da poco iniziato l’esplorazione della terra degli alowij. Gli alowij temevano gli ewetij ma Kwai Talunij no: egli, piuttosto, ne era incuriosito e quando ne incontrava uno lo osservava di nascosto. Soprattutto restava affascinato da alcuni oggetti lucenti che gli ewetij tenevano tra le mani e che a volte avvicinavano alla bocca o alle orecchie. Una mattina, seguendo le tracce di un grande kwootij, Kwai Talunij entrò in una radura e restò impietrito nel trovarsi di fronte un ewetij che si dimenava all’interno di una pozza di fanghi molli. L’ewetij, imprigionato tra i fanghi, guardava fisso un oggetto lucente tra le sue mani e urlava “noncècampogesùnoncècampo”. Quando l’ewetij si accorse di Kwai Talunij gli gridò: “aiutoaiuto… stosprofondando… salvamitipregosalvami”.

Kwa eto saturij” rispose sicuro Kwai Talunij. Ma l’ewetij non capiva e si disperava, e più si disperava e più sprofondava. “Kwa eto saturij? Cosa vuol dire kwa eto saturij? Perché non mi aiuta?”. “Salvamisalvami” pregava l’ewetij, “kwa eto sarurij” rispondeva l’alowij. Con il fango ormai sopra alla cintola, l’ewetij fece un ultimo sovrumano sforzo per liberarsi: urlò, lanciò via l’oggetto lucente che aveva tra le mani e con un colpo di reni tentò di sollevare almeno una gamba, ma lo sforzo gli fu fatale e il cuore gli scoppiò. In quella minuscola infinita frazione di tempo in cui la vita gli svaniva, vide l’oggetto lucente ricadere ai piedi di Kwai Talunij. Ne sentì il tonfo, irreale, mischiarsi all’eco di quelle oscure parole, “kwa eto saturij”. Poi sentì le sue gambe toccare il duro suolo e il suo corpo smettere di sprofondare. Ma era troppo tardi: stava morendo. In quella minuscola infinita frazione l’ewetij rammentò – cosa assai strana prima di morire – una frase che non aveva mai compreso sino in fondo: “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Quanto era piccolo il suo mondo in quel momento, piccolo come quella pozza di fango. Ah, se avesse compreso quell’idioma arcano, se non si fosse avventurato in quel territorio sconosciuto senza prima imparane il linguaggio. Se solo non fosse stato tanto superficiale avrebbe potuto comunicare con Kwai Talunij e avrebbe potuto capire il senso di quella frase, “kwa eto saturij”, che nella lingua alowij significa “calmati, è profonda solo un metro”.

Terraferma, di Emanuele Crialese

Mi sembra che l’applauso dovuto a Crialese e al suo nuovo film dipenda in larga parte dalla modalità del suo sguardo narrativo, distaccato ma non freddo, partecipe ma non schierato. Affonda il bisturi su un nervo scoperto dell’Italia contemporanea, su un nostro soffocato ma sempre presente senso di colpa. Quello del benestante di fronte alla povertà altrui. Lo fa senza cadere nella più probabile trappola presente in una operazione di questo tipo, quella del buonismo di stampo cattocomunista. Gliene sono tanto grato. Nella sua terraferma non ci sono mostri, non ci sono nemmeno angeli. Ci sono solo persone sballottate dalle onde di sentimenti contrastanti, ma tutti primigeni e dunque tutti pietosamente umani, impermeabili a qualunque condanna, l’istinto di sopravvivenza, la ricerca di un futuro, la protezione delle proprie cose e, perché no? anche la voglia di una tranquilla vacanza. Le scene più emblematiche sono due: la prima è quando la fragile barca con a bordo i due ragazzi viene assalita in piena note da un’orda di migranti che annaspano tra le onde. Il rimando agli zombi di Romero mi sembra evidente. Parteggiamo per il giovane Filippo che difende la barchetta dal rischio che tutte quelle mani nere che vi si aggrappano la rovescino. Ma quando l’esigenza di difesa, l’istinto di sopravvivenza, si arma di un bastone che spezza con violenza quelle stesse mani allora parteggiamo per gli zombi e odiamo l’egoismo di Filippo. Dove sono i mostri se l’oggetto della contesa è solo una piccola e fragile barca? L’altra immagine è quella finale e riguarda ancora la barca, con a bordo uniti dallo stesso destino i due contendenti, il migrante nero e l’isolano italiano. Qui la ripresa è dall’alto e la barca si fa piccola piccola nell’immensa distesa del mare e tutti i conflitti sembrano farsi insignificanti dettagli nell’oscuro tragitto della vita. Presenti anche echi di tragedia, Antigone: seguire le leggi degli uomini e quindi girarsi dall’altra parte quando si avvistano chiatte colme di disperati o seguire l’innato sentimento della fratellanza e raccoglierli, magari non tutti perché rovesciano la barca e ci portano alla morte ma almeno un po’, qualcuno, uno, due, quelli che il caso ti offre più vicini alle tue braccia? Non possiamo farci carico da soli di tutti i mali del mondo ma salvare almeno una vita non significa salvare l’intera umanità? Forse quest’ultima domanda racchiude proprio il senso del tragico che permea la narrazione di Crialese. Possiamo ancora scegliere, possiamo sfidare la legge e seppellire Polinice, salvare quanti più “fratelli” possibile ma resterà sempre il tragico (appunto) senso di impotenza per non poterli salvare tutti, per non poterli accogliere tutti nella nostra fragile barchetta.